Chi ha rapporti con Paragon Solution non può parlarne: c’è l’obbligo di firmare un accordo di riservatezza, che prevede la rescissione del contratto e penali altissime. Ed è una regola ovvia, trattandosi di una società che si muove nella zona grigia dello spionaggio internazionale al massimo livello. Il fondatore è Ehud Schneerson, ex capo degli 007 telematici più temuti del pianeta: l’Unità 8200 delle forze armate israeliane, capace di penetrare qualsiasi computer o telefonino. È il reparto che ha contribuito all’operazione più sorprendente e micidiale degli ultimi anni: i cercapersone degli Hezbollah libanesi tramutati in trappole esplosive.
L’altro protagonista della sua creazione è l’ex premier Ehud Barak, che pur investendo in una quota minima — il 3,5 per cento — ha irrobustito la credibilità dell’azienda. In meno di sei anni si è imposta nel mercato degli apparati di sicurezza. I suoi sistemi digitali sono avanzatissimi: attualmente sono considerati i migliori, tanto da e…
Chi ha rapporti con Paragon Solution non può parlarne: c’è l’obbligo di firmare un accordo di riservatezza, che prevede la rescissione del contratto e penali altissime. Ed è una regola ovvia, trattandosi di una società che si muove nella zona grigia dello spionaggio internazionale al massimo livello. Il fondatore è Ehud Schneerson, ex capo degli 007 telematici più temuti del pianeta: l’Unità 8200 delle forze armate israeliane, capace di penetrare qualsiasi computer o telefonino. È il reparto che ha contribuito all’operazione più sorprendente e micidiale degli ultimi anni: i cercapersone degli Hezbollah libanesi tramutati in trappole esplosive.
L’altro protagonista della sua creazione è l’ex premier Ehud Barak, che pur investendo in una quota minima — il 3,5 per cento — ha irrobustito la credibilità dell’azienda. In meno di sei anni si è imposta nel mercato degli apparati di sicurezza. I suoi sistemi digitali sono avanzatissimi: attualmente sono considerati i migliori, tanto da essere stati adottati dalle agenzie di intelligence statunitensi. Graphite, quello inoculato anche nei cellulari di giornalisti e attivisti italiani, è il prodotto di punta: uno spyware che controlla tutto ciò che entra o esce da uno smartphone. Ruba telefonate, mail, messaggi, pure attraverso i canali criptati di WhatsApp, Telegram e Signal. Può anche trasformare il cellulare in una microspia, che registra o filma all’insaputa del proprietario. È un cavallo di Troia — in gergo appunto Trojan — molto astuto, che arriva nascosto in un messaggio o in una mail: si attiva anche se non viene aperto, senza bisogno di click. Ed è progettato per sfuggire alle verifiche degli antivirus più diffusi e non farsi scoprire: solamente un centro tecnico molto avanzato può sperare di stanarlo.
Paragon Solution può sembrare un servizio segreto parallelo: molti ufficiali hanno lasciato le Israeli Defence Forces per entrare nei suoi laboratori e parecchi, in quanto riservisti, sono stati richiamati per affrontare le guerre scaturite dai massacri jihadisti del 7 ottobre 2023. Questa commistione tra militari e business è comune a molte delle aziende hitech israeliane e non deve trarre in inganno. Perché una delle caratteristiche che la distinguono è l’attenzione ossessiva ad evitare che i suoi strumenti finiscano in mani spregiudicate. Ogni singolo Trojan ha un contratto che ne definisce i limiti d’impiego e il sistema ha un livello di sofisticazione che permette solo a grandi organizzazioni di gestirlo: non può venire sparso in giro da spioni privati.
La società infatti è sorta sulla scia dello “Scandalo Pegasus”, lo spyware elaborato dalla Nso, sempre israeliana, usato da regimi d’ogni tipo per reprimere oppositori e reporter: è stato utilizzato dai sauditi per pianificare l’uccisione di Jamal Khashoggi. Sin dall’inizio, Paragon Solution è stata rigorosa nel verificare le credenziali degli acquirenti, esclusivamente istituzioni statali di 35 Paesi, imponendo regole ferree contro ogni abuso. Sono state respinte proposte messe sul tavolo da autarchi e persino da governi occidentali che non davano garanzie di rispetto dei principi democratici.
Non è una questione etica, ma commerciale: la reputazione in questo settore vale oro e non conviene correre il rischio di finire nella lista nera dell’amministrazione statunitense o essere presi di mira da campagne di stampa. D’altronde la compagnia è una macchina di profitti e si stima che fatturi cento milioni di dollari l’anno. Più volte ci sono state offerte per acquistarla e a dicembre gli azionisti hanno accettato di vendere al fondo americano AE: la pagherà mezzo miliardo di dollari. Un terzo andrà ai dipendenti; un decimo all’inventore Schneerson. È previsto inoltre che un altro mezzo miliardo venga versato nei prossimi anni se saranno rispettati i risultati di vendite. Tanti soldi che l’azienda non è disposta a perdere per una storiaccia di giornalisti e paladini dei diritti messi sotto controllo, tanto che i contratti con l’Italia sono stati prima sospesi, poi - dopo che le nostre autorità hanno svelato in maniera maldestra nomi di altri governi che sono sui clienti - revocati.