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Salis: “Genova va liberata, la destra sa che vincerò ma dobbiamo essere uniti”

Silvia Salis

 

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Intervista alla candidata sindaca delle opposizioni
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GENOVA – A un certo punto a Silvia Salis si spezza la voce e le lacrime arrivano come un agguato. Ma non è da qui che bisogna partire per raccontare chi è questa donna di 39 anni, autrice del miracolo che in Liguria il centrosinistra aspettava da un pezzo: tenere insieme tutti, da Azione a Italia Viva al Pd ad Avs fino ai 5 stelle. Anche se non bisogna dire così e i centristi finiranno in una civica perché i miracoli sì va bene, ma fino a un certo punto.

Non fa in tempo a sedersi al tavolino di un bar a due passi da Palazzo Ducale, che la candidata sindaca dell’opposizione dice subito, sotto un sole caldo di marzo: «Io vincerò. Il centrodestra lo sa e per questo si agita: per non farmi arrivare al giorno del voto». Se è questa l’intenzione de…

GENOVA – A un certo punto a Silvia Salis si spezza la voce e le lacrime arrivano come un agguato. Ma non è da qui che bisogna partire per raccontare chi è questa donna di 39 anni, autrice del miracolo che in Liguria il centrosinistra aspettava da un pezzo: tenere insieme tutti, da Azione a Italia Viva al Pd ad Avs fino ai 5 stelle. Anche se non bisogna dire così e i centristi finiranno in una civica perché i miracoli sì va bene, ma fino a un certo punto.

Non fa in tempo a sedersi al tavolino di un bar a due passi da Palazzo Ducale, che la candidata sindaca dell’opposizione dice subito, sotto un sole caldo di marzo: «Io vincerò. Il centrodestra lo sa e per questo si agita: per non farmi arrivare al giorno del voto». Se è questa l’intenzione del sindaco reggente, Pietro Piciocchi, braccio destro di Bucci «in assoluta continuità», non deve aver capito chi è Silvia Salis: quanta determinazione ha messo in una disciplina per la quale quando era bambina non esisteva nemmeno un campionato femminile; quanta ne sta mettendo in una campagna elettorale per la quale ha già dieci appuntamenti al giorno, e uno staff al quale dà direttive con piglio deciso e – eufemismo – «autorevole».

«Vincere è una questione aritmetica» spiega, come fosse ancora l’atleta mondiale e olimpica che misura il suo lancio del martello a 71,93 metri: «Se siamo uniti, non c’è storia. Io avrò una lista civica, ce ne sarà un’altra del centro, poi quelle dei partiti. Prima di accettare, ho detto chiaramente che non porterò nessuna croce di sinistra. Ho chiesto che fossero tutti d’accordo sul mio nome, perché capisco che ci siano il pregresso, i veti incrociati, i dissidi, ma se l’obiettivo è liberare Genova da questa cappa, da questo senso di chiusura, di cupezza, è solo avanti che bisogna guardare».

«Dovrebbero farlo anche a livello nazionale», si lascia sfuggire. Ma è un attimo e riprende a parlare di Genova che è – ora – l’obiettivo della vicepresidente vicaria del Coni, educata alla politica romana da Giovanni Malagò e forse un po’ dal marito, Fausto Brizzi, regista delle prime Leopolde di Matteo Renzi oltre che di commedie di successo. «Per cercare di mettermi in cattiva luce Bucci, che sembra il mio avversario più di Piciocchi, ha detto prima che per le foto che ho potrei essere stata la candidata del centrodestra. Poi, quando ho cominciato a parlare del programma, ha cambiato canzone: adesso sono quella che non sa niente. Con l’approccio paternalistico di certi uomini secondo cui le donne, soprattutto se giovani, vanno ridimensionate».

