Le resistenze non sono mancate. Il timore di Forza Italia, soprattutto, ma anche della Lega, consiste nel rischio di «smontare», così dicono, «l’intera riforma» che prevede la separazione delle carriere tra funzione giudicante e requirente. Nel giorno dello sciopero dell’Associazione nazionale magistrati, Giorgia Meloni convoca un vertice per decidere quali saranno le prossime mosse in tema di giustizia. La premier vuole aprire al dialogo e vuol concedere alle toghe, che di recente hanno cambiato i vertici spostandosi più a destra, anche qualche modifica al provvedimento adesso in discussione al Senato.
Antonio Tajani e Matteo Salvini, ma anche il guardasigilli Carlo Nordio, non sono convinti. Per i leghisti, a tarda sera, parla infatti con toni molto duri la deputata Simonetta Matone: «Lo sciopero dell’Anm è un’offesa all’Italia. La Costituzione ci insegna che la sovranità appartiene al popolo e che la Repubblica è fondata sul lavoro. Le toghe che usano la Carta per attaccare il gov…
Le resistenze non sono mancate. Il timore di Forza Italia, soprattutto, ma anche della Lega, consiste nel rischio di «smontare», così dicono, «l’intera riforma» che prevede la separazione delle carriere tra funzione giudicante e requirente. Nel giorno dello sciopero dell’Associazione nazionale magistrati, Giorgia Meloni convoca un vertice per decidere quali saranno le prossime mosse in tema di giustizia. La premier vuole aprire al dialogo e vuol concedere alle toghe, che di recente hanno cambiato i vertici spostandosi più a destra, anche qualche modifica al provvedimento adesso in discussione al Senato.
Antonio Tajani e Matteo Salvini, ma anche il guardasigilli Carlo Nordio, non sono convinti. Per i leghisti, a tarda sera, parla infatti con toni molto duri la deputata Simonetta Matone: «Lo sciopero dell’Anm è un’offesa all’Italia. La Costituzione ci insegna che la sovranità appartiene al popolo e che la Repubblica è fondata sul lavoro. Le toghe che usano la Carta per attaccare il governo non l’hanno mai letta o non l’hanno capita». Anche Sergio Rastrelli di Fratelli d’Italia sostiene che «la sollevazione sia un arroccamento corporativo».
Diverso invece l’approccio della premier che ha recepito i segnali arrivati dal Colle negli ultimi tempi. Al tavolo ha convocato anche il sottosegretario Alfredo Mantovano, il leader di Noi moderati Maurizio Lupi, il presidente della commissione Affari costituzionali della Camera Nazario Pagano, e quelli delle commissioni Giustizia di Camera e Senato, Ciro Maschio e Giulia Bongiorno. Una riunione ufficialmente finalizzata a preparare l’incontro con le Camere penali e con l’Anm in programma il 5 marzo.
I margini di intervento sul testo, che ha superato il primo dei quattro passaggi parlamentari, non sono ampli. E questa è la premessa da cui è partita la stessa Meloni a inizio vertice, anche per rassicurare i suoi due vice. Ma qualcosa va concessa anche per dare un segnale di discontinuità rispetto al passato, rispetto a quando l’associazione delle toghe era più barricadera. O comunque, secondo la premier, un tentativo di dialogo va fatto.
Alla fine riesce a convincere i suoi interlocutori, Forza Italia e Lega. Tanto che Tajani, qualche ora dopo la fine del vertice, smorzerà i toni: «La riforma non si tocca? Vediamo, ascoltiamo l’Anm e gli avvocati. Lo sciopero? Legittimo ma è un danno al Paese, la giustizia lenta danneggia il Pil». E garantisce: «Nessuno vuole mettere le toghe sotto il controllo del governo».
Dunque sono i tre i punti che restano intoccabili: la separazione delle carriere dei magistrati, i due Csm distinti e l’Alta Corte disciplinare. Più facile, si ragiona nell’esecutivo, che si possa aprire un confronto sulle cosiddette quote rosa e sul sorteggio temperato dei componenti dei Csm. Anche il ministro Nordio, da sempre il più reticente di tutti, inizia a cambiare approccio purché le modifiche vengano fatte con i decreti attuativi e non si tocchi la riforma nella sua struttura.
Tra i temi su cui c’è margine di confronto e, per utilizzare un termine ripetuto più volte durante il vertice, si sarà più «morbidi», ci sono i criteri di nomina dei componenti del Csm. Per i togati si prevedeva una platea scelta per requisiti, come l’assenza di provvedimenti disciplinari, da cui estrarre a sorte i candidati votabili dai magistrati. Per i laici, invece, il sorteggio temperato prevede una platea di candidati scelti dal Parlamento. Queste le carte che il governo metterà sul tavolo quando incontrerà i nuovi vertici dell’associazione che riunisce le toghe.