Roma — I deputati delle opposizioni hanno appena finito di parlare: chiedono, tutti, le dimissioni della ministra del Turismo a processo per falso in bilancio. L’accusa (politica) è pesantissima: «Ha disonorato le istituzioni». E ricade pure su Giorgia Meloni: «Come mai non riesce a mandarla via? Signora presidente del Consiglio, dica: lei è ricattata?».
Daniela Santanchè in formato sfinge — tailleur color panna come i tre strati di cipria stesi sul volto rabbuiato — si alza di scatto dai banchi semideserti del governo, identici a quelli della maggioranza che ha deciso di lasciarla sola nel giorno della mozione di sfiducia promossa dai 5Stelle, e senza proferire verbo sebbene il regolamento della Camera preveda il suo intervento a chiusura della discussione generale, abbandona l’aula quasi di corsa, inseguita dalle urla «vergogna, vergogna» lanciate da sinistra. Una scena che, ultimamente, si ripete spesso in costanza di vicende imbarazzanti per l’esecutivo: la fuga come strategia per…
Roma — I deputati delle opposizioni hanno appena finito di parlare: chiedono, tutti, le dimissioni della ministra del Turismo a processo per falso in bilancio. L’accusa (politica) è pesantissima: «Ha disonorato le istituzioni». E ricade pure su Giorgia Meloni: «Come mai non riesce a mandarla via? Signora presidente del Consiglio, dica: lei è ricattata?».
Daniela Santanchè in formato sfinge — tailleur color panna come i tre strati di cipria stesi sul volto rabbuiato — si alza di scatto dai banchi semideserti del governo, identici a quelli della maggioranza che ha deciso di lasciarla sola nel giorno della mozione di sfiducia promossa dai 5Stelle, e senza proferire verbo sebbene il regolamento della Camera preveda il suo intervento a chiusura della discussione generale, abbandona l’aula quasi di corsa, inseguita dalle urla «vergogna, vergogna» lanciate da sinistra. Una scena che, ultimamente, si ripete spesso in costanza di vicende imbarazzanti per l’esecutivo: la fuga come strategia per silenziare ogni magagna, celare spaccature e malumori diffusi, mai come stavolta resi evidenti dalle assenze.
Soltanto due, entrambi meloniani, i ministri venuti ad ascoltare i suoi silenzi: Luca Ciriani per debito d’ufficio e il responsabile per il Sud Nello Musumeci. Undici piccoli indiani gli eletti di FdI, raccattati alla bell’e meglio da Paolo Trancassini, che deve sudare sette camicie per trovare qualcuno dei suoi disposto a metterci la faccia. Di leghisti nemmeno l’ombra: Stefano Candiani, che pure è a Montecitorio, entra ed esce dall’emiciclo più lesto di una lepre, nonostante la timida arringa — «Si è colpevoli dopo tre gradi di giudizio» — improvvisata da Matteo Salvini. Forza Italia non c’è. Noi Moderati idem. Per tutta la seduta il pallottoliere degli alleati resta inchiodato sullo zero assoluto. Mentre da Palazzo Chigi filtra che Meloni non le ha più parlato dal 17 gennaio, data del rinvio a giudizio: segno che anche la leader del governo l’ha scaricata.
Prima di accomodarsi, Santanchè passa al ristorante per verificare la consistenza della truppa, capisce l’antifona e si rifugia in cortile a fumare. È nervosissima, «i numeri sul turismo parlano per me» continua a ripetere, ma della spavalderia ciarliera non c’è più traccia. Alle 14 inizia il tiro al bersaglio dei tre partiti — M5S, Pd e Avs — che hanno firmato il j’accuse per licenziarla. Il centrodestra latita, nessuno è iscritto a parlare: anche questo è un segnale. «Ma è normale», proverà poi Musumeci a giustificarsi: «È lunedì, la presenza era superflua», dice proprio così, «superflua». Quando si dovrà votare, è il sottinteso, i ranghi saranno completi. Tra qualche settimana, il voto slitta. Nella speranza che, sussurra più d’uno in Transatlantico, presto la “Santa” faccia le valigie per togliere tutti dall’impaccio, dal compito di difendere l’indifendibile.
Tocca alla 5S Vittoria Baldino illustrare la mozione di sfiducia. «Se ne deve andare, lei rappresenta un disonore per istituzioni, per le imprese e per il Paese intero. È un conflitto di interessi che cammina», tuona fra gli applausi, pure di Elly Schlein e Giuseppe Conte, che più tardi sui social mostrerà «i banchi della maggioranza completamente vuoti, non si sono presentati, pure loro si vergognano», e dunque, insiste, «spiegateci com’è possibile che il governo sia ricattato da una singola ministra».
Il dem Federico Gianassi ricorda tutte le volte che Santanchè ha chiesto le dimissioni dei ministri del centrosinistra: «Il vostro motto era “coerenza, coerenza coerenza”, ora è poltrona, poltrona, poltrona. L’unica battaglia che sta vincendo è quella con la premier che, di nuovo, riesce a fare una sola cosa: scappare». Da Avs Filibeto Zaratti richiama i sondaggi: «Anche gli elettori della destra le chiedono di lasciare». Il pd Tony Ricciardi torna a puntare il dito contro la presidente del Consiglio: «Dica se è ricattata». La “pitonessa” nel frattempo finge noncuranza: chiacchiera fitto con Musumeci, armeggia col telefonino, prende appunti. Quando le opposizioni concludono, si alza e se ne va. L’ultimo atto prima del The end: o almeno così sperano in tanti, specie i suoi Fratelli.