✕

Decreto Albania bis, l’ostacolo ora è Rama: “L’intesa non cambia”

Il centro migranti a Gjader in Albania (fotogramma)

Ascolta l'audio

Il premier di Tirana, alle prese con le elezioni, dice no alle modifiche. Impasse al tavolo tecnico di Palazzo Chigi. Il nodo del trattato da rivedere
2 minuti di lettura

ROMA — Il grande ostacolo per far sì che i centri in Albania funzionino davvero, come chiede con insistenza ai suoi uffici, anche in queste ore, la premier Giorgia Meloni sono le elezioni. Non italiane, ma sull’altra sponda dell’Adriatico. A Tirana si vota l’11 maggio. Gli oppositori di Edi Rama, sotto le insegne del partito democratico, che lì è di centrodestra, hanno già annunciato di voler smantellare il protocollo con l’Italia. E tecnicamente basta una disdetta unilaterale, che entra in vigore dopo 6 mesi. Viste le polemiche attorno all’operazione, lo stesso primo ministro uscente, Rama, non ha intenzione di rimaneggiarlo. Anzi, dal suo staff ieri mattina facevano sapere piuttosto seccamente che nessuna modifica del piano è alle viste. Nelle stesse ore in cui i due vicepremier italiani invece confermavano l’idea di un decreto bis. «Vedremo», commentava Antonio Tajani a domanda diretta sull’idea di trasformare i centri di Schengjin e Gjiader in Cpr, cioè strutture dove trasferire i…

ROMA — Il grande ostacolo per far sì che i centri in Albania funzionino davvero, come chiede con insistenza ai suoi uffici, anche in queste ore, la premier Giorgia Meloni sono le elezioni. Non italiane, ma sull’altra sponda dell’Adriatico. A Tirana si vota l’11 maggio. Gli oppositori di Edi Rama, sotto le insegne del partito democratico, che lì è di centrodestra, hanno già annunciato di voler smantellare il protocollo con l’Italia. E tecnicamente basta una disdetta unilaterale, che entra in vigore dopo 6 mesi. Viste le polemiche attorno all’operazione, lo stesso primo ministro uscente, Rama, non ha intenzione di rimaneggiarlo. Anzi, dal suo staff ieri mattina facevano sapere piuttosto seccamente che nessuna modifica del piano è alle viste. Nelle stesse ore in cui i due vicepremier italiani invece confermavano l’idea di un decreto bis. «Vedremo», commentava Antonio Tajani a domanda diretta sull’idea di trasformare i centri di Schengjin e Gjiader in Cpr, cioè strutture dove trasferire i migranti irregolari già presenti in Italia, da rimpatriare. Anche Matteo Salvini ieri non negava: «Il nuovo decreto? Lo segue il ministro Piantedosi, ma espellere i clandestini è un diritto-dovere dello Stato».

Gli uffici legislativi del Viminale e di Palazzo Chigi si sono riuniti di nuovo ieri. Ma dal vertice non è uscito il coniglio dal cilindro, tanto che il cdm atteso per giovedì ancora non è stato convocato. Restano diverse spine: la principale, su cui nell’esecutivo si registrano pareri discordanti, è se vada o meno modificato il protocollo con l’Albania. In teoria il testo prevede che i centri possano essere utilizzati per le procedure di frontiera accelerate, come avviene oggi, cioè ospitando a tempo i migranti salvati dalla Marina in mare, «o per i rimpatri». La cornice giuridica tiene. Ma cambiando natura al progetto, potrebbero essere necessarie modifiche pratiche, da far rivotare in Parlamento, sia a Roma che a Tirana. Per esempio: senza cambiare il testo, i migranti sarebbero trasportati dall’Italia all’Albania, ma da lì non potrebbero essere rimpatriati. Dovrebbero tornare di nuovo in Italia. Un ping pong senza senso. Altra criticità: nei Cpr italiani non è previsto un trattenimento generalizzato, non sono paragonabili ai penitenziari. Invece il protocollo con l’Albania prevede che i migranti non possano in alcun caso lasciare le strutture, né ricevere visite dei familiari. E un conto è farlo per 30 giorni, un altro fino a 18 mesi, come capita nei Cpr. C’è poi il nodo dei costi, che potrebbero ulteriormente ingrossarsi. E la premier non vuole certo incappare in un’altra indagine, stavolta della corte dei conti.

C’è ancora un’altra incognita: è possibile trasferire dall’Italia all’Albania i migranti destinati al rimpatrio? «Lo escluderei – sostiene il giurista Gianfranco Schiavone – l’attuale direttiva Ue non prevede che le procedure possano espletarsi fuori dal territorio europeo e i centri in Albania non lo sono, lì vige solo la giurisdizione italiana. Se il governo tentasse un azzardo dovrebbe dimostrare di garantire tutte le procedure previste nei Cpr italiani, a cominciare dalla prima che vieta il trattenimento generalizzato».

La nuova direttiva rimpatri annunciata per marzo da Ursula von der Leyen va sì nella direzione degli hub per i rimpatri in Paesi terzi, ma per l’approvazione legislativa potrebbero volerci anni e – ha sottolineato ieri un portavoce della Commissione – «questi centri dovranno prevedere forti garanzie per gli individui, accordi vincolanti con i Paesi terzi e rispettare sempre i diritti fondamentali». In Italia le opposizioni bocciano in coro il progetto, dal Pd al capo 5S Giuseppe Conte a Riccardo Magi di +Europa. Anche tra i sovranisti montano i dubbi: per Marine Le Pen, alleata di Salvini nei Patrioti, i centri in Albania «non sono efficaci».

Leggi i commenti