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Albania, i tentativi (falliti) del governo Meloni per far funzionare i centri per migranti

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Prima la lista sui Paesi sicuri, poi il decreto sulle Corti d’appello. Ora si cambia di nuovo con i return hub
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Prima venne la lista sui Paesi sicuri. Poi il decreto sulle Corti d’appello. Ora si cambia di nuovo con i return hub. A ogni deportazione (fallita), è corrisposto un decreto. E adesso, dopo l’ultimo flop ormai di gennaio, il governo Meloni ci prova ancora, ritoccando le regole sui centri di trattenimento e detenzione dei migranti in Albania. Tutto per far funzionare un progetto sin qui fallimentare sbandierato per mesi nonostante gli ostacoli giuridici e i costi esorbitanti che rischiano adesso di triplicare.

La storia dell’intestardimento meloniano con le modifiche normative pro-Albania inizia il 21 ottobre del 2024, appena tre giorni dopo il primo viaggio flop della nave Libra. I 12 migranti arrivati a Gjader furono liberati il 18 ottobre dai giudici della sezione immigrazione del tribunale civile di Roma. Davanti a quell’insuccesso ecco l’idea: un decreto elevato a norma primaria che escludeva Camerun, Colombia e Nigeria dalla lista dei Paesi sicuri ridotti da 22 a 19 con il quale …

Prima venne la lista sui Paesi sicuri. Poi il decreto sulle Corti d’appello. Ora si cambia di nuovo con i return hub. A ogni deportazione (fallita), è corrisposto un decreto. E adesso, dopo l’ultimo flop ormai di gennaio, il governo Meloni ci prova ancora, ritoccando le regole sui centri di trattenimento e detenzione dei migranti in Albania. Tutto per far funzionare un progetto sin qui fallimentare sbandierato per mesi nonostante gli ostacoli giuridici e i costi esorbitanti che rischiano adesso di triplicare.

La storia dell’intestardimento meloniano con le modifiche normative pro-Albania inizia il 21 ottobre del 2024, appena tre giorni dopo il primo viaggio flop della nave Libra. I 12 migranti arrivati a Gjader furono liberati il 18 ottobre dai giudici della sezione immigrazione del tribunale civile di Roma. Davanti a quell’insuccesso ecco l’idea: un decreto elevato a norma primaria che escludeva Camerun, Colombia e Nigeria dalla lista dei Paesi sicuri ridotti da 22 a 19 con il quale l’esecutivo pensava di aver risolto il problema.

Tutto inutile. Perché le motivazioni alla base del “no” al trattenimento dei giudici - e cioè la sentenza della Corte di giustizia europea del 4 ottobre del 2024 che stabiliva che un Paese, per essere considerato sicuro, deve esserlo in ogni sua parte - non venivano meno. E infatti l’11 novembre il copione si è ripetuto: il tribunale civile di Roma ha deciso di non firmare il trattenimento dei 7 migranti trasferiti sulla Libra, disapplicando il decreto del governo Meloni per l’impossibilità di applicare la procedura accelerata di frontiera.

Tutto da rifare. Ecco allora il secondo tentativo del governo: sottrarre la competenza alle sezioni immigrazione dei tribunali civili - considerate, nell’acceso scontro con i giudici e nella quotidiana opera di delegittimazione, “covo di toghe rosse” - e trasferirla alle corti d’Appello, ritenute più affidabili. La norma, un emendamento di Fdi, è entrata nel decreto flussi ed è stata approvata a dicembre. E siamo a due.

Un altro buco nell’acqua. Perché per gestire il lavoro extra, il presidente della Corte d’appello di Roma Giuseppe Meliadò aveva legittimamente chiesto la disponibilità dei magistrati del tribunale a occuparsi di questi casi. E all’appello avevano risposto, per ovvia competenza, gli stessi giudici specializzati in immigrazione che il governo voleva evitare.

Così il 31 gennaio pure la corte d’Appello di Roma ha sospeso il giudizio di convalida del trattenimento di 43 cittadini stranieri condotti nei centri albanesi, rimettendo ancora una volta gli atti alla Corte di Giustizia dell’Unione europea.

Ora si lavora a un’altra soluzione (e siamo a tre): un decreto per trasformare i centri albanesi in Cpr, un’ipotesi che piace a Bruxelles. La mano del governo stavolta non basterebbe da sola perché andrebbe pure modificato il protocollo Albania, quello cioè che il 23 settembre del 2023 ha dato il via alle mega strutture di Shenjin e di Gjader che in 150 giorni hanno visto passare 62 migranti in tutto per appena sei giorni. E che nonostante gli interventi del governo non ha ancora funzionato. Di mezzo ci sono i tempi delle elezioni albanesi, quelli del regolamento europeo sui rimpatri e, prima, la sentenza della Corte di giustizia europea sui ricorsi dei tribunali.

Buona la prima? No. La seconda? Nemmeno. La terza? Chissà.

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