Un sussurro, al momento della lettura della sentenza: «Vergogna». Poi la voce si fa alta, sul volto appare un ghigno, sarcastico, da offrire alle telecamere appena fuori dall’aula di udienza: «Non mi dimetto! Speriamo ci sia un giudice a Berlino». Il sottosegretario Andrea Delmastro è stato appena condannato a otto mesi di carcere, un anno di sospensione dai pubblici uffici, quando comincia a suonare lo spartito del complotto. «Lo sapevo che sarebbe andata a finire così» dice agli amici che lo chiamano appena salito in auto, subito dopo la lettura della sentenza. «Tutto il collegio era di Magistratura democratica, l’unico non iscritto alla corrente è stato fatto fuori nel corso del processo. Come poteva andare a finire?».
Eppure il sottosegretario nel corso della giornata aveva sperato in un esito diverso. Mentre gli avvocati della parte civile – i deputati del Pd che avevano fatto visita all’anarchico Alfredo Cospito – chiedevano la condanna di Delmastro, lui era fuori nel parcheggio a fumare nervosamente. Salutava amici che gli venivano a offrire la solidarietà, parlava al telefono: «La Procura ha chiesto l’assoluzione. È una buona notizia», diceva, scherzando sul fatto che le parti civili avessero chiesto un risarcimento di pochi euro. Gli dicono che Rainews ha dato la notizia della sua assoluzione, risponde con uno scongiuro. Nessuna dichiarazione ufficiale, «aspettiamo la sentenza» ripete nel suo su e giù tra l’aula e il cortile, per le sigarette e il telefono. Fino alle 17,15 quando i giudici chiudono la camera di consiglio dopo quasi due ore e tornano in aula. La faccia è distesa. Sistema il nodo della cravatta, entra la Corte, il presidente comincia la lettura del dispositivo: cita subito l’articolo 533 del codice di procedura penale, significa che sta per leggere una sentenza di condanna. Delmastro è un penalista, lo sa, abbassa gli occhi, cambia espressione, guarda il suo avvocato, stringe i pugni, sta per cominciare un’altra storia.
Questa: «Una sentenza politica!», scrive Delmastro, un’ora dopo, in un post pieno di punti esclamativi che raccontano la postura che lui e il governo hanno scelto. «Le sentenze non si commentano, ma quelle politiche si commentano. E questa sentenza si commenta da sola. Dopo che l’accusa ha chiesto per tre volte l’assoluzione, arriva una condanna fondata sul nulla» dice.
Insiste molto Delmastro su questo punto. Lo fa anche fuori dall’aula: «La mia posizione è quella della procura, che ha chiesto l’assoluzione» ripete, dimenticando che sta parlando della stessa procura attaccata, in maniera violenta, qualche settimana fa dalla presidente del consiglio per la vicenda Almasri. Come a dire: male quando ci indagano. Bene quando chiedono le assoluzioni.
Delmastro ripete ossessivamente ai suoi che la circostanza che i giudici del collegio siano di Md (circostanza in realtà tutta da verificare: le cose non starebbero esattamente così) è tutt’altro che neutra. «Vogliono dire che le riforme si devono fermare? Hanno sbagliato indirizzo. Vogliono dire che il Pd non si tocca? Hanno sbagliato indirizzo» scrive.
Delmastro è più che un sottosegretario. È l’avvocato della premier Meloni. È un uomo del cerchio magico, un intoccabile: l’ex capo del Dap, il magistrato Giovanni Russo, ha scelto di andare via perché non c’era feeling con lui. Al ministero della Giustizia non c’è foglia che si possa muovere senza che lui, o la potente capa di gabinetto di Carlo Nordio, la “ministra” Giusi Bartolozzi, dicano di sì. In questi mesi Delmastro ha avuto scivolate pericolose ma mai è stato lasciato cadere: era alla festa di Capodanno in cui la pistola del deputato Pozzolo sparò accidentalmente al genero del suo capo scorta. Ha speso frasi che hanno alzato polveroni: «Provo gioia all’idea di far sapere che non lasciamo respirare chi sta dietro il vetro oscurato» ha detto, per esempio, alla presentazione di una nuova macchina della Penitenziaria parlando dei detenuti.
«Ora avanti con le riforme per consegnare ai nostri figli una giustizia diversa», ha scritto ieri dopo la sentenza. «Io non ho tradito i miei ideali: ho difeso il carcere duro verso terroristi e mafiosi. Io non ho tradito!». C’è chi gli ricorda, sui social, che sembra una citazione di una poesia scritta da Gino Bonola, capitano della Rsi, spesso citata da una certa destra. Ma Delmastro si rifugia in Brecht. «Aspetto trepidante le motivazioni per fare appello. Cerco un giudice a Berlino».