Roma — Solo per il personale inviato a Gjader per fare la guardia al minicarcere che non ha mai ospitato nessuno, fa il conto Gennarino De Fazio della Uil polizia penitenziaria, in quattro mesi sono volati via 320.000 euro. In un anno dalla ratifica del protocollo Italia-Albania i centri sono rimasti aperti quindici giorni tanto che la Medihospes, la società che si è aggiudicata l’appalto da 133 milioni di euro per la loro gestione, ha deciso di licenziare, da domani, la maggior parte dei dipendenti, un centinaio. Un provvedimento, rivelato da “Domani”, davanti al quale il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si limita a ribadire secco: «Non svuoteremo i centri in Albania».
Ma come il governo abbia intenzione di riempirli non è affatto chiaro. «Non ne abbiamo ancora parlato», ammette il ministro degli Esteri Antonio Tajani. L’ipotesi di trasformarli in centri per il rimpatrio di immigrati irregolari presenta non pochi ostacoli giuridici tanto che gli uffici legali del Viminale…
Roma — Solo per il personale inviato a Gjader per fare la guardia al minicarcere che non ha mai ospitato nessuno, fa il conto Gennarino De Fazio della Uil polizia penitenziaria, in quattro mesi sono volati via 320.000 euro. In un anno dalla ratifica del protocollo Italia-Albania i centri sono rimasti aperti quindici giorni tanto che la Medihospes, la società che si è aggiudicata l’appalto da 133 milioni di euro per la loro gestione, ha deciso di licenziare, da domani, la maggior parte dei dipendenti, un centinaio. Un provvedimento, rivelato da “Domani”, davanti al quale il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi si limita a ribadire secco: «Non svuoteremo i centri in Albania».
Ma come il governo abbia intenzione di riempirli non è affatto chiaro. «Non ne abbiamo ancora parlato», ammette il ministro degli Esteri Antonio Tajani. L’ipotesi di trasformarli in centri per il rimpatrio di immigrati irregolari presenta non pochi ostacoli giuridici tanto che gli uffici legali del Viminale e di Palazzo Chigi sono in un’impasse e l’annunciato decreto da portare in consiglio dei ministri lunedì è ancora lontano. E nel governo si fa strada anche la riflessione se invece non sia più conveniente, a questo punto, attendere il verdetto sul decreto Paesi sicuri della Corte di giustizia europea che si riunirà il 25 febbraio.
L’opposizione alza i toni: «Basta, Giorgia Meloni si fermi, c’è un Paese che tra calo di produzione industriale, costo dell’energia e salari bassi richiede risposte, non becera propaganda – attacca la segretaria del Pd Elly Schlein – Con le lettere di licenziamento ai lavoratori dei due centri arriva anche l’ennesima certificazione del fallimento di questa operazione che calpesta i diritti fondamentali e le leggi italiane ed europee».
E proprio la stima sui costi, oltre a scogli giuridici di difficile soluzione, sta consigliando al governo una valutazione attenta dell’opportunità di trasformare i centri di trattenimento per richiedenti asilo in Cpr. Nonostante le rassicurazioni di Piantedosi («Un Cpr in Albania c’è già, non determinerà nessun onere aggiuntivo»), le cose non stano proprio così. La trasformazione dell’intera struttura di Gjader e forse anche di Shengjin in hotspot triplicherebbe i costi di gestione che, nel progetto iniziale, sono stati calcolati su circa 12.000 presenze di migranti all’anno. Un numero reso possibile (sulla carta) solo dal turnover garantito dalle procedure accelerate di frontiera, per le quali nessuno può essere trattenuto più di 28 giorni. Ma nei Cpr le cose vanno diversamente: riuscire a rimpatriare un migrante irregolare è così difficile e serve così tanto tempo che il governo ha allungato da 3 a 18 mesi il periodo di trattenimento. Considerato che nel 2024, l’Italia ha rimpatriato poco più di 5.000 persone, con una rete di 10 Cpr in Italia, anche se lo stesso numero di persone fosse rimpatriato solo dal cpr albanese, il costo per singolo migrante (rispetto alle 12.000 presenze preventivate) aumenterebbe di due volte e mezzo, arrivando dagli attuali 340 euro a testa al giorno fino a 700 euro.
A triplicare sarebbe poi il costo delle spese di viaggio per i rimpatri (il migrante più due poliziotti di scorta) che oggi Frontex stima mediamente in 5.800 euro. Solo che i viaggi sarebbero tre: prima dall’Italia all’Albania, poi la tratta di ritorno perché comunque i voli di rimpatrio devono partire dall’Italia e finalmente dall’Italia al Paese d’origine.
Le opposizioni chiedono al governo di fermare lo spreco di soldi. «La propaganda di Giorgia Meloni si scontra con la realtà. I centri per migranti in Albania, che il governo aveva presentato come un modello, si sono rivelati un colossale fallimento», dice Angelo Bonelli di Avs. «L’atto finale di una farsa che è durata anche troppo», aggiunge Davide Faraone di Italia viva. «I centri in Albania sono ormai le sadiche cattedrali del deserto erette per celebrare il fallimento della propaganda elettorale di Giorgia Meloni», chiosa Riccardo Magi di + Europa.