Roma — Nessuna perquisizione, nessun sequestro di documenti. Nessuna copia dei cellulari. Il generale libico, Osama Almasri, accusato di omicidi, torture e crimini contro l’umanità, non solo è stato scarcerato dall’Italia. Ma è stato trattato come un fantasma: nessun effetto personale è stato trattenuto e inviato alla Corte penale internazionale. «Compromettendo così la possibilità della Cpi di indagare sulla situazione in Libia in modo più ampio. E di ricostruire la rete di potenziali complici e di risorse finanziarie di Almasri».
L’accusa è contenuta nell’atto con cui il procuratore dell’Aia Karim Khan ha deferito l’Italia davanti all’Assemblea degli stati membri e al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Non è un punto qualsiasi. Ma la prova che la scarcerazione di Almasri non solo ha messo l’Italia contro la Corte penale internazionale per una questione giuridica e politica: il mancato rispetto del trattato di Roma, il non riconoscimento di un organismo internazionale. Ma, s…
Roma — Nessuna perquisizione, nessun sequestro di documenti. Nessuna copia dei cellulari. Il generale libico, Osama Almasri, accusato di omicidi, torture e crimini contro l’umanità, non solo è stato scarcerato dall’Italia. Ma è stato trattato come un fantasma: nessun effetto personale è stato trattenuto e inviato alla Corte penale internazionale. «Compromettendo così la possibilità della Cpi di indagare sulla situazione in Libia in modo più ampio. E di ricostruire la rete di potenziali complici e di risorse finanziarie di Almasri».
L’accusa è contenuta nell’atto con cui il procuratore dell’Aia Karim Khan ha deferito l’Italia davanti all’Assemblea degli stati membri e al Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite. Non è un punto qualsiasi. Ma la prova che la scarcerazione di Almasri non solo ha messo l’Italia contro la Corte penale internazionale per una questione giuridica e politica: il mancato rispetto del trattato di Roma, il non riconoscimento di un organismo internazionale. Ma, si scopre ora, ha creato anche un danno “grande” alle indagini in futuro, garantendo secondo i magistrati dell’Aia un salvacondotto ad altri criminali libici, proprio quei trafficanti di donne e uomini a cui la premier Giorgia Meloni aveva promesso di dare la caccia nel globo terracqueo.
In queste ore al ministero della Giustizia stanno lavorando per organizzare la memoria difensiva che dovrà essere inviata, entro il 17 marzo, alla Corte. Le prime risposte che erano state già mandate nei giorni scorsi evidentemente non hanno fatto breccia all’Aia come dimostra proprio l’atto di accusa firmato da Khan.
Che mette in dubbio anche la decisione della Corte di appello di Roma di scarcerare Almasri, in mancanza dell’interlocuzione con il ministero della Giustizia. «La mediazione per l’arresto provvisorio – scrive – non è richiesta. Perché il ministro non ha discrezionalità nel decidere se trasmettere o meno la richiesta della Corte al procuratore generale». In sostanza la Cpi dice, a proposito di quanto dichiarato dallo stesso Nordio in Parlamento, che avrebbe dovuto ricoprire il ruolo di “passacarte”. E che soltanto dopo aver confermato l’arresto, l’Italia poteva iniziare un contraddittorio con la Corte. Secondo L’Aia non tiene nemmeno la questione degli errori formali contenuti nel primo provvedimento di fermo, evocata in più occasioni come causa della scarcerazione del generale libico dal ministro della Giustizia. «Le piccole correzioni al mandato di arresto decise dalla Camera il 24 gennaio non “cambiano metà della struttura” del mandato di arresto» come invece aveva segnalato l’Italia nella sua risposta. «Né rendono - scrive ancora la Cpi - nullo e non valido il mandato di arresto emesso il 18».
Come si diceva, l’Italia ha ora venti giorni di tempo per depositare le risposte. Il dibattito più che tecnico sembra politico: in un primo momento si era deciso di andare al contrattacco, puntando sul solito «complotto» e sui motivi che avrebbero spinto la Corte a emettere il mandato solo quando Almasri, che nelle due settimane precedenti aveva girato per l’Europa, stava partendo per l’Italia. Negli ultimi giorni c’è chi sta spingendo, invece, per una soluzione più soft, quasi diplomatica, nella speranza di non avere una sanzione troppo importante dall’Assemblea degli stati. Un caso che per l’Italia non ha precedenti.