ROMA - La reazioni del governo alla condanna Delmastro? Nello Rossi, mente storica di Magistratura democratica, già giudice di Cassazione e aggiunto a Roma, non frena una parola: «Selvagge». Spiega: «La modalità trumpiana nei riguardi dei magistrati comincia a contare a Roma su ottimi epigoni, questo mi sembra un fatto nuovo». In pensione dal 2018, Rossi è direttore della rivista on line Questione giustizia promossa da Md, gruppo della sinistra delle toghe. E qui affronta, attraverso i tanti nodi – separazione delle carriere, vicenda migranti, caso Almasri, attacchi a Lo Voi – ciò che sembra turbarlo di più: «Dopo ogni aggressione, dopo ogni affondo, i giudici tornano a fare il loro lavoro di fronte a cittadini che li osservano come presunti nemici. Sta accadendo ogni giorno. Con quali rischi? A vantaggio di chi?»
Dottor Rossi, lei ha indossato la toga per 41 anni. Che idea ha sul fatto che un sottosegretario e avvocato, come Delmastro, non sapesse di aver divulgato atti “a limitata …
ROMA - La reazioni del governo alla condanna Delmastro? Nello Rossi, mente storica di Magistratura democratica, già giudice di Cassazione e aggiunto a Roma, non frena una parola: «Selvagge». Spiega: «La modalità trumpiana nei riguardi dei magistrati comincia a contare a Roma su ottimi epigoni, questo mi sembra un fatto nuovo». In pensione dal 2018, Rossi è direttore della rivista on line Questione giustizia promossa da Md, gruppo della sinistra delle toghe. E qui affronta, attraverso i tanti nodi – separazione delle carriere, vicenda migranti, caso Almasri, attacchi a Lo Voi – ciò che sembra turbarlo di più: «Dopo ogni aggressione, dopo ogni affondo, i giudici tornano a fare il loro lavoro di fronte a cittadini che li osservano come presunti nemici. Sta accadendo ogni giorno. Con quali rischi? A vantaggio di chi?»
Dottor Rossi, lei ha indossato la toga per 41 anni. Che idea ha sul fatto che un sottosegretario e avvocato, come Delmastro, non sapesse di aver divulgato atti “a limitata divulgazione”?
«Ognuno ha le sue letture, e i giuristi stessi di rado giungono a conclusioni unanimi. Ma che il sottosegretario non avesse compreso la natura di quegli atti e li avesse “inconsapevolmente” passati al collega per consentirgli di imbastire una polemica politica mi è sembrato incredibile».
Per questo la condanna? La premier si è detta: sconcertata.
«È un fatto che la tesi, assai peregrina, della “ignoranza” di Delmastro non ha convinto né il gip né il tribunale. Meglio, allora, aspettare di leggere le ragioni della decisione che lanciarsi in dichiarazioni di preventivo e pregiudiziale “sconcerto».
Ci stiamo abituando al fatto che le massime istituzioni indichino come nemici “politici” i giudici che emettono una sentenza sgradita?
«Muovere sistematicamente l’infamante accusa di parzialità contro tutti gli autori di decisioni sgradite – o pm, o giudice penale o quello civile - è il modo con cui certa politica avanza pretese di immunità e di obbedienza».
Fa bene l’Anm a replicare punto su punto? O ingenera l’idea dello scontro permanente?
«No, occorre replicare punto per punto, con instancabile ragionevolezza. Perché dimostrare la pretestuosità delle accuse è diventato un dovere intellettuale e morale di quanti hanno a cuore la salute della Repubblica».
Il caso Delmastro non contraddice lo slogan: “pm e giudici si mettono d’accordo su tutto, separiamoli”?
«Difatti è una sciocca e ingannevole vulgata riproposta da anni, nonostante sia smentita dalle statistiche delle assoluzioni, e dall’esito di processi di grande rilevanza nei quali sono state respinte le impostazioni delle più importanti Procure del paese».
