La «visione italiana», come la definisce Matteo Piantedosi, è al suo primo traguardo. E l’esperimento (fin qui fallimentare) dell’Albania riceve il suggello dell’Europa e si candida a diventare modus operandi condiviso per utilizzare i Paesi terzi come hub e velocizzare i rimpatri. «C’è grande sintonia, soprattutto in relazione al potenziamento dei partenariati con gli Stati terzi di origine e transito dei flussi e alla ricerca di soluzioni innovative, quali la creazione di hub europei, nei quali far confluire i migranti irregolari presenti nel territorio UE», dice da Varsavia il ministro dell’Interno.
Ma nonostante la decisa accelerazione europea, i centri albanesi rischiano di rimanere chiusi almeno fino a maggio inoltrato nell’attesa, da una parte della pronuncia della Corte di giustizia europea sui criteri di definizione dei Paesi sicuri, dall’altra della presumibile rielezione del presidente albanese Edi Rama che in campagna elettorale non intende ridiscutere il protocollo, come …
La «visione italiana», come la definisce Matteo Piantedosi, è al suo primo traguardo. E l’esperimento (fin qui fallimentare) dell’Albania riceve il suggello dell’Europa e si candida a diventare modus operandi condiviso per utilizzare i Paesi terzi come hub e velocizzare i rimpatri. «C’è grande sintonia, soprattutto in relazione al potenziamento dei partenariati con gli Stati terzi di origine e transito dei flussi e alla ricerca di soluzioni innovative, quali la creazione di hub europei, nei quali far confluire i migranti irregolari presenti nel territorio UE», dice da Varsavia il ministro dell’Interno.
Ma nonostante la decisa accelerazione europea, i centri albanesi rischiano di rimanere chiusi almeno fino a maggio inoltrato nell’attesa, da una parte della pronuncia della Corte di giustizia europea sui criteri di definizione dei Paesi sicuri, dall’altra della presumibile rielezione del presidente albanese Edi Rama che in campagna elettorale non intende ridiscutere il protocollo, come sarebbe necessario in caso di cambio di destinazione d’uso dei centri in Cpr.
Per questo, di fatto, il governo preferisce giocare su due tavoli senza precludersi nessuna delle soluzioni che potrebbero far partire definitivamente i centri a quasi un anno dalla loro inaugurazione. Perché in caso di sentenza favorevole della Corte di giustizia europea (di cui a Palazzo Chigi e al Viminale sono abbastanza sicuri) l’Italia sarebbe sostanzialmente autorizzata a riempire il centro di Gjader con migranti appena soccorsi nel Mediterraneo, richiedenti asilo provenienti da Paesi a questo punto giudicati sicuri in cui poter essere rimandati nel giro di un mese a conclusione delle procedure accelerate di frontiera. L’antipasto di quel Patto asilo e immigrazione di cui l’Italia chiede l’anticipata entrata in vigore entro il 2025 sottolineando il presumibile effetto deterrenza sulle partenze. E questa per il governo sarebbe decisamente la strada maestra.
Il nuovo regolamento europeo sui rimpatri infatti andrà ad incidere su tutt’altra categoria di migranti, non quelli in arrivo da Paesi sicuri, ma quelli già presenti su territorio italiano ed europeo a cui è già stato negato il permesso di soggiorno. Il nuovo regolamento rimpatri, poi, dovrà essere approvato da Parlamento e Consiglio europeo. E, bene che vada, passeranno mesi. Prima arriverà di certo la sentenza della Corte di giustizia europea che sarà preceduta da un altro passaggio che interessa molto da vicino Palazzo Chigi: ed è la redazione di una lista europea di Paesi sicuri con relativi criteri. Uguale per tutti e dunque non piu valutabile diversamente dai giudici dei singoli Paesi. Non sarà pronta oggi insieme al regolamento rimpatri ma l’obiettivo di von der Leyen e Brunner è approvarla prima della decisione della Corte di giustizia europea. Un’altra tessera del mosaico a sostegno di una sentenza favorevole all’Italia. E questo sì che cambierebbe le cose.