I timori per il debito. La premier gioca la carta delle garanzie europee
di Giuseppe ColomboLa mossa matura a poche ore dal Consiglio europeo. Giorgia Meloni ne parla al telefono con Giancarlo Giorgetti. Il sì dell’Italia al maxi piano per il riarmo di Ursula von der Leyen non è in discussione nonostante i mal di pancia della Lega. Il nodo è come evitare che l’Italia paghi un prezzo insostenibile per i conti pubblici. Perché, ragionano la premier e il ministro dell’Economia, va bene lo scorporo delle spese per la difesa dal deficit, che da lì a breve proprio la presidente del Consiglio incasserà al tavolo dei Ventisette, seppure senza una scadenza rassicurante. Ma l’Europa - è il senso della mossa – deve poi garantire rispetto ai mercati su un debito pubblico che comunque aumenterà proprio per i maggiori impegni concordati con i partner europei sulle armi.
Ecco, quindi, la carta da portare sul tavolo della riunione a Bruxelles: un sistema di garanzie sugli investimenti privati che guarda al modello di InvestEu. È il bilancio dell’Unione europea che fa e soprattutto dovrà f…
La mossa matura a poche ore dal Consiglio europeo. Giorgia Meloni ne parla al telefono con Giancarlo Giorgetti. Il sì dell’Italia al maxi piano per il riarmo di Ursula von der Leyen non è in discussione nonostante i mal di pancia della Lega. Il nodo è come evitare che l’Italia paghi un prezzo insostenibile per i conti pubblici. Perché, ragionano la premier e il ministro dell’Economia, va bene lo scorporo delle spese per la difesa dal deficit, che da lì a breve proprio la presidente del Consiglio incasserà al tavolo dei Ventisette, seppure senza una scadenza rassicurante. Ma l’Europa - è il senso della mossa – deve poi garantire rispetto ai mercati su un debito pubblico che comunque aumenterà proprio per i maggiori impegni concordati con i partner europei sulle armi.
Ecco, quindi, la carta da portare sul tavolo della riunione a Bruxelles: un sistema di garanzie sugli investimenti privati che guarda al modello di InvestEu. È il bilancio dell’Unione europea che fa e soprattutto dovrà fare da garanzia, recita la traccia delle considerazioni del governo italiano. Non è un dettaglio economico. È un punto di rottura rispetto allo schema caro ai vertici di Bruxelles, che punta anche sugli eurobond. A differenza dei titoli di debito comune, che coinvolgono l’Europa ma anche i singoli Paesi, e che per questo Meloni e Giorgetti continuano a non considerare utili, le garanzie impegnano esclusivamente le istituzioni comunitarie. In entrambi i casi, il rischio è comune, ma le garanzie tutelano di più i conti italiani. Evitano, nelle convinzioni di Palazzo Chigi e del Mef, che la corsa alle armi si traduca alla fine in conti separati tra i Paesi dell’Ue. Con l’Italia - è il timore - a essere costretta a pagare di più rispetto agli altri visto per via di un “rosso” già elevato. Per questo la premier parla di «rischi per il debito». E per le stesse ragioni i festeggiamenti per il via libera allo scorporo delle spese dal deficit non possono ritenersi risolutivi.
È una vittoria italiana: due anni fa, quando Giorgetti pose la questione per la prima volta, i no sfioravano l’unanimità. Ma al Consiglio europeo di ieri sono mancati i dettagli. Un conto è uno scorporo di due anni, altra storia è se lo sconto sarà tarato su dieci: in ogni caso non sarà per sempre. Alla fine l’Italia dovrà comunque rientrare dal sentiero dell’eccezionalità. E comunque lo scorporo non risolve la questione del debito in crescita per via delle spese militari.
I dubbi sull’insufficienza della misura sono legati anche alla natura delle spese. Non a caso la proposta delle garanzie guarda a investimenti relativi soprattutto alle infrastrutture: quindi a opere in grado di generare posti di lavoro, come sottolineato dalla premier, utili anche in tempi di pace.
Ma il perimetro di ReArm è ancora troppo indefinito, ragionano fonti di governo. Il rischio è indebitarsi per fabbricare armi, un’opzione che genera problemi in casa per Meloni. Uno su tutti: l’irritazione di Matteo Salvini, tornato a tuonare contro il piano di von der Leyen. Così: «Non si poteva investire un euro in più per sanità e scuola, mentre ora si possono spendere 800 miliardi per la difesa comune?». Non a caso il leader della Lega parla di scuola e sanità. Il tema al centro delle considerazioni del governo è come spendere, prima ancora che spendere.
Il monito di Giorgetti sul debito, in asse con Salvini, nasce proprio da qui: attenzione - è il ragionamento del ministro - a non tirare dentro progetti inutili e quindi a ripetere l’errore fatto con il Pnrr, che oggi si ritrova con il rischio di arrivare a scadenza con molte opere incompiute.
ReArm poteva costare ancora di più all’Italia se fosse passato l’obbligo di dirottare il 5% dei fondi coesione verso la difesa. La mediazione del vicepresidente della Commissione Ue, Raffaele Fitto, con von der Leyen e i Paesi del Sud (Spagna, Grecia, Portogallo, Malta, Croazia e Cipro) ha trasformato l’obbligo in opzione, che l’Italia comunque non eserciterà. Una volontà legata a una necessità: l’obbligo avrebbe sottratto 2 miliardi agli ospedali e alle scuole del Sud, così come ai poveri e ai disoccupati. Uno scenario difficile da sostenere di fronte all’opinione pubblica.