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Silvia Avallone in piazza per l’Europa: “Usciamo dall’isolamento per difendere libertà e giustizia”

La scrittrice Silvia Avallone

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La scrittrice: “La solitudine è un problema morale e politico di questo momento storico. Tutti dovremmo coltivare il valore della solidarietà”
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«Mi piace molto l’idea di una chiamata alla riappropriazione della realtà. Abbiamo bisogno di uscire di casa, dal nostro isolamento, di trovarci come corpi nella carne del mondo in una dimensione che non sia più quella individuale che ci ha travolti, ma quella della comunità, dello stare insieme». Silvia Avallone ha letto l’appello di Michele Serra e le interviste di adesione che sono seguite. L’autrice di Acciaio, Marina Bellezza, Cuore nero, che l’anno scorso ha vinto il premio Elsa Morante e il premio Viareggio Rèpaci, è convinta che di una piazza per l’Europa ci sia più che mai bisogno.

Una manifestazione di impegno collettivo, in un momento in cui sembra che ognuno sia destinato a condurre la sua battaglia personale in solitudine. Si può fare?

«La solitudine è un grande problema morale e politico di quest…

«Mi piace molto l’idea di una chiamata alla riappropriazione della realtà. Abbiamo bisogno di uscire di casa, dal nostro isolamento, di trovarci come corpi nella carne del mondo in una dimensione che non sia più quella individuale che ci ha travolti, ma quella della comunità, dello stare insieme». Silvia Avallone ha letto l’appello di Michele Serra e le interviste di adesione che sono seguite. L’autrice di Acciaio, Marina Bellezza, Cuore nero, che l’anno scorso ha vinto il premio Elsa Morante e il premio Viareggio Rèpaci, è convinta che di una piazza per l’Europa ci sia più che mai bisogno.

Una manifestazione di impegno collettivo, in un momento in cui sembra che ognuno sia destinato a condurre la sua battaglia personale in solitudine. Si può fare?

«La solitudine è un grande problema morale e politico di questo momento storico. Si sono sfaldati i legami sociali e invece io penso che la solidarietà sia un valore che tutti dovremmo coltivare. Un po’ la società dei consumi, un po’ la rivoluzione tecnologica hanno preso il sopravvento sulle relazioni, sui legami, in una maniera selvaggia, senza alcun indirizzo costruttivo. Con questo dobbiamo fare i conti».

La rivoluzione digitale ha portato una nuova propaganda, capace di confondere il vero con il falso e di farci dubitare perfino di quello che siamo. Come si fa argine?

«Ci mancano le parole. Gli strumenti culturali sono per me l’unica via per realizzare la libertà. E quindi la curiosità, il tempo per approfondire, per uscire. Tutti gli slogan, tutte le semplificazioni cadono appena tu prendi, esci e incontri davvero le persone. Conosci i luoghi, li attraversi, e ti rendi conto che siamo tutti storie. Nessuno è riconducibile a una definizione di comodo, a un numero che può tornare utile. Le persone sono dei fini e noi spesso li confondiamo con dei mezzi».

Nei suoi romanzi ci sono figure femminili forti, che certo esulano dall’idea di donna delle destre. Tra le tante minacce che l’Europa affronta, c’è anche quella all’emancipazione femminile?

«C’è molta paura della nostra libertà e della nostra voce e anche di un nostro modo differente di gestire il potere, che è la cosa che mi piacerebbe davvero di più vedere in atto per cambiare la logica della storia. Farla diventare una storia di cura, di ascolto e non di conquista, sottomissione, sopruso. Noi coltiviamo una possibilità del nuovo. Dall’altra parte, c’è un grande bisogno che il maschile si metta in discussione, che rompa la gabbia di violenza in cui è avvinto. Penso alla Storia come l’ha raccontata Elsa Morante: uomini che seminano distruzione e donne che cercano di salvare il salvabile dal basso».

Ci sono però molte donne di potere che hanno assunto le leggi del maschile, che non cambiano il paradigma.

«Certo perché non è un discorso di corpi, ma culturale. Ci sono tanti uomini che si sono già messi in discussione e hanno assunto l’altruismo come valore. Dobbiamo uscire da questo egoismo e dalla competizione che attanaglia la nostra epoca».

L’Europa in cui siamo cresciute non è solo quella dell’unione monetaria e dei regolamenti, ma quella dei diritti umani e civili. Eppure è come se non trovassimo le parole per difenderli. Ci sono?

«Abbiamo lasciato troppe periferie e troppi margini in uno stato di abbandono molto doloroso. Abbiamo permesso a tante bambine e bambini di crescere in una povertà educativa, affettiva, economica, sociale. Una colpa dalla quale dobbiamo redimerci. L’ingiustizia sociale resta una delle principali generatrici di rancore e distruzione. Bisognerebbe tornare lì, insieme dove c’è sofferenza, e dare una mano investendo prima di tutto nella scuola, il ponte vero del riscatto. Perché anche i genitori quando vedono incarnarsi la speranza nei figli possono trasformare la rabbia non più in paura, ma in desiderio di un futuro più giusto».

È preoccupata per le sue figlie, che crescono in un tempo di guerra?

«Sono angosciata, ma non riesco a non avere fiducia nell’umanità intesa come la forza di reagire. Di scartare di lato e di svegliarci. È una forza che nei momenti peggiori spesso abbiamo tirato fuori per dirci che comunque quello che davvero alla fine conta è essere qui insieme, liberi, nel giusto. Ho sempre pensato che giustizia e libertà vadano insieme. Non possiamo essere felici da soli, non possiamo essere contenti se c’è una carneficina in atto, non possiamo ridurre la nostra vita a consumare, assembrare, competere».

Sembra davvero ci sia una reazione al cattivismo trumpiano e alla ferocia della Russia, ma chi sta dalla parte opposta a tutto questo si disperde in mille rivoli.

«Il cambiamento bello, costruttivo, sta sempre nell’incontro con l’altro. Dobbiamo riallacciare le nostre società, il centro e le periferie, partire dalle scuole, che devono incrociare classi sociali, culture, idee diverse. Abbiamo bisogno di spazi fisici di conoscenza dell’altro, perché se riduciamo gli altri a nemici, a minacce, indeboliamo la nostra identità aperta di europei. Abbiamo bisogno di molte più parole per non chiuderci in gabbie frettolose, perché le parole sono i primi ponti: io mi racconto e ti ascolto. Questo deve diventare possibile, altrimenti io ti giudico e mi difendo. E così perdiamo tutti».

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