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Addio a Pasqualino Laurito, la “velina rossa” di Montecitorio

Pasquale Laurito (ansa)

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Era il decano della stampa parlamentare: 97 anni, principe dell’indiscrezione, i giornalisti suoi fan si definivano “Lauritos”
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ROMA – Nell’era del presente assoluto, superficiale e sgangheratissimo, sia consentito di ricordare con allegra nostalgia la figura senza tempo di Pasquale Laurito, per tutti o quasi alla Camera dei deputati “Pasqualino”, che ieri se n’è andato alla veneranda età di 97 anni; e sa solo Iddio, cui lo scomparso era così affezionato da andarlo a pregare ogni giorno nella chiesa di Santa Maria in via, quale pezzetto di storia del giornalismo politico Pasqualino si porta via con sè, ma anche quanti ricordi almeno oggi lascia nella sala stampa e nel Transatlantico di Montecitorio, luoghi come pochi altri di di maldicenze e boiserie, liti, sghignazzi, divani, passioni, telefoni, bugie, verità, sussurri, mitomani, cicche, vanità, tradimenti, fantasmi, caffè, insomma la vita, più o meno.

In un Parlamento che da luogo centrale della vita politica si avviava a diventare una sorta di parco tematico della medesima, Laurito era divenuto, dopo la morte di Emilio Frattarelli (giornalista, per intender…

ROMA – Nell’era del presente assoluto, superficiale e sgangheratissimo, sia consentito di ricordare con allegra nostalgia la figura senza tempo di Pasquale Laurito, per tutti o quasi alla Camera dei deputati “Pasqualino”, che ieri se n’è andato alla veneranda età di 97 anni; e sa solo Iddio, cui lo scomparso era così affezionato da andarlo a pregare ogni giorno nella chiesa di Santa Maria in via, quale pezzetto di storia del giornalismo politico Pasqualino si porta via con sè, ma anche quanti ricordi almeno oggi lascia nella sala stampa e nel Transatlantico di Montecitorio, luoghi come pochi altri di di maldicenze e boiserie, liti, sghignazzi, divani, passioni, telefoni, bugie, verità, sussurri, mitomani, cicche, vanità, tradimenti, fantasmi, caffè, insomma la vita, più o meno.

In un Parlamento che da luogo centrale della vita politica si avviava a diventare una sorta di parco tematico della medesima, Laurito era divenuto, dopo la morte di Emilio Frattarelli (giornalista, per intenderci, del Mondo di Amendola) il loquace decano dei cronisti; ciò che lo rendeva malizioso testimone di eventi ormai lontanissimi, ma anche superfluo guardiano di una soglia violata da una generazione di deputati che non riconosceva più e di cui, anche giustamente, non aveva la massima stima. Era comunque un giornalista dall’occhio fino e un personaggio molto espressivo, ora delizioso, ora irritante, ora tutte e due. Come dal nulla, muto e a testa bassa, penetrava nel crocchio dei colleghi e se l’argomento gli andava a genio, forte delle notizie che aveva conquistato e sviluppato, cominciava a declamare da un foglio quel che aveva appena scritto nella sua velina, detta “rossa” perché si occupava per lo più della sinistra, ma anche per distinguerla da quella, meta-forlaniana, di Vittorio Orefice.

Alla minima riserva Pasqualino attaccava briga e allora, al culmine dello sdegno, riponeva platealmente il foglio nella tasca fingendo di andar via, ma poi senz’altro come in un cartoon ritornava a razzo a battagliare. Moltissimi, non solo giornalisti, gli volevano bene e alcuni della sala stampa, anche a prescindere da quel che pensava e scriveva nella sua incandescente faziosità ultra-dalemiana, non esitavano a ritenersi soci di un’ideale tribù di “Lauritos”. Piccolino, scattante, voce chioccia, sonorità di derivazione calabro-albanese, lo si trovava davanti a Montecitorio, sua vera abitazione, prima ancora che si aprissero i portoni e volentieri nelle pause dispensava le memorie di una sua gioventù fra il letterario e il bohemienne, dal salotto di Alba De Cespedes a quello Bellonci, oltre a qualche particina in film come “Il Bell’Antonio” e “Un giorno in Pretura”.

Senza troppo enfatizzare, oltre che provetto velista, va considerato nel novero degli epici cantori della Prima Repubblica: decifrazioni impossibili, malizie universali e notti all’addiaccio in attesa di eventi. Principe dell’indiscrezione mirata, appassionato di quel mondo e quel mestiere di cui oggi si vanno perdendo le tracce – ma poi, come sapeva Pasqualino, tutto sempre ritorna e si ricompone, perché l’uomo sempre quello rimane.

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