Quella che prevede il passaggio dei medici di famiglia in dipendenti è probabilmente la riforma del servizio sanitario tentata più volte. Sono tanti i governi che hanno dovuta richiuderla in un cassetto e i dottori sono sempre riusciti a mantenere il loro status, quello di convenzionati, che li rende praticamente dei liberi professionisti che siglano accordi con le Asl. Un caso più unico che raro in Europa.
Il ministro Orazio Schillaci, che finora non ha portati a casa grandi riforme e ha oggettivamente avuto a disposizione pochi fondi per dare una scossa a una sanità, aveva tentato il colpo grosso, quello appunto del passaggio alla dipendenza di una categoria considerata privilegiata da molti colleghi. Anche con l’aiuto di quattro Regioni, e cioè Lazio, Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia, ha fatto preparare il testo per un riforma storica. L’idea contenuta nel documento è quella di partire per gradi, dando cioè per scontato che obbligare a un inquadramento professionale dive…
Quella che prevede il passaggio dei medici di famiglia in dipendenti è probabilmente la riforma del servizio sanitario tentata più volte. Sono tanti i governi che hanno dovuta richiuderla in un cassetto e i dottori sono sempre riusciti a mantenere il loro status, quello di convenzionati, che li rende praticamente dei liberi professionisti che siglano accordi con le Asl. Un caso più unico che raro in Europa.
Il ministro Orazio Schillaci, che finora non ha portati a casa grandi riforme e ha oggettivamente avuto a disposizione pochi fondi per dare una scossa a una sanità, aveva tentato il colpo grosso, quello appunto del passaggio alla dipendenza di una categoria considerata privilegiata da molti colleghi. Anche con l’aiuto di quattro Regioni, e cioè Lazio, Veneto, Lombardia e Friuli Venezia Giulia, ha fatto preparare il testo per un riforma storica. L’idea contenuta nel documento è quella di partire per gradi, dando cioè per scontato che obbligare a un inquadramento professionale diverso i tantissimi medici di medicina generale over 55 (oltre la metà dei 40 mila totali) non avrebbe senso. E così la dipendenza obbligatoria riguarderebbe solo i giovani medici, quelli che escono dal percorso di formazione. Tutti gli altri, invece, sarebbero liberi di scegliere se rimanere convenzionati.
La riforma è pensata per dare contenuti a una delle previsioni sanitarie più importanti del Pnrr, quella che chiede la nascita delle Case di Comunità (tra l’altro, ne sono state aperte ancora troppo poche). Si tratta di grandi ambulatori dove dovranno lavorare più specialisti ma anche infermieri, dottori di guardia e appunto medici di famiglia. Senza il passaggio alle dipendenze è però difficile costringere questi professionisti a lasciare lo studio privato per entrare nella Casa di Comunità. Agli assunti invece si potrebbe imporre di lavorare in queste strutture, e nel testo si parla di un massimo di 38 ore alla settimana (che calerebbero se ci sono altre attività da svolgere). Altro punto delicato che è stato affrontato dai tecnici di ministero e Regioni riguarda la possibilità per i cittadini di scegliere il medico di famiglia. Teoricamente, con la dipendenza non si potrebbe fare, ma nella riforma si è previsto che si possa indicare un dottore di fiducia.
In questo modo si cercano di disinnescare le polemiche, sollevate dagli stessi professionisti e pure dei loro assistiti, spaventati da non poter più scegliere chi li cura. Ma la riforma prevede anche di cambiare il sistema di formazione. Oggi per diventare medici di famiglia si fa un tirocinio regionale di tre anni. L’idea sarebbe quella di avviare un percorso di specializzazione universitario, come quello affrontato dai medici ospedalieri.
Anche quest’ultima previsione, come le altre, sembra però destinata ancora una volta a restare sulla carta, i medici di famiglia quasi certamente rimarranno dei convenzionati.