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Foibe, l’esule Haffner: “Io, orfana con la valigia, mio padre non fu mai trovato”

Egea Haffner

 

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Aveva 4 anni. Meloni si è commossa durante il racconto della sua storia al Quirinale
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Roma - Egea Haffner, quanti anni aveva quando suo padre venne scaraventato nelle foibe?

«Quattro. Si stava mettendo a tavola per la cena. I titini suonarono alla porta e gli chiesero di seguirlo».

Dove abitavate?

«A Pola. Mio padre non era fascista, non aveva tessere, però sapeva il tedesco, ogni tanto lo chiamavano al comando per qualche traduzione…».

Pagò per quello?

«Non lo sappiamo. Non sappiamo nemmeno dove sia finito. Il corpo non è mai stato trovato. Aveva soltanto 26 anni, Kurt Haffner».

Lei ha raccontato la sua storia al Quirinale per Il Giorno del ricordo.

«E mentre parlavo ho visto davanti a me la presidente Meloni che si asciugava una lacrima».

Quando scomparve suo padre?

«Il 4 maggio 1945. Mamma mi raccontò che era appena tornato a casa dal lavoro, si era lavato le mani, aveva ancora l’asciugamano in mano, la tavola era già imbandita...».

Ha ricordi di lui?

«Un flash: mio padre che mi porta con sé nel rifugio».

Cos’altro le raccontò sua madre?

«Mio padre chiese: “Devo por…

Roma - Egea Haffner, quanti anni aveva quando suo padre venne scaraventato nelle foibe?

«Quattro. Si stava mettendo a tavola per la cena. I titini suonarono alla porta e gli chiesero di seguirlo».

Dove abitavate?

«A Pola. Mio padre non era fascista, non aveva tessere, però sapeva il tedesco, ogni tanto lo chiamavano al comando per qualche traduzione…».

Pagò per quello?

«Non lo sappiamo. Non sappiamo nemmeno dove sia finito. Il corpo non è mai stato trovato. Aveva soltanto 26 anni, Kurt Haffner».

Lei ha raccontato la sua storia al Quirinale per Il Giorno del ricordo.

«E mentre parlavo ho visto davanti a me la presidente Meloni che si asciugava una lacrima».

Quando scomparve suo padre?

«Il 4 maggio 1945. Mamma mi raccontò che era appena tornato a casa dal lavoro, si era lavato le mani, aveva ancora l’asciugamano in mano, la tavola era già imbandita...».

Ha ricordi di lui?

«Un flash: mio padre che mi porta con sé nel rifugio».

Cos’altro le raccontò sua madre?

«Mio padre chiese: “Devo portare dei documenti?”. “No, gli risposero. Si annodò una sciarpa al collo ed uscì. Giorni dopo mia zia riconobbe quella sciarpa sul collo di un titino».

Non si è mai saputo nulla?

«Nulla. Zia corse in bici dalla Croce Rossa, niente. Dopo la guerra i miei parenti fecero molte ricerche. È stato come inghiottito».

Lei ha conosciuto il dramma dell’esilio.

«Con mamma ci spostammo a Cagliari, perché sua sorella viveva lì: aveva sposato un maresciallo dell’Aviazione. Prima di partire mi fecero la foto con la valigia, che è un po’ l’immagine simbolo del nostro dramma».

Quanto ha vissuto in Sardegna?

«Pochissimo. Mia madre mi portò dalla nonna, che si era trasferita a Bolzano con gli zii: aprirono un’oreficeria. Ce l’avevano già a Pola, infatti i titini presero di mira chi stava bene. Ce l’avevano anche coi preti».

E sua madre?

«Restò a Cagliari, si è poi risposata con un sardo. Ha aperto un centro di bellezza».

Lei è rimasta a Bolzano?

«Sì, con la zia. Non avevamo una casa. Mangiavamo e dormivamo in negozio».

Mattarella ha detto che la tragedia degli esuli è stata misconosciuta.

«Sì, e penso che dietro il lungo oblio ci siano ragioni politiche».

Molti non furono capiti?

«Partirono lasciando tutto quello che avevano, beni, amici, familiari. Chi li accolse non capì o fu ostile. Ci diedero pochi lire di danni di guerra per quello sradicamernto, ma siamo un popolo dignitoso, abbiamo reagito con fierezza».

Le dà forza raccontare?

«Sì, da anni vado nelle scuole, il mio libro, La ragazza con la valigia, scritto Gigliola Alvisi è andato molto bene, il film trasmesso da Rai Uno è fedele».

È un Giornata sentita soprattutto dalla destra. Giusto o sbagliato?

«Non voglio essere strumentalizzata. Parlo della mia storia. Racconta la mia esperienza».

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