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La forza della pace

Gustavo Zagrebelsky

 

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Il costituzionalista: “Il 15 marzo dimostriamo che l’intelligenza lavora ancora, usciamo e contiamoci: siamo vivi”
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In questo tempo confrontiamo la nostra impotenza con l’enormità del problema che incombe. Il problema non è l’Europa sì o no, ma è la pace; o, meglio, è l’Europa come via della pace. Ma quale pace?

La forza non conosce legge e chi ne dispone maggiormente vuole ridisegnare il mondo facendosi beffe dei diritti dei popoli. Se siamo disposti ad accettare che “così vanno le cose” e che “non c’è alternativa” alle potenze della terra, ai loro disegni, alle loro follie, stiamo a guardare. Se no, dimostriamo che il cuore batte ancora e l’intelligenza lavora ancora, usciamo all’aperto, stiamo insieme e contiamoci: siamo vivi.

Il 15 di questo mese è l’occasione. Probabilmente Michele Serra non prevedeva affatto che uno sfogo come quelli che – come lui stesso ha scritto – si fanno al bar quando ci si abbandona alle frustrazioni diventasse un detonatore di energie latenti, al di là d’ogni previsione e anche al di là dei motivi specifici. Ora, il problema è come trasformare la frustrazione in parte…

In questo tempo confrontiamo la nostra impotenza con l’enormità del problema che incombe. Il problema non è l’Europa sì o no, ma è la pace; o, meglio, è l’Europa come via della pace. Ma quale pace?

La forza non conosce legge e chi ne dispone maggiormente vuole ridisegnare il mondo facendosi beffe dei diritti dei popoli. Se siamo disposti ad accettare che “così vanno le cose” e che “non c’è alternativa” alle potenze della terra, ai loro disegni, alle loro follie, stiamo a guardare. Se no, dimostriamo che il cuore batte ancora e l’intelligenza lavora ancora, usciamo all’aperto, stiamo insieme e contiamoci: siamo vivi.

Il 15 di questo mese è l’occasione. Probabilmente Michele Serra non prevedeva affatto che uno sfogo come quelli che – come lui stesso ha scritto – si fanno al bar quando ci si abbandona alle frustrazioni diventasse un detonatore di energie latenti, al di là d’ogni previsione e anche al di là dei motivi specifici. Ora, il problema è come trasformare la frustrazione in partecipazione; dove orientare la passione; come diventare proposta e come la proposta può diventare pressione politica. Il momento può essere quello solenne di un risveglio, ma può anche spegnersi in un fuoco di paglia. Sarebbe la débâcle per chi crede alla mobilitazione popolare come risorsa democratica.

Non basta ripetere Europa-Europa all’infinito. Non basta innanzitutto perché non si scaldano i cuori. Le passioni nascono a contatto con la prossimità dei problemi della vita. Tanto più ce ne si allontana, tanto più esse si affievoliscono ed entrano nella sfera rarefatta delle passioni fredde di pochi letterati.

Inoltre, e forse soprattutto, non è affatto chiaro se stiamo tutti pensando alla stessa cosa. All’inizio, l’Europa era un progetto di cooperazione, di mediazione dei conflitti e di superamento dei blocchi chiusi. L’aspetto militare ne fu totalmente assente e tale rimase per molti anni. Progetti per un esercito europeo non mancarono, ma fallirono perché avrebbero intaccato il nucleo più profondo della sovranità e gli Stati non erano disposti a rinunce. Non solo questo: non furono considerati conformi allo spirito ispiratore della costruzione europea, spirito totalmente pacifico. Nessuna guerra da fare o da cui difendersi in proprio: pur in un mondo diviso in due parti in guerra, sia pure “fredda”, ci avrebbe pensato, ove ce fosse stato bisogno, il sistema di alleanze militari occidentali, sotto l’egida degli Stati Uniti. Questa era una Europa che credeva in un suo ruolo di pace con mezzi politici esclusivamente pacifici. Oggi se ne prospetta un’altra che entra in gioco con una dote iniziale di 800 miliardi (650 più 150) da spendere in armamenti e gettata sul tavolo come mossa della disperazione. Chi invoca l’Europa a quale di queste due guarda?

Si confrontano due idee politiche. Ben venga una manifestazione pre-politica che, per ora, lasci in secondo piano la divisione e serva come valvola di sfogo delle nostre frustrazioni. Le frustrazioni, quando fanno massa, possono perfino trasformarsi in qualcosa di positivo, di tonico. Già ora e, ancor più poi, se la manifestazione avrà successo e pretenderà che vi sia un seguito, le vie alla pace si biforcheranno.

