Non può bocciare il piano per la difesa. E infatti, l’Italia lo sosterrà. E però, Giorgia Meloni può sfruttare i tempi lenti dell’Europa per provare a migliorarlo. Deve farlo, per cercare di anestetizzare le critiche di Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, senza però recedere dagli impegni con Bruxelles. Oggi, al Consiglio europeo convocato nella capitale belga, la premier chiederà alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen di chiarire un punto decisivo: questi fondi spesi per riarmarsi contribuiranno al calcolo dell’aumento della spesa militare richiesto dalla Nato? Se così è, che venga scritto nero su bianco. E l’Italia far la sua parte.
La farà, si apprende, forse già da giugno. L’idea è uno scostamento di bilancio di circa nove miliardi, per avvicinare al massimo la soglia del 2% del Pil (dall’1,56% attuale) per le spese destinate all’alleanza atlantica. A patto, però, che la Commissione sancisca prima il principio cardine dello scorporo dai parametri di bilancio. È …
Non può bocciare il piano per la difesa. E infatti, l’Italia lo sosterrà. E però, Giorgia Meloni può sfruttare i tempi lenti dell’Europa per provare a migliorarlo. Deve farlo, per cercare di anestetizzare le critiche di Matteo Salvini e Giancarlo Giorgetti, senza però recedere dagli impegni con Bruxelles. Oggi, al Consiglio europeo convocato nella capitale belga, la premier chiederà alla presidente della Commissione Ursula von der Leyen di chiarire un punto decisivo: questi fondi spesi per riarmarsi contribuiranno al calcolo dell’aumento della spesa militare richiesto dalla Nato? Se così è, che venga scritto nero su bianco. E l’Italia far la sua parte.
La farà, si apprende, forse già da giugno. L’idea è uno scostamento di bilancio di circa nove miliardi, per avvicinare al massimo la soglia del 2% del Pil (dall’1,56% attuale) per le spese destinate all’alleanza atlantica. A patto, però, che la Commissione sancisca prima il principio cardine dello scorporo dai parametri di bilancio. È quello su cui anche oggi insisterà la premier.
Sono dettagli tecnici che valgono miliardi. Molti miliardi. Ma è soprattutto la politica a tenere sveglia Meloni. Ieri il ministro dell’Economia ha scelto di sostenere le tesi di Salvini. Alla premier risulta che il titolare del Tesoro sia stato quantomeno sospinto dal leader del Carroccio a prendere posizione per metterla in difficoltà. Si spiega così l’insistenza con cui Giorgetti ha denunciato il rischio di fare debito senza criterio. Uno smarcamento da Palazzo Chigi che ha reso plastica la frattura nel governo. Per di più a pochissime ore dal summit continentale.
Che esistano almeno due linee, nell’esecutivo, è questione certificata quotidianamente dalle dichiarazioni pubbliche dei due vicepremier. Antonio Tajani, che oggi a Bruxelles vedrà von der Leyen e che sostiene convintamente il piano, ritiene fondamentale lanciare segnali europeisti. Di più: preme per spingere Roma a entrare in una sorta di direttorio franco-tedesco, allargato a Keir Starmer. Meloni, però, deve fare i conti con alcune angosce. La prima: ritrovare una centralità smarrita. L’attivismo di Francia e Gran Bretagna è doloroso, per Roma. Ieri fonti europee hanno (ovviamente) aperto alla proposta della premier di organizzare un incontro tra l’Unione e Trump. Il tycoon, però, non sembra d’accordo con questo schema, preferendo scegliersi gli interlocutori, senza riconoscere l’Europa nel suo complesso.
L’altro problema si chiama, appunto, Salvini. I movimenti del vicepremier leghista sono considerati ormai fuori controllo, oltreché poco responsabili. Di più: non guarderebbero, questo il concetto presidenziale, all’interesse nazionale.
E però, la difesa è esattamente un tema di interesse nazionale. Ecco perché Meloni, al tavolo dei Ventisette, insisterà su uno scorporo definitivo delle spese della difesa e si concentrerà poi sull’altro nodo sensibile: i fondi di coesione. Per la premier, sono argomento scivolosissimo. Teme che Salvini possa sfruttare l’impiego di questi fondi per la difesa per denunciare un esproprio a danno del welfare e della sanità. Dirà dunque che la scelta di utilizzarli per il riarmo deve restare opzionale, come proposto dal commissario Raffaele Fitto. Su questa linea, cercherà oggi il consenso degli altri Paesi mediterranei, che fanno affidamento proprio su questi finanziamenti. Un altro modo per neutralizzare gli attacchi del Carroccio. Ma per rispondere ai dubbi di Giorgetti sul debito, la premier potrebbe fare addirittura di più: dichiarare di voler accedere solo alla quota del piano coperta dalla flessibilità sui conti (650 miliardi) e non ai miliardi (in tutto 150) che saranno raccolti con l’emissione di eurobond. I tassi nazionali per i prestiti, in realtà, sarebbero più alti, dunque meno convenienti. Ma è il prezzo da pagare per non rompere con Salvini.