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Don Ciotti: “Bene la proposta di Serra, così si rimettono al centro i cittadini e i loro problemi”

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“I giovani amano l’Unione ma non si sentono davvero contraccambiati. Occorre ritrovare le motivazioni profonde che ci hanno unito”
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«Ritrovare le motivazioni più profonde che hanno portato i popoli europei a unirsi». Questa secondo Don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera e Gruppo Abele, dovrebbe essere l’ispirazione e la meta di chi scenderà in piazza il 15 marzo per l’Europa.

Don Luigi, cosa pensa della proposta di Michele Serra di «una piazza per l’Europa»?

«È un’iniziativa “di pancia” ma anche “di senso”, che può rimettere al centro il ruolo dei cittadini e delle cittadine. Questo però è possibile solo a patto di chiederci: quale Europa ci rappresenta? Dove sono finiti gli ideali più alti che hanno ispirato l’Unione?».

L’idea di Serra nasce dallo shock provocato da Trump. È preoccupato anche lei?

«La volgarità con cui il presidente degli Stati Uniti si è rivolto all’Europa, e in generale si rivolge al mondo, è l’esempio di come anche le democrazie più evolute possano inciampare in scelte ben al di sotto dei loro standard etici».

Il campo “europeista”, in Italia, si è diviso sulla necessità di una difesa comune…

«Ritrovare le motivazioni più profonde che hanno portato i popoli europei a unirsi». Questa secondo Don Luigi Ciotti, il fondatore di Libera e Gruppo Abele, dovrebbe essere l’ispirazione e la meta di chi scenderà in piazza il 15 marzo per l’Europa.

Don Luigi, cosa pensa della proposta di Michele Serra di «una piazza per l’Europa»?

«È un’iniziativa “di pancia” ma anche “di senso”, che può rimettere al centro il ruolo dei cittadini e delle cittadine. Questo però è possibile solo a patto di chiederci: quale Europa ci rappresenta? Dove sono finiti gli ideali più alti che hanno ispirato l’Unione?».

L’idea di Serra nasce dallo shock provocato da Trump. È preoccupato anche lei?

«La volgarità con cui il presidente degli Stati Uniti si è rivolto all’Europa, e in generale si rivolge al mondo, è l’esempio di come anche le democrazie più evolute possano inciampare in scelte ben al di sotto dei loro standard etici».

Il campo “europeista”, in Italia, si è diviso sulla necessità di una difesa comune europea e sul riarmo. In un mondo dove la potenza sembra essere ritornata l’unico metro, un’Europa indifesa non rischia di soccombere?

«Ma la difesa dell’Europa non dipende dalle armi! Dipende dalla sua capacità di porsi come modello alternativo e credibile di fronte agli altri popoli della terra. Un’Europa che concretizza quei principi di libertà e giustizia, di benessere diffuso e condiviso, di inclusione delle differenze… diventa un continente da ammirare e imitare. Anziché giocare in difesa dovremmo andare all’attacco, ma sul piano culturale e non militare».

Le armi non servono?

«Mi permetto di richiamare Papa Francesco, che rimane un faro potente anche in questi giorni di malattia e debolezza: “Nessuna pace è possibile laddove dialogano strumenti di morte”. In gioco ci sono tre rischi grandissimi: la morte della democrazia europea così come la conosciamo; un nuovo conflitto globale; una catastrofe ecologica. Non possiamo permetterci che questo accada. E, di fronte a chi dice che la realtà dei fatti supera le idee, rispondo che nella storia sono sempre state le idee a cambiare la realtà».

Quali sono allora i valori fondamentali che dovrebbero caratterizzare questa manifestazione, quelli in grado di unire gli europei?

«Libertà, giustizia, uguaglianza. C’è tanta gente che sta male, in questa nostra Europa, schiacciata da un sistema economico votato ai profitti molto più che ai diritti. Sono le persone lasciate senza opportunità e speranze quelle più facilmente sedotte dalle ideologie estremiste e separatiste. Oggi guardiamo con paura alla possibilità di un conflitto esterno, ma esistono conflitti interni che sono invece “sani”: le proteste di chi chiede un’Europa più equa e più umana, cioè rispettosa della vita e della dignità di tutti, inclusi i migranti che bussano disperati alle nostre porte».

L’Europa sta attraversando un periodo di crescente disillusione e crisi di identità. Organizzazioni come Libera possono contribuire alla rinascita di un’idea di Ue più inclusiva?

«Con Libera siamo impegnati ad allargare una rete contro la criminalità transnazionale, interagendo con le Istituzioni europee. Si chiama Chance (Civil Hub Against orgaNised Crime in Europe) e unisce realtà di 18 Paesi in un impegno quotidiano per l’educazione, il riutilizzo sociale dei beni confiscati, la memoria delle vittime innocenti, la trasparenza e l’anticorruzione. Questo per me rappresenta un tassello di quell’Europa dei popoli che vede la responsabilità dei cittadini messa trasversalmente in gioco».

Come coinvolgere i giovani nel processo di costruzione di un’Europa più unita e aperta al dialogo?

«Intanto facendoli sentire ascoltati! Credo che molti giovani amino davvero l’Europa, ma non si sentano contraccambiati. Al di là di certi provvedimenti “di facciata”, le politiche comunitarie non sembrano andare incontro ai loro bisogni. Penso ai problemi del lavoro, della casa, dell’istruzione. Penso al grande tema dell’ambiente, sul quale abbiamo visto più passi indietro che avanti, nell’ultimo periodo».

Come si può combattere lo scetticismo e la delusione di molti cittadini riguardo le istituzioni Ue?

«Le delusioni, gli scetticismi, si combattono dimostrando che possiamo essere “più europei” di quanto siamo stati finora, più capaci di dare sostanza agli ideali fondativi rimasti spesso sulla carta. Ma l’appello all’unità non può diventare un pretesto per coprire queste contraddizioni, che di fatto indeboliscono l’identità europea, perché tradiscono le sue radici storiche e morali».

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