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Almasri, la retromarcia di Meloni. Emissari per trattare con la Cpi: “Il conflitto non conviene”

Giorgia Meloni 

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Contatti fra la premier e von der Leyen. Timori per le ripercussioni sul piano Albania
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Roma — Troppi fronti aperti. Troppi nemici. Ecco perché Giorgia Meloni, mossa da ragioni d’interesse politico, ordina una ritirata tattica dalla guerriglia contro la Corte penale internazionale. La premier dà mandato al ministero della Giustizia di scrivere alla Cpi. E fa chiedere che un pool di funzionari di via Arenula — forse accompagnati da colleghi di Palazzo Chigi — venga ricevuto dai dirigenti dell’Aia.

L’obiettivo è una de-escalation dello scandalo Almasri, che sta provocando tensioni enormi con Bruxelles. Ma la proposta italiana che accompagna questa mano tesa passa da una complessa revisione di alcuni protocolli operativi dell’Aia. Tra questi, si chiede di rivedere la modalità di trasmissione al ministero dei mandati di cattura internazionali: con un alert diretto e non mediato da un ufficiale di collegamento dell’ambasciata italiana in Olanda.

L’iniziativa è del capo di gabinetto del dicastero di Nordio, Giusi Bartolozzi. È lei ad aver gestito il caso e a essere finita…

Roma — Troppi fronti aperti. Troppi nemici. Ecco perché Giorgia Meloni, mossa da ragioni d’interesse politico, ordina una ritirata tattica dalla guerriglia contro la Corte penale internazionale. La premier dà mandato al ministero della Giustizia di scrivere alla Cpi. E fa chiedere che un pool di funzionari di via Arenula — forse accompagnati da colleghi di Palazzo Chigi — venga ricevuto dai dirigenti dell’Aia.

L’obiettivo è una de-escalation dello scandalo Almasri, che sta provocando tensioni enormi con Bruxelles. Ma la proposta italiana che accompagna questa mano tesa passa da una complessa revisione di alcuni protocolli operativi dell’Aia. Tra questi, si chiede di rivedere la modalità di trasmissione al ministero dei mandati di cattura internazionali: con un alert diretto e non mediato da un ufficiale di collegamento dell’ambasciata italiana in Olanda.

L’iniziativa è del capo di gabinetto del dicastero di Nordio, Giusi Bartolozzi. È lei ad aver gestito il caso e a essere finita nel mirino delle opposizioni. E adesso, è lei a intestarsi formalmente la “ritirata”. Il linguaggio di via Arenula è burocratico: il ministero «chiede alla Cpi di avviare delle consultazioni funzionali a una comune riflessione sulle criticità che hanno connotato il caso Almasri al fine di scongiurare il ripetersi di situazioni analoghe». Il senso, però, è profondamente politico. Ed è frutto di incontri a Palazzo Chigi con Meloni e Alfredo Mantovano.

Tutto parte da un ragionamento: confliggere con la Corte significa — nei fatti — condannarsi all’auto-emarginazione in Europa. Certo, attaccare l’Aia permette anche di compiacere la dottrina Trump contro gli organismi di giustizia internazionale (dinamica evidente quattro giorni fa all’Onu, quando l’Italia ha voltato le spalle ai partner europei che provavano a difendere la Corte). Il problema è che, come detto, questa conflittualità provoca crepe in sede europea. Un rischio che addirittura Ursula von der Leyen avrebbe illustrato a Meloni, nelle ultime ore. Provocando il cambio di rotta.

La tesi di Palazzo Chigi parte dall’influenza che Francia e Germania eserciterebbero sulla Cpi. E sull’analogo peso delle grandi capitali sulla Corte di giustizia europea, che il 25 febbraio si riunirà per deliberare sui Paesi sicuri, il nodo attorno a cui rischia di naufragare il “modello Albania”. Ecco, i ripetuti strappi sulla Corte penale rischierebbero — questo almeno il timore italiano — di irrigidire la Corte di giustizia, archiviando il progetto sui migranti tanto caro alla presidente del Consiglio.

I colloqui tra funzionari di via Arenula e della Cpi dovrebbero iniziare presto. L’esito delle interlocuzioni, però, non è scontato. Il ministero della Giustizia lamenta ad esempio la modalità con cui viene comunicato il mandato di cattura, che passa dall’ufficiale di collegamento dell’ambasciata italiana in Olanda (un magistrato che, secondo alcune fonti, sarebbe in procinto di essere spostato dal suo incarico, alcune settimane prima del previsto). Il meccanismo, in realtà, è proposto dai singoli paesi e concordato con l’Aia.

L’altro punto sensibile riguarda la richiesta di un maggior coinvolgimento preventivo in casi del genere da parte del dicastero di Nordio, in modo da ammortizzare anche i possibili effetti nefasti dell’esecuzione di questi atti. Nel caso di Almasri, ad esempio, si sarebbe dovuto tenere conto — questa la tesi che circola a Palazzo Chigi — del fatto che in Libia sono presenti diverse centinaia di italiani, potenziali bersagli di una ritorsione di Tripoli. Difficile fare breccia su questo punto, però: la Corte non sembra intenzionata ad accettare una sorta di sovranizzazione di decisioni giuridiche e indipendenti.

All’Aia, Roma promette di non procedere con nuovi atti di accusa formali. E si impegna a collaborare in futuro con la Corte. Come gesto di buona volontà, chiede però alla Cpi di desistere dal sollevare il caso alle Nazioni Unite. Anche per cavarsi dall’imbarazzo di dover poi essere “salvata” dal veto della Russia di Putin, acerrimo nemico della Corte (o, in ogni caso, dagli Stati Uniti).

L’altra ragione politica che sembra aver determinato la retromarcia ruota attorno al segreto di Stato. Meloni, nonostante il pressing dei suoi ministri e di Mantovano, ha deciso di non utilizzare — almeno per il momento — questa arma.

Anche se, trapela dal cerchio magico meloniano, l’opzione non avrebbe incontrato resistenze da parte del Quirinale. Aver rinunciato a questa opzione ha reso la partita più scivolosa. Da qui, adesso, la mano tesa con l’Aia. Che funzioni, è tutto da dimostrare.

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