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Condono, Israele, Patrioti: Salvini e il picco di guerriglia con Meloni

La premier Giorgia Meloni e il vicepremier Matteo Salvini 
Ora la Lega alza la posta. E il leader, in versione Gianburrasca, è pronto a recuperare terreno tirando la corda nella convinzione che "senza di noi non si va da nessuna parte"
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Cronaca degli ultimi sei giorni di Matteo Salvini: conferenza stampa per annunciare la proposta leghista sulla rottamazione delle cartelle esattoriali, evocazione di scontri tra servizi segreti, viaggio a Madrid dai Patrioti per dire che il Ppe deve mollare i socialisti, nuovo aereo in Israele per incontrare Benjamin Netanyahu e sparlare della Corte Penale Internazionale. Quattro mosse, quattro volte le dita negli occhi agli alleati, che a dire il vero si sono astenuti dai commenti, mordendosi le labbra. Nelle ultime ore i vicinissimi al Capitano si sono fatti stranamente ciarlieri e fanno sapere, con la dovuta circospezione, che "adesso si cambia". E cioè, ora la Lega alza la posta, pronta a far valere le proprie ragioni costi quel che costi.

Salvini torna quindi a fare il Salvini, tra invasioni di campo e sportellate ai compagni di coalizione, non è ancora l'aria da Papeete per ragioni atmosferiche e di rapporti di forza, ma lo strapotere di FdI da un lato e il moderatismo post-democristiano di Fi stanno sfiancando il Carroccio, ormai stabilmente retrocessa a terza forza della coalizione. Per recuperare terreno e riconquistare protagonismo allora serve tirare un po' la corda, nella convinzione che "senza di noi non si va da nessuna parte", per dirla con un colonnello salviniano.

Il vicepremier riscopre l'antico abito del Gianburrasca padano anche in chiave interna, con i veneti inferociti perché ancora non si è capito se il prossimo presidente della Regione sarà Luca Zaia o comunque un leghista, e con i lombardi che stanno lavorando a una mozione congressuale che rimetta al centro della politica del partito le ragioni del nord abbandonate per rincorrere la prospettiva nazionalista. Congresso che doveva tenersi a febbraio e invece probabilmente slitterà ad aprile: dietro ci sono ragioni strategiche, per l'appunto Salvini vuol essere sicuro di aver sistemato la questione del Veneto prima, onde evitare scherzetti.

Di sicuro in via Bellerio le ormai famigerate chat di FdI, con il segretario descritto da Meloni e dai colleghi di governo come un "poverello", non hanno aiutato a migliorare il clima. Ma non è solo quello: l'ascesa di Donald Trump, con la sua carica destabilizzatrice e provocatoria, risponde in pieno agli istinti della Bestia. Salvini può vantarsi di essere stato il primissimo leader italiano, sin dal 2015, a credere in lui. Si ritrovò in pieno nei suoi metodi, tutti di pancia, e al diavolo i riti classici della politica. Ecco, per farla breve: ci risiamo.

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