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Delmastro condannato a otto mesi: rivelò notizie segrete su Cospito

Andrea Delmastro in aula con l’avvocato Andrea Milani 

 

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Sentenza di primo grado contro il sottosegretario alla Giustizia per il caso Cospito: il tribunale di Roma ribalta la tesi della procura che aveva chiesto l’assoluzione per mancanza dell’elemento soggettivo del reato
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«Otto mesi di reclusione». Nell’aula ottava collegiale del Tribunale di Roma cala il gelo. Il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, non se l’aspettava. La sentenza riguarda la rivelazione di segreto d’ufficio e prevede anche un anno di interdizione dai pubblici uffici, misura che diventerà effettiva solo in caso di condanna definitiva. Per i giudici, Delmastro ha violato un principio cardine dell’ordinamento: la riservatezza delle informazioni istituzionali.

Forse l’iniziale ottimismo dell’esponente FdI era legato alla richiesta di assoluzione avanzata dalla procura, rappresentata dal pm Paolo Ielo, che aveva escluso la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato. In termini giuridici, ciò significa che mancava la consapevolezza o l’intenzione di commettere un illecito, condizione essenziale per configurare il dolo. Una tesi che il giudice per le indagini preliminari aveva già respinto, negando l’archiviazione.

Tutto inizia il 31 gennaio 2023, quando, alla Camera, Gio…

«Otto mesi di reclusione». Nell’aula ottava collegiale del Tribunale di Roma cala il gelo. Il sottosegretario alla Giustizia, Andrea Delmastro, non se l’aspettava. La sentenza riguarda la rivelazione di segreto d’ufficio e prevede anche un anno di interdizione dai pubblici uffici, misura che diventerà effettiva solo in caso di condanna definitiva. Per i giudici, Delmastro ha violato un principio cardine dell’ordinamento: la riservatezza delle informazioni istituzionali.

Forse l’iniziale ottimismo dell’esponente FdI era legato alla richiesta di assoluzione avanzata dalla procura, rappresentata dal pm Paolo Ielo, che aveva escluso la sussistenza dell’elemento soggettivo del reato. In termini giuridici, ciò significa che mancava la consapevolezza o l’intenzione di commettere un illecito, condizione essenziale per configurare il dolo. Una tesi che il giudice per le indagini preliminari aveva già respinto, negando l’archiviazione.

Tutto inizia il 31 gennaio 2023, quando, alla Camera, Giovanni Donzelli, deputato di Fratelli d’Italia e vicepresidente del Copasir, accusa il Pd di legami ambigui con ambienti anarchici e mafiosi. L’attacco è rivolto a quattro parlamentari dem — Debora Serracchiani, Walter Verini, Silvio Lai e Andrea Orlando — che pochi giorni prima avevano visitato Alfredo Cospito, anarchico in sciopero della fame contro il 41 bis, nel carcere di Sassari. Donzelli li accusa di sostenere chi vuole indebolire il carcere duro e, per rafforzare la sua tesi, svela il contenuto di relazioni riservate della polizia penitenziaria.

La polemica scoppia immediatamente. Il Pd contesta a Donzelli la violazione del segreto d’ufficio e chiede chiarimenti sulla provenienza delle informazioni. Il giorno dopo, Donzelli ammette di averle ricevute dal sottosegretario Delmastro, suo collega di partito, con cui condivide l’appartamento a Roma.

A metà febbraio 2023, il ministro della Giustizia Carlo Nordio interviene in Parlamento per placare le tensioni, sostenendo che i documenti non erano coperti da segreto. Tuttavia, non dissipa i dubbi sulla loro divulgazione. Le opposizioni non arretrano e chiedono le dimissioni di entrambi i parlamentari. Il deputato Angelo Bonelli (Avs) presenta un esposto alla Procura di Roma, che apre un fascicolo per rivelazione e utilizzazione di segreti d’ufficio.

Le indagini fanno emergere nuovi dettagli. Il 29 gennaio 2023, due giorni prima dell’intervento di Donzelli alla Camera, Delmastro, nella sua veste di sottosegretario con delega al Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), esercita la sua prerogativa istituzionale e contatta il capo del Dap, Giovanni Russo, per ottenere i documenti richiesti. Tale richiesta rientra nelle sue facoltà, ma le relazioni ottenute erano classificate come “a limitata divulgazione”, quindi non accessibili al pubblico né utilizzabili in un dibattito parlamentare.

Dopo mesi di indagini, il 22 maggio 2023, la procura chiede l’archiviazione, ritenendo che non vi fosse dolo nella condotta di Delmastro. Tuttavia, il giudice per le indagini preliminari respinge la richiesta e dispone il rinvio a giudizio. Il processo si apre nell’autunno del 2024 e arriva rapidamente a sentenza con il verdetto pronunciato ieri. Una decisione che pesa sugli equilibri della maggioranza.

La difesa di Delmastro, affidata agli avvocati Giuseppe Valentino e Andrea Milani, ha sostenuto che la classificazione “a limitata divulgazione” non equivale a segreto di Stato e che il sottosegretario non aveva intenzione di violare la legge. Secondo i legali, le informazioni erano già note e la loro diffusione non ha causato danni. Le parti civili — i quattro parlamentari dem — rappresentate dai penalisti Mitja Gialuz, David Ermini e Federico Olivo hanno invece ribadito che Delmastro fosse consapevole della riservatezza degli atti.

Le motivazioni della sentenza saranno depositate tra 90 giorni. Il tribunale ha concesso a Delmastro il beneficio della sospensione condizionale della pena e la non menzione nel casellario giudiziale. Inoltre, ha rigettato la richiesta di risarcimento avanzata dalle parti civili: cinque euro per ciascun dei quattro parlamentari del Pd.

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