Il 5 marzo la giunta dell’Anm incontrerà la premier per discutere della separazione delle carriere. Secondo lei, fin dove è possibile una mediazione?
«Posso rispondere da semplice cittadino che ha fatto il magistrato. Innanzitutto l’Anm non è un sindacato, a differenza di quanto si dica di solito per sintesi giornalistica: quindi non può contrattare o fare concessioni su principi e valori della giurisdizione che non appartengono ai magistrati ma ai cittadini. Detto questo, se una reale apertura vi fosse, mantenere il Csm unito sarebbe un dato positivo. Mentre insistere con il sorteggio anche in forma temperata per i componenti dei nuovi organi significa solo far rinascere corporazioni e gerarchie. Dopodiché ragionare, dialogare, confrontarsi è il modo di essere naturale per una realtà riflessiva come la magistratura».
Sui migranti, aver trasferito ai giudici asseritamente meno ‘ostili’ tutte le convalide, con nuovi dinieghi e contraccolpo politico, che scelta è stata?
«Troppo impulsiva e perciò grossolana. Mi ha ricordato la canzone di De Andrè: “ Una volta un giudice come me giudicò chi gli aveva dettato la legge, prima cambiarono il giudice e subito dopo la legge…».
Lei ha vissuto gli anni delle leggi ad personam, dello scontro con l’anomalia berlusconiana. Siamo andati ben oltre?
« Sì, come cittadino sono preoccupato dal martellamento incessante cui è sottoposta da anni la magistratura e dalla furia distruttiva che anima una parte della politica nei confronti della giurisdizione. Vedo che la modalità trumpiana ha ottimi epigoni. Si tenta di sminuirne il ruolo di garanzia dei diritti in nome del comando e della primazia assoluta della politica. Anche a costo di uscire dalla cornice dello Stato costituzionale di diritto».
Lei è stato procuratore aggiunto a Roma: cosa pensa del trattamento cui è stato sottoposto Lo Voi? Il caso Almasri poteva essere gestito in altro modo, persino contemplando la ragion di Stato?
«Le reazioni all’operato di Lo Voi sono state paradossali, Dopo anni di critiche allo strapotere dei pm si è preteso che il procuratore della Repubblica – che certo non è un passacarte, ma era privo per legge di ogni possibilità di autonoma verifica dei fatti denunciati che non apparivano totalmente inverosimili - cestinasse sic et simpliciter la denuncia di Li Gotti. Attribuendosi una impropria discrezionalità politica, totalmente diversa dalla discrezionalità fisiologica e dalla discrezionalità investigativa esercitate nei procedimenti ordinari».
Cosa pensa di silenzi e contraddizioni sulla vicenda Paragon, lo spionaggio di giornalisti e attivisti?
«Il solo fatto che ad oggi, su una vicenda inquietante, non si sia riusciti ad avere spiegazioni, non rassicura sulla tenuta delle istituzioni».
Sembra evidente che se lei fosse ancora in magistratura, il 27 febbraio, aderirebbe allo sciopero.
«Ricordiamo però che lo sciopero dei magistrati si svolge con modalità che garantiscono tutte le attività urgenti ed essenziali della giustizia, ed è essenzialmente un messaggio inviato all’opinione pubblica».
Ma molti cittadini non capiscono il significato dell’astensione, vista come una chiusura corporativa. Se dovesse spiegare il senso dello sciopero a un comune cittadino?
«Direi che con questa azione i magistrati stanno dicendo ai cittadini : se la riforma costituzionale del Csm e delle carriere dei magistrati renderà la giustizia italiana più debole, più esposta ai condizionamenti della politica e dei potenti, non dite che non vi avevamo avvertito. Lo abbiamo fatto con uno sciopero nella forma più aperta e solenne che potevamo. Ed è esattamente con questo spirito oggi che mi asterrei anch’io, se avessi ancora l’onore di lavorare per la Repubblica».