CETTIGNE (Montenegro) — Gli chiedono delle minacce russe e Sergio Mattarella risponde con la premessa, non scontata a Mosca, che lo deve alla «libera stampa». Ed è già la risposta alle polemiche di questi giorni, a ben vedere. Quindi, pesando le parole, ricorda che quando l’Ucraina divenne indipendente, all’inizio degli anni Novanta, con il consenso della Russia, Kiev deteneva sul suo territorio un terzo dell’arsenale dell’ex Unione sovietica. «Acconsentì a consegnare alla Russia migliaia di testate nucleari che l’avrebbero messa al sicuro da ogni invasione. Ricevette l’impegno a rispettarne e garantirne l’indipendenza e l’integrità territoriale».
Non è andata così. E con lo spauracchio di quella dotazione forse Putin ci avrebbe pensato due volte prima di occuparla. Questa, per il Quirinale, è la vera replica per Mosca, che attraverso la portavoce del ministero degli esteri russa, Maria Zakharova, l’ha minacciato due volte in pochi giorni. «È il mondo che vorremmo», scandisce. «Basato…
CETTIGNE (Montenegro) — Gli chiedono delle minacce russe e Sergio Mattarella risponde con la premessa, non scontata a Mosca, che lo deve alla «libera stampa». Ed è già la risposta alle polemiche di questi giorni, a ben vedere. Quindi, pesando le parole, ricorda che quando l’Ucraina divenne indipendente, all’inizio degli anni Novanta, con il consenso della Russia, Kiev deteneva sul suo territorio un terzo dell’arsenale dell’ex Unione sovietica. «Acconsentì a consegnare alla Russia migliaia di testate nucleari che l’avrebbero messa al sicuro da ogni invasione. Ricevette l’impegno a rispettarne e garantirne l’indipendenza e l’integrità territoriale».
Non è andata così. E con lo spauracchio di quella dotazione forse Putin ci avrebbe pensato due volte prima di occuparla. Questa, per il Quirinale, è la vera replica per Mosca, che attraverso la portavoce del ministero degli esteri russa, Maria Zakharova, l’ha minacciato due volte in pochi giorni. «È il mondo che vorremmo», scandisce. «Basato sul rispetto degli impegni e della dignità dei singoli Stati».
Inutile, per il resto, aspettarsi un frontale col Cremlino. Non vuole fare alcuna polemica diretta. Avanti col «silenzio sereno» che si è imposto. Un presidente della Repubblica non può mettersi a duellare con una funzionaria. Questa è la posizione assunta da giorni, concordata con la Farnesina. Però formula «l’auspicio che la Russia torni a svolgere un ruolo di rilievo nel rispetto della sovranità di ogni Stato. È un auspicio che ho sempre fatto nel rispetto del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni unite». Come a dire: se Putin la smetterà di calpestare gli Stati liberi potrà riavere l’amicizia dell’Unione europea.
Ma ci si può fidare dello zar? Ora che si profila un negoziato, da cui l’Europa è esclusa? I fatti che il presidente mette in fila — inesorabili e plumbei nella sua storicità — sembrano escluderlo. Putin è uno che non rispetta i patti. Anche Hitler, è il non detto, nel 1938 promise che si sarebbe accontentato dei Sudeti. Poi fu la guerra.
C’è la neve a Cettigne, la vecchia capitale del Montenegro, a quaranta chilometri da Podgorica. Ci si arriva lungo un paesaggio di montagne dure. Non si incontra una casa per tutto il tragitto. Mattarella è in visita di Stato per dare una mano a questo Paese nei Balcani, seicentomila abitanti, indipendente da diciannove anni, che sogna di entrare nell’Unione europea entro il 2028. A mezzogiorno, dopo i colloqui bilaterali, ecco la tanto attesa conferenza stampa. I giornalisti possono fare quattro domande. Il presidente Jakov Milatovic, 38 anni, ringrazia l’Italia «per l’aiuto incommensurabile» che sta fornendo, e a sorpresa elogia Falcone e Borsellino, due miti anche per lui: «Il Montenegro deve fare la lotta alla mafia se vuole esistere come Stato».
Il momento è delicatissimo. L’Europa desolatamente senza bussola. Trump la vuole indebolita, per trattare con i singoli, non con l’istituzione. Il vecchio ordine mondiale in bilico. Le democrazie contestate. Le destre trionfano. Tutti i valori nei quali ha sempre creduto Mattarella sono pesantemente minacciati.
Come finirà a Kiev, gli chiedono. «La posizione dell’Italia è limpida. Ed è la stessa da tre anni. Rispetto del diritto internazionale e della sovranità di ogni Stato. L’auspicio è che si raggiunga una pace giusta in Ucraina e che non sia fittizia o fragile», ragiona all’indomani del vertice di Parigi, che ha visto undici leader europei riunirsi per provare a delineare una strategia unitaria da contrapporre alla diarchia Trump-Putin. Ma anche qui: con troppe divisioni. Con la nostra premier che guarda più a Washington che a Bruxelles. E chissà se la Nato reggerà. «Sì, risponde il presidente. «È nata decenni addietro, ha una storia robusta e non c’è nulla che può incrinare questo legame, non ho timore. Non vi è pericolo».
Poi inaugura la mostra «Montenegro e Italia: incontro di due popoli», che offre i materiali d’archivio del matrimonio tra Vittorio Emanuele terzo e la regina Elena Petrovic-Njegos, principessa del Montenegro. «Sono lieto di avere fatto tornare in Italia la salma, per essere ospitata in un santuario italiano», racconta il Capo dello Stato. Qui la Russia non è lontana. E i Balcani guardano a noi.