Roma — «Spero che molte altre regioni seguano l’esempio della Toscana. Soltanto così costringeranno il Parlamento a fare una legge nazionale. Bisogna smuovere l’acqua altrimenti la Politica rimanda, devia, gira la testa dall’altra parte, incurante delle sofferenze delle persone. Senza i miei seimila giorni di tormento prima che la Cassazione dicesse che mia figlia Eluana poteva, legalmente, morire, oggi non ci sarebbe la legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento». Beppino Englaro, 84 anni, risponde al telefono dalla sua casa di Lecco, la voce è forte, lo spirito, come sempre, indomito. «Sono appena uscito da due mesi di ospedale, ma sul diritto del fine vita troverò sempre la forza per non tacere».
Englaro, febbraio per lei è il mese del ricordo.
«Eluana moriva il 9 febbraio del 2009, finalmente libera. Avevo lottato diciassette anni, insieme a mia moglie Saturna, che accanto a quel letto si era ammalata di cancro. Diciassette anni di tortura di stato semplicemente per far ri…
Roma — «Spero che molte altre regioni seguano l’esempio della Toscana. Soltanto così costringeranno il Parlamento a fare una legge nazionale. Bisogna smuovere l’acqua altrimenti la Politica rimanda, devia, gira la testa dall’altra parte, incurante delle sofferenze delle persone. Senza i miei seimila giorni di tormento prima che la Cassazione dicesse che mia figlia Eluana poteva, legalmente, morire, oggi non ci sarebbe la legge sulle Disposizioni anticipate di trattamento». Beppino Englaro, 84 anni, risponde al telefono dalla sua casa di Lecco, la voce è forte, lo spirito, come sempre, indomito. «Sono appena uscito da due mesi di ospedale, ma sul diritto del fine vita troverò sempre la forza per non tacere».
Englaro, febbraio per lei è il mese del ricordo.
«Eluana moriva il 9 febbraio del 2009, finalmente libera. Avevo lottato diciassette anni, insieme a mia moglie Saturna, che accanto a quel letto si era ammalata di cancro. Diciassette anni di tortura di stato semplicemente per far rispettare un diritto costituzionale, già scritto il giorno in cui Eluana ebbe l’incidente. La situazione politica di oggi è purtroppo molto simile a quella di allora».
Era il 18 gennaio del 1992. Eluana fa un testa coda sull’asfalto ghiacciato mentre tornava a casa. Stato vegetativo permanente.
«Eluana ce l’aveva detto, l’aveva detto alle sue amiche, che non sarebbe mai voluta sopravvivere in quelle condizioni, nel caso le fosse accaduto qualcosa. Dal suo calvario è nata la legge che permette a tutti di decidere, in vita, cosa dovranno fare medici e familiari di fronte a casi come quello di mia figlia. Anzi siamo arrivati a nuovi diritti, il suicidio assistito, appunto. Ma oggi, come nel 2009, quando finalmente per Eluana arrivò il via libera per morire, il Parlamento con la maggioranza di Destra, ostacola, mette veti, insabbia in accordo con la Chiesa».
Allora c’era Berlusconi, oggi Giorgia Meloni.
«Meloni, in realtà c’era già allora e si schierò con decisione contro il diritto di Eluana di non soffrire più. Anche la ministra Roccella era in quel governo, ed è presente in questo, il ministro del Welfare era Sacconi. Tentarono di fare un decreto per fermarci, Napolitano non lo firmò. Diffidarono la clinica che avrebbe dovuto accogliere la mia povera figlia, Eluana morì poi in una struttura privata, assistita dal dottor Amato De Monte. Berlusconi disse che pur in stato vegetativo, avrebbe potuto avere dei figli. La vergogna assoluta».
Quindi secondo lei, anche oggi, con questa maggioranza, la legge sul suicidio assistito non vedrà la luce? C’è però la sentenza della Consulta del 2019 che vincola il Parlamento ad agire.
«Figuriamoci. Su Eluana dopo la mia infinita battaglia si pronunciò la Cassazione, dopo la Cassazione la Corte Costituzionale. Faranno una legge soltanto se saranno costretti, perché la maggioranza delle regioni italiane si doterà di una legge sul suicidio assistito. Sa cosa mi ricorda questa situazione? Leonardo Sciascia»
Perché Beppino Englaro? Quale libro di Sciascia?
«C’è una frase, in “Una storia semplice” che davvero ci rappresenta: “Ad un certo punto della vita non è la speranza l’ultima a morire, ma il morire l’ultima speranza”».
Il Paese, però, è culturalmente cambiato, non trova?
«Sì, è indubbio, perché la sofferenza prima o poi tocca tutti, anche chi vota contro l’umanità di poter scegliere un fine vita dignitoso. Per questo bisognerebbe fare una vera campagna affinché gli italiani depositino le proprie dichiarazioni anticipate di trattamento. Prima o poi un testo di legge cercheranno di tirarlo fuori, ma il rischio è che peggiorino la sentenza della Consulta, interpretandola in senso restrittivo».
Le hanno mai chiesto scusa per i 17 anni nei quali Eluana è stata “costretta” a vivere in stato vegetativo?
«Naturalmente no. Ma io sono in pace perché mia figlia è in pace».