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Il riarmo divide i partiti. Lega, M5S e Avs contrari, il Pd per l’astensione

Giorgia Meloni e la premier danese Mette Frederiksen 

 (ansa)

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Oggi l’Eurocamera vota sulla proposta von der Leyen. FI favorevole. Da FdI ok con alcuni distinguo. Conte attacca la presidente Ue
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ROMA – Disuniti alla meta. Sul piano di riarmo presentato da Ursula von der Leyen, cuore della risoluzione sulla difesa Ue attesa oggi al voto in plenaria a Strasburgