Roma — La Corte penale internazionale dell’Aia ha avviato un fascicolo contro l’Italia per «mancata osservanza di una richiesta di cooperazione per l’arresto e la consegna» del presunto assassino e torturatore libico Almasri. Si tratta di un’azione fortissima e senza precedenti per il nostro Paese. Ma, spiegano dalla Corte, quasi inevitabile dopo la scarcerazione del criminale e l’atteggiamento tenuto dall’Italia in questi giorni. Il fascicolo è ora sul tavolo della Camera preliminare: l’Italia potrà presentare memorie e difendersi in un contraddittorio. Il rischio concreto è che ci sia un deferimento al consiglio di sicurezza dell’Onu: è successo recentemente alla Mongolia, che non ha arrestato Vladimir Putin. C’è un precedente con il Sudan, e poi niente di più.
La Corte contesta all’Italia la violazione dell’articolo 86 dello Statuto di Roma. E cioè «l’obbligo di cooperare» con le inchieste della Cpi. «Quando lo Stato — si legge al comma 7 dell’articolo successivo — non adempie…
Roma — La Corte penale internazionale dell’Aia ha avviato un fascicolo contro l’Italia per «mancata osservanza di una richiesta di cooperazione per l’arresto e la consegna» del presunto assassino e torturatore libico Almasri. Si tratta di un’azione fortissima e senza precedenti per il nostro Paese. Ma, spiegano dalla Corte, quasi inevitabile dopo la scarcerazione del criminale e l’atteggiamento tenuto dall’Italia in questi giorni. Il fascicolo è ora sul tavolo della Camera preliminare: l’Italia potrà presentare memorie e difendersi in un contraddittorio. Il rischio concreto è che ci sia un deferimento al consiglio di sicurezza dell’Onu: è successo recentemente alla Mongolia, che non ha arrestato Vladimir Putin. C’è un precedente con il Sudan, e poi niente di più.
La Corte contesta all’Italia la violazione dell’articolo 86 dello Statuto di Roma. E cioè «l’obbligo di cooperare» con le inchieste della Cpi. «Quando lo Stato — si legge al comma 7 dell’articolo successivo — non adempie alla richiesta di cooperazione, quindi impedendo alla Corte di esercitare le sue funzioni e i suoi poteri, la Corte può aprire una indagine e riportare la questione all’Assemblea degli stati membri oppure al Consiglio di sicurezza». Da qui, il deferimento.
Nello specifico i punti oggetto dell’inchiesta sono tre. L’Italia sostiene che la Cpi abbia sbagliato nel non inviare il mandato di arresto su Almasri al ministero della Giustizia, motivo per cui la Corte di appello ha dovuto scarcerarlo. L’ufficio però indicato dal nostro governo per le interlocuzioni non era il ministero di Giustizia ma l’ufficiale di collegamento in servizio all’ambasciata italiana in Olanda a cui la Cpi ha inviato il mandato in inglese. E poi anche in italiano, a differenza di quanto detto da diversi membri del governo in questi giorni. Di più: la Cpi aveva comunque avuto un’interlocuzione informare con via Arenula prima dell’emissione del mandato di cattura.
E infine, e veniamo al terzo punto, allegato al mandato di cattura c’era una nota nella quale si invitava il governo a contattare prontamente la Cpi: «Nel caso in cui individuassero problemi che potrebbero impedire l’esecuzione della richiesta di cooperazione, dovrebbero consultare la Corte senza indugio al fine di risolvere la questione». Questa interlocuzione non c’è mai stata. Né nell’immediato né quando la Corte di appello di Roma ha chiesto al ministero un intervento per evitare la scarcerazione. Da qui la possibile violazione, secondo la Cpi, dell’articolo 86 che obbliga la cooperazione. E anche dell’88 che impone agli Stati «procedure appropriate per realizzare le forme di cooperazione». Come a dire, che se un difetto di comunicazione c’è stato l’Italia aveva l’obbligo di risolverlo e non di usarlo per scarcerare Almasri.
A preoccupare è poi la postura generale che l’Italia sta adottando nei confronti della Cpi. «Solo Italia, Repubblica Ceca e Ungheria, in Europa, non hanno sottoscritto il documento della presidente della Cpi, Tomoko Akan con la quale si condannano le sanzioni economiche firmato da Donald Trump contro la Cpi», dice la società scientifica che racchiude gli internazionalisti del nostro Paese. «L’Italia non ha soltanto precisi obblighi giuridici, ma anche — per quanto riguarda lo Statuto di Roma — obblighi morali».
In attesa di capire come si muoverà il tribunale dei ministri sul punto — dove sono indagati la premier Meloni, il sottosegretario Mantovano e i ministri Piantedosi e Nordio, che rischia di più perché indagato per omissione di atti di ufficio — in una nota inviata da via Arenula alla Cpi sembrano esserci i primi passi indietro. Si chiede di rivedere alcuni punti procedurali per «evitare casi simili» e si offre un dialogo. Potrebbe non bastare. Come sanno le opposizioni che ieri, davanti alla notizia del procedimento formale, hanno attaccato duramente il governo. «L’obbligo di cooperare con la Cpi non è discrezionale: l’Italia ha violato il diritto internazionale» dicono Pd, 5S e Avs.