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L’Anm sceglie Parodi: “Voglio vedere il governo ma lo sciopero va avanti”. Meloni apre all’incontro

Cesare Parodi, nuovo presidente dell'Anm (ansa)

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Il nuovo presidente dell’associazione magistrati italiani è procuratore aggiunto a Torino, capo del pool antiviolenza domestica, 62 anni. Raggiunta in extremis l’intesa sul suo nome, succede a Santalucia
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Roma — Presidente, conferma lo sciopero dei magistrati per il 27 febbraio? «Lo sciopero è stato deliberato e nessuno lo ha revocato. Chiederò in tempi strettissimi un incontro con il governo. Sarà inutile? Forse. Ma la nostra richiesta è legittima. Sappiamo che le leggi le fa il Parlamento ma almeno come cittadini possiamo far valere le nostre ragioni. Non possiamo rinunciare a percorrere nessuna strada per portare avanti la difesa della magistratura, che non è la difesa di privilegi».

Alle otto di sera, fuori dalla Corte di Cassazione, Cesare Parodi, appena eletto nuovo presidente dell’Anm, è frastornato. Non sa ancora che Giorgia Meloni ha già risposto al suo appello. «Accolgo con favore la richiesta di un incontro e auspico che, da subito, si possa riprendere un sano confronto sui principali temi che riguardano l’amministrazione della giustizia nella nostra nazione, nel rispetto dell’autonomia della politica e della magistratura», le parole della premier nel fare gli auguri al…

Roma — Presidente, conferma lo sciopero dei magistrati per il 27 febbraio? «Lo sciopero è stato deliberato e nessuno lo ha revocato. Chiederò in tempi strettissimi un incontro con il governo. Sarà inutile? Forse. Ma la nostra richiesta è legittima. Sappiamo che le leggi le fa il Parlamento ma almeno come cittadini possiamo far valere le nostre ragioni. Non possiamo rinunciare a percorrere nessuna strada per portare avanti la difesa della magistratura, che non è la difesa di privilegi».

Alle otto di sera, fuori dalla Corte di Cassazione, Cesare Parodi, appena eletto nuovo presidente dell’Anm, è frastornato. Non sa ancora che Giorgia Meloni ha già risposto al suo appello. «Accolgo con favore la richiesta di un incontro e auspico che, da subito, si possa riprendere un sano confronto sui principali temi che riguardano l’amministrazione della giustizia nella nostra nazione, nel rispetto dell’autonomia della politica e della magistratura», le parole della premier nel fare gli auguri al nuovo presidente.

Al termine di una giornata lunghissima, Parodi mette subito le cose in chiaro: «Diciamo no alla riforma Nordio, siamo sempre disponibili al dialogo ma nessuna trattativa, non abbiamo niente da dare in cambio se non la nostra coscienza e l’osservanza della Costituzione».

Nome a sorpresa, settimo degli eletti di MI, tirato fuori in extremis dalla corrente di destra risultata maggioritaria per salvare l’unità delle toghe, difende con calore l’associazionismo. «Non siamo la banda Bassotti, siamo espressione della società, le degenerazioni ci sono ovunque», dice. E lancia un serrate le fila: «MI preme ribadire che la magistratura è unita. In un momento delicato come questo c’è bisogno di tutti».

Procuratore aggiunto a Torino, capo del pool antiviolenza domestica, 62 anni, sposato con una magistrata, Parodi ieri mattina è arrivato in Cassazione senza neanche essere nella rosa dei candidati alla successione di Giuseppe Santalucia, ne è uscito presidente con 32 voti su 36. Votato da tutte le correnti (tranne Articolo 101 che dall’inizio aveva deciso di rimanere fuori dalla giunta), indicato nel pomeriggio dalla sua corrente, Magistratura indipendente, per superare l’impasse che ha minacciato, fino all’ultimo, di far chiudere la lunghissima giornata della prima riunione del nuovo comitato direttivo con una fumata nera.

Tutti convinti della necessità e dell’urgenza di arrivare a una elezione unitaria e della designazione del presidente da parte di MI, corrente che ha ottenuto la maggioranza alle ultime elezioni, quella che di prima mattina era stata ottimisticamente battezzata come “la giunta dei 5 minuti” è andata ad infrangersi contro lo scoglio del nome. L’idea era quella di votare il primo degli eletti di ogni lista, e dunque il candidato in pectore alla presidenza era Giuseppe Tango, giudice del lavoro di Palermo, che coi suoi 688 voti aveva preceduto Antonio D’Amato. Giovane, volto nuovo, autore di un intervento assai deciso, a maggio, alla presenza del capo dello Stato all’assemblea nazionale dell’Anm a Palermo, sarebbe stato votato senza problemi da Unicost, Area dg e Magistratura democratica. Ma, prendendo in contropiede tutti, MI ha deciso di puntare sul più anziano e più “conservatore” procuratore di Messina Antonio D’Amato. E qui, a fronte di una serie di interventi che sembravano lasciar trapelare la possibilità di rimettere in discussione lo sciopero del 27 con ripetuti inviti al dialogo con la politica, la tanto agognata unità delle correnti ha fatto presto ad incrinarsi. Da qui la scelta del terzo nome (solo il settimo degli eletti di MI) per ricompattare tutti. Trovato l’accordo su Rocco Maruotti di Area come segretario, Marcello De Chiara di Unicost come vicepresidente e Stefano Celli di Md vicesegretario, è iniziato l’imbarazzante braccio di ferro sulla spartizione dei posti in giunta, con MI, Area e Unicost ferme nel pretenderne 3 a testa (in base ai seggi conquistati) e Md che ne rivendicava 2 sull’onda degli oltre 1000 voti conseguiti. È finita con la temporanea rinuncia di Area a un membro e con la promessa di proporre una modifica dello Statuto per portare da dieci a undici i componenti della giunta.

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