L’una via, sostenuta apertamente da una potente campagna d’opinione e, dietro le quinte, dagli interessi del mondo della produzione e del commercio di armamenti, può fare suo facilmente il motto antico, circondato da tutto il rispetto che meritano le verità che sembrano evidenti, si vis pacem para bellum: se vuoi la pace prepara la guerra. I preparativi di guerra servono a dissuadere dalla guerra. La guerra è un maleficio e si pensa che possa trasformarsi magicamente in un beneficio quando la si possa minacciare. Così, i fautori del “riarmo” non sono affatto, come si dice, “guerrafondai” (coloro che provano attrazione, la considerano il vero motore della storia e non indietreggiano di fronte alla visione del “grande scannatoio”): sono anch’essi, a modo loro, pacifisti, facitori di pace. Per loro, la guerra, come potenzialità, deve valere a dissuadere dalla guerra, come attualità. Ma se non basta la dissuasione, valga ancora la guerra per imporre la pace, la pax romana, l’equilibrio del terrore, la pax americana, la pax atomica. Ma è vera pace o solo rinvio della guerra?

Questa, comunque, è la via “realista”. I realisti si considerano esperti delle cose del mondo e quindi più attendibili degli “idealisti”. Gli idealisti non credono che il flagello della guerra possa sconfiggersi preparandosi alla guerra con sempre più armi, più risorse, più tecnologie, più persone mobilitate per combattere. Percorrono una via opposta e, come tutti coloro che non accettano di piegarsi alla realtà, non sfuggono all’ingiuria d’essere “anime belle”.

Gli idealisti possono innanzitutto fare osservare che il mezzo che i realisti invocano per evitare la guerra, cioè il prepararla, nel corso della storia, alla fine, ha costantemente fallito il suo obiettivo. Chi prepara la guerra, alla fine, quando maturerà il momento o se la situazione sfuggirà di mano per un errore di calcolo o per una svista tecnologica, la guerra la farà davvero. O, almeno, questa è la convinzione degli idealisti. In secondo luogo, essi facilmente faranno osservare che la saggezza proclamata da chi vuol evitare la guerra preparandola è quella propria dei potenti che badano a sé, non quella degli oppressi. Il “si vis pacem ecc.” è da sempre il proclama degli imperialisti ai quali la guerra, alla fine, conviene: non la fanno ma la fanno fare agli inermi. Se c’è un momento in cui la diseguaglianza tra gli esseri umani si manifesta al massimo grado e con la massima crudeltà, questo è la guerra: qualcuno decide al sicuro delle proprie dimore, rifugi e stati maggiori, e altri devono farla e subire in campo aperto distruzioni, amputazioni, morte. Gli idealisti pongono speranza non nell’esibizione della forza militare, ma nella forza diffusiva dei valori per i quali combattono battaglie pacifiche. Ascoltano la musica dolente di La guerra di Sergio Endrigo (“dicono che domani ci sarà la guerra…”), aborrono le sofferenze, non solo quelle patite ma anche quelle inferte. Cercano di coinvolgere le opinioni pubbliche altrui, offrono vantaggi piuttosto che sanzioni, hanno attitudini cooperative, non si prefiggono di vincere e sconfiggere con la forza, ma di convincere con la diplomazia, operano per abbassare e non per alzare il livello dello scontro, sono attenti ai costi umani di tutte le parti coinvolte. Certo, la diplomazia ha bisogno di usare argomenti persuasivi, ma questi non si esauriscono nell’esibizione della forza. Molte, infatti, sono le merci di scambio, non solo di natura materiale e commerciale ma anche morale e culturale, che possono essere messe in campo come allettamento per avvicinare le parti ed evitare la catastrofe. L’unico atteggiamento controproducente è la chiusura prima di avere tentato l’impossibile. Nel momento in cui sembrano prevalere le forze della guerra, chiediamo loro: abbiamo fino alla nausea sperimentato la forza della guerra, ma abbiamo mai davvero sperimentato la forza della pace?

L’Europa che chiamiamo in causa nel momento in cui la storia impone una scelta è una scatola vuota. Può scegliere l’una o l’altra direzione e così smentire o confermare sé stessa, cioè le ragioni per le quali tanti anni fa è stata creata. In entrambi i casi si comprendono e si devono rispettare le difficoltà, le esitazioni, le divisioni. Scelte difficili. Né l’una né l’altra ha sbocchi sicuri. I bilanci si faranno solo ex post, se saranno ancora possibili. L’una, però, è la scelta imposta dalla disperazione, l’altra è offerta dalla speranza. L’una è la soluzione facile dei politici imbelli, l’altra è quella difficile dei politici responsabili. L’una è dimentica delle ragioni fondative dell’Unione, l’altra cerca di preservarle.

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