Meloni capofila del no all’invio di soldati: “Agiamo con gli Usa”
dal nostro inviato Lorenzo De CiccoLa premier Giorgia Meloni con il presidente francese Emmanuel Macron
PARIGI — Intabarrata in un cappottone bianco, temperatura ghiacciata, Giorgia Meloni varca i cancelli dell’Eliseo con la faccia di chi, a questo vertice parigino, non avrebbe proprio voluto esserci. Concetto che la premier ribadirà a porte chiuse, davanti agli altri leader europei e soprattutto davanti al padrone di casa, Emmanuel Macron. Meloni è l’ultima ad arrivare al 55 di Rue du Faubourg Saint-Honoré, con un’ora di ritardo. Così ad accoglierla, sullo scalone del palazzo presidenziale, non trova il capo della République, ma il funzionario responsabile del protocollo, Frédéric Billet. Stretta di mano, sorriso stirato a favore dei fotografi, per un nanosecondo.
Dentro, nella residenza che fu di madame de Pompadour, Meloni …
PARIGI — Intabarrata in un cappottone bianco, temperatura ghiacciata, Giorgia Meloni varca i cancelli dell’Eliseo con la faccia di chi, a questo vertice parigino, non avrebbe proprio voluto esserci. Concetto che la premier ribadirà a porte chiuse, davanti agli altri leader europei e soprattutto davanti al padrone di casa, Emmanuel Macron. Meloni è l’ultima ad arrivare al 55 di Rue du Faubourg Saint-Honoré, con un’ora di ritardo. Così ad accoglierla, sullo scalone del palazzo presidenziale, non trova il capo della République, ma il funzionario responsabile del protocollo, Frédéric Billet. Stretta di mano, sorriso stirato a favore dei fotografi, per un nanosecondo.
Dentro, nella residenza che fu di madame de Pompadour, Meloni non trattiene le sue riserve su questo summit ristretto. Ne smonta subito la portata, secondo fonti italiane, parlando di «conclusioni interlocutorie, come non potrebbe essere altrimenti, considerato il formato». Se è montata sull’aereo di Stato per raggiungere Parigi, è il senso del suo ragionamento, è solo perché solo così avrebbe potuto portare il punto di vista dell’Italia. Ma restano «le mie perplessità - mette a verbale la premier - riguardo un formato che esclude molte nazioni, a partire da quelle più esposte al rischio di estensione del conflitto». Come i paesi baltici, al confine con la Russia. Stati che bisognerebbe «includere, come sarebbe opportuno in una fase storica come questa. Anche perché la guerra in Ucraina l’abbiamo pagata tutti».
Non è l’unico punto di attrito del summit, visto dal lato italiano. Meloni affronta ovviamente la questione più dibattuta dalle cancellerie europee, il possibile dispiegamento di una forza di peacekeeping al confine tra Ucraina e Russia, una volta cessate le ostilità. Per Meloni l’ipotesi «che prevede il dispiegamento di soldati europei in Ucraina è la più complessa e forse la meno efficace. E anche su questo ho espresso le perplessità dell’Italia». Per la premier andrebbero «esplorate altre strade». Quali? Non lo dice espressamente, ma secondo fonti italiane tra le ipotesi caldeggiate dalla premier ci sarebbe quella di estendere a Kiev l’articolo 5 della Nato, come scudo contro future invasioni da parte di Mosca, ma senza portare l’Ucraina direttamente sotto l’ombrello dell’alleanza atlantica. In ogni caso, per l’inquilina di Palazzo Chigi, è essenziale «il coinvolgimento anche degli Stati Uniti, perché è nel contesto euro-atlantico che si fonda la sicurezza europea e americana».
Davanti ai colleghi, perlopiù critici nei confronti delle sortite della nuova amministrazione Usa, Meloni invece esibisce una lettura opposta. Parla di generiche «sferzate sul ruolo dell’Europa», paragonando gli interventi del presidente Trump e del suo vice Vance a «considerazioni già fatte da importanti personalità europee» nei mesi passati. Non cita Mario Draghi, ma il riferimento sembra chiaro. Per Meloni quella della Casa bianca non sarebbe altro che «una sfida ad essere più concreti». E la difesa dei confini, della sicurezza, va realizzata «non perché ce lo chiedono gli americani, ma perché sono i nostri cittadini a farlo».
Davanti ai principali leader europei, Meloni insiste nella difesa del presidente americano. «Questo non è un formato anti-Trump, tutt’altro», scandisce. E sembra una risposta anche all’Ungheria di Viktor Orbàn, che tramite il ministro degli Esteri aveva definito proprio così il summit parigino. Per Meloni invece «gli Stati Uniti lavorano alla pace in Ucraina e noi dobbiamo fare la nostra parte». Difende pure JD Vance, che col suo discorso di Monaco ha agitato tanti governi del Vecchio continente: Meloni rivendica invece di «condividere il senso delle sue parole, ho espresso concetti simili da molto tempo». Ultima ad arrivare, la premier è anche l’ultima a uscire. Quando tutti i big europei sono già sulle berline, resta qualche minuto faccia a faccia con Macron. Un chiarimento, dopo un vertice teso (e una vigilia ancor più aspra)? Le distanze sembrano restare marcate. Ma le président poi l’accompagna fino all’automobile, baci e abbracci.