✕

Fumata bianca per la Consulta: eletti i quattro giudici dopo 14 scrutini

Ascolta l'audio

Luciani, Marini, Sandulli e Cassinelli completano il plenum della Corte costituzionale. Regge l’accordo Meloni-Schlein
2 minuti di lettura

ROMA — Un’intesa necessitata. Quasi un patto scorsoio. La Consulta aspettava, il Quirinale osservava da tempo. Così, nonostante resistenze e dubbi che agitano la notte di ampi pezzi di maggioranza, al mattino i partiti serrano i ranghi. E allo scrutinio numero quattordici, dopo quasi 15 mesi di attesa, il Parlamento elegge i quattro giudici costituzionali.

Sono Francesco Saverio Marini, in quota FdI, che da consigliere giuridico della premier, nonché il professore che ha scritto il premierato, è sempre stato il nome più blindato ma a sorpresa diventa anche il meno votato, 500 preferenze; a quota 502 la docente Maria Alessandra Sandulli, figura di giurista condivisa tra maggioranza e opposizione; 503 i voti per Roberto Cassinelli proposto da FI, legale genovese, già deputato e senatore berlusconiano della prima ora, la cui candidatura arriva solo in fondo alla tormentata contesa interna agli azzurri che rischia di paralizzare tutto; mentre il miglior risultato, 505, premia Massimo…

ROMA — Un’intesa necessitata. Quasi un patto scorsoio. La Consulta aspettava, il Quirinale osservava da tempo. Così, nonostante resistenze e dubbi che agitano la notte di ampi pezzi di maggioranza, al mattino i partiti serrano i ranghi. E allo scrutinio numero quattordici, dopo quasi 15 mesi di attesa, il Parlamento elegge i quattro giudici costituzionali.

Sono Francesco Saverio Marini, in quota FdI, che da consigliere giuridico della premier, nonché il professore che ha scritto il premierato, è sempre stato il nome più blindato ma a sorpresa diventa anche il meno votato, 500 preferenze; a quota 502 la docente Maria Alessandra Sandulli, figura di giurista condivisa tra maggioranza e opposizione; 503 i voti per Roberto Cassinelli proposto da FI, legale genovese, già deputato e senatore berlusconiano della prima ora, la cui candidatura arriva solo in fondo alla tormentata contesa interna agli azzurri che rischia di paralizzare tutto; mentre il miglior risultato, 505, premia Massimo Luciani, il costituzionalista, in quota progressisti, e accademico dei Lincei che in Consulta era di casa come avvocato di varie battaglie, l’ultima delle quali — vinta, con i colleghi — contro l’Autonomia differenziata targata Calderoli. «Habemus papam», escono sollevati da Montecitorio i due presidenti delle Camere, La Russa e Fontana. Quest’ultimo scherza e dice una verità: «Ci voleva Mattarella, era qui oggi e abbiamo risolto», il riferimento alla presenza del Capo dello Stato che, nella vicina Sala della Regina, presenta due volumi della collana storica “Fecero la scelta giusta” (per la cronaca: I poliziotti che si opposero al nazifascismo e I poliziotti che soccorsero gli ebrei).

Un via libera su cui si posa la raffica di auguri — per i neo eletti — e accenni di fair play, dopo settimane di scontri infuocati tra destra e sinistra. Per Meloni, ecco la nota in cui “il presidente” esprime «la propria soddisfazione per l’ampio accordo raggiunto tra le forze parlamentari». Schlein registra: «Bene il voto di oggi sulla Corte. L’accordo ha tenuto con grande compattezza, sia dell’opposizione che della maggioranza». Conte, dal M5s, segnala che «noi avevamo le idee più chiare rispetto alle forze di maggioranza che sono arrivate all’ultimo», Bonelli da Avs più esplicito: «L’opposizione ha avuto senso di responsabilità per permettere alla Corte stessa di funzionare. Una responsabilità che non abbiamo visto nella maggioranza, fino all’ultimo».

Sono state infatti le due leader, Meloni e Schlein, a fare quadrato sull’unico punto utile, per tutta la giornata di mercoledì: «non c’è più tempo». La premier a stabilizzare i veti della Lega oltre alla guerra interna a FI, la segretaria dem a portare avanti la trattativa, senza escludere nessuno delle opposizioni. E quando, ormai a notte. il vicepremier Tajani ha capito che FI sarebbe rimasta isolata, con divisioni e tentennamenti che si trascinavano da settimane, il cambio di carta è stato repentino e risolutivo: via Terracciano, l’amministrativista, abilissimo tessitore di rapporti, e dentro Cassinelli, pescato dal parterre di gioviali avvocati berlusconiani. Né poteva reggere l’altro gioco, neanche tanto sotterraneo: tirare la corda con le opposizioni e cercare un mega accordo che portasse i giudici in Consulta e, magari, la Agnes in presidenza Rai. Time out, appunto. L’accordo nell’urna non può non reggere. L’impatto tra governo e opposizione, per un giorno, non lascia scintille ma fumata bianca.

Leggi i commenti