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Roberto Jucci, i 99 anni del generale dagli occhi di ghiaccio

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Festeggiato dal vertice dell’Esercito: dal caso Moro a Gheddafi, è stato l’uomo delle missioni più segrete
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Quando è entrato per la prima volta in quei corridoi strettamente sorvegliati, la Guerra Fredda scandiva le sorti dell’Europa. Ci è tornato mezzo secolo dopo, mentre il mondo vive qualcosa di molto simile ma il tempo per lui sembra scorrere a una velocità diversa: ieri il generale Roberto Jucci infatti è stato accolto dallo Stato maggiore dell’Esercito per festeggiare il suo novantanovesimo compleanno. Ha guidato l’intelligence militare negli anni più cupi della Prima Repubblica, contribuendo a gestire i momenti più drammatici della nostra storia: tra questi, il sequestro Moro e il dirottamento dell’Achille Lauro. “Il mio più grande rammarico sul caso Moro – ha dichiarato un anno fa in una lunga intervista a Repubblica - è quello di non avere capito che venivo strumentalizzato. Nel senso che mi avevano messo nell’angolo e mandato via da Roma per non vedere e non operare…».

Quando è entrato per la prima volta in quei corridoi strettamente sorvegliati, la Guerra Fredda scandiva le sorti dell’Europa. Ci è tornato mezzo secolo dopo, mentre il mondo vive qualcosa di molto simile ma il tempo per lui sembra scorrere a una velocità diversa: ieri il generale Roberto Jucci infatti è stato accolto dallo Stato maggiore dell’Esercito per festeggiare il suo novantanovesimo compleanno. Ha guidato l’intelligence militare negli anni più cupi della Prima Repubblica, contribuendo a gestire i momenti più drammatici della nostra storia: tra questi, il sequestro Moro e il dirottamento dell’Achille Lauro. “Il mio più grande rammarico sul caso Moro – ha dichiarato un anno fa in una lunga intervista a Repubblica - è quello di non avere capito che venivo strumentalizzato. Nel senso che mi avevano messo nell’angolo e mandato via da Roma per non vedere e non operare…».

Poi è stato comandante generale dei carabinieri nell’ultima fase della lotta al terrorismo, varando una modernizzazione dell’Arma. Dopo il congedo ha collaborato con Raul Gardini nella Montedison e con Romano Prodi nell’Iri; è stato commissario di governo per l’emergenza idrica in Sicilia – “L’unica missione che non ho potuto portare a termine, ma forse non volevano che ci riuscissi” – e per la bonifica del Sarno. Un servitore dello Stato, rispettato da tutti i premier: da Francesco Cossiga a Giulio Andreotti, da Giovanni Spadolini a Bettino Craxi, da Silvio Berlusconi a Prodi. L’ultima sua fatica è stata la commissione per la riforma dei servizi segreti, da cui è scaturito l’attuale assetto degli apparati di sicurezza.Il “generale dagli occhi di ghiaccio” era una figura rispettata e temuta ovunque.

All’estero ha condotto attività da brivido: ha trattato con il colonnello Gheddafi che aveva appena preso il potere a Tripoli; ha aperto un canale riservato di comunicazione tra Cina e Usa nei primi anni Settanta; ha guidato la fuga in Occidente del più importante disertore degli 007 del Patto di Varsavia; ha addirittura studiato un piano alternativo per la liberazione degli ostaggi americani dell’ambasciata di Teheran. Jucci ricorda tutto, con una memoria minuziosa fin nei dettagli: «Non ho mai preso un singolo foglio riservato dagli uffici che ho guidato. Ho tutto qui, nella mia testa». Ieri ha parlato a braccio, in piedi davanti al vertice dell’Esercito, ripercorrendo i suoi trascorsi nell’Ufficio Piani: il reparto più delicato, che preparava le attività in caso di conflitto.

E l’attuale capo di Stato maggiore, il generale Carmine Masiello, lo ha accompagnato di persona a rivedere la stanza dove prestava servizio tanti decenni fa: c’è rimasta solo l’antica cassaforte dove venivano custoditi i piani di battaglia dell’armata regia. Visibilmente commosso, ha accettato un dono che simboleggia il suo servizio: lo spadino dei cadetti. Lui ha completato l’accademia nel 1944, dopo avere camminato dieci giorni dall’Abruzzo alla Puglia all’indomani dell’8 settembre per sfuggire ai rastrellamenti tedeschi. Quell’esperienza continua a ispirarlo: dopo avere preso la tessera del Partito d’Azione, ha sempre creduto nella difesa delle istituzioni repubblicane e democratiche. Un ufficiale d’altri tempi, che resta un modello per il presente.

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