C’è molto delle rivendicazioni femministe in Salis, che ha fatto carriera in un mondo ancora più maschile di quello della politica. E spiega che per lei «se non ci sono donne nella dirigenza sportiva, anche a livello locale, è perché si tratta di un lavoro che fai nel tempo libero e di tempo libero, le donne, non ne hanno». Vale al Coni come in politica. «Certo che una donna può farcela, se ha determinazione, bravura, fortuna, un compagno che la aiuta o una famiglia che la sostiene o le risorse per lottare, ma se poi chi arriva in cima non aiuta le altre a fare meno fatica, a che è servito?». Per questo, quando parla di Genova parla degli 800 bambini rimasti fuori dagli asili nido. E quando parla dell’Italia, racconta un Paese che ha l’occupazione femminile all’ultimo posto in Europa, «se non capiamo che la questione di genere non riguarda le donne, ma l’economia, sarà sempre tardi. Non c’è cosa più politica di fare un bilancio e dire dove sposti i soldi, su cosa punti, a cosa tieni».

La madre lavorava all’assistenza anziani del Comune, «in un tempo luminoso per il welfare di questa città». Il padre era il custode del centro di atletica dove ha cominciato ad allenarsi a sei anni, e dov’è diventata una campionessa «senza che lui interferisse un solo giorno con le direttive dell’allenatore». Tessera del Pci il papà, una prima figlia da un altro matrimonio che è una sorella amatissima, una famiglia unita che la aiuta a crescere Eugenio, il figlio di un anno cui ha dato il nome del padre appena scomparso – solo poche settimane fa – e solo il suo cognome. «Fausto ha detto che va bene così, mi sostiene ed è convinto che debba andare avanti senza farmi frenare da dubbi o sensi di colpa, perché Eugenio è un bambino molto amato che starà bene». Poi certo, «ieri alle due di notte sono passata a prenderlo da mia madre per mettermelo a letto e svegliarmi con lui. Ma sono cose che facciamo più per noi che per loro».

Sembra non aver paura di nulla, Salis. Genova è una città che ha visto l’ex sindaca Marta Vincenzi condannata a tre anni di carcere per i sei morti di una terribile alluvione. È la città del ponte Morandi, della viabilità folle.

«Una città – lo dice lei stessa sulla strada che la porta a una cooperativa sociale che dà pranzi gratis a indigenti e senza tetto – dove la forbice si è allargata velocemente. E dove quartieri come questo, la Media Val Bisagno, soffrono terribilmente. Non ha diritto alla bellezza chi vive in periferia? Che senso ha costruire una ferrovia sopraelevata che passerebbe davanti ai terzi piani delle case di questa zona già abbandonata?». Non ha paura neanche dei poteri di Genova: «So che arriveranno, soprattutto se pensano che vinceremo, ma ho una squadra giovane e onesta e sono certa di potermi fidare».

Al pranzo della Cucina popolare genovese, dentro a una scuola con nel semi-interrato l’ultima sezione del Psi, con tanto di scrivania appartenuta a Pertini, Rosi Ferro – volontaria da sessant’anni – le racconta come funziona la distribuzione dei pasti, quante famiglie ogni anno vengono aiutate da una rete che dai partiti non ha ottenuto niente, «perché una politica per la povertà non esiste». Gli avventori guardano curiosi la candidata, un cane abbaia, si sparecchia presto: qualcuno qui è passato da “cliente” a volontario in cucina, qualcun altro si è fidanzato.

«Non è solo per riempire loro la pancia», che facciamo tutto questo, racconta Aldo Milfa, uno dei soci. Non passa neanche un’ora, che Salis è accovacciata ai piedi di Giordano Bruschi, il partigiano Giotto, intento a mostrarle il calendario antifascista e a fissarle appuntamenti imperdibili cui non può mancare. «Tra 150 giorni faccio 100 anni», dice ridendo senza sbagliare un nome, una data, un aneddoto. «Il nome di battaglia me lo ha dato il mio capo partigiano, Gillo Pontecorvo! Dillo a tuo marito, che facciamo una rassegna».

Salis ascolta, impara, nelle periferie si annida quel 50 per cento di astensionismo che pensa sia all’80 per cento di sinistra. Promette più potere ai municipi, che arrivano prima dove serve e ai quali Bucci lo ha tolto «per accentrare decisioni e narrazione». Al tavolino, all’inizio di questo colloquio, le lacrime erano per il padre: «L’ultima cosa che gli ho detto è stata che mi candidavo». Lo ha portato via in due giorni un’emorragia cerebrale. Lui cos’aveva detto? «Che era orgoglioso di me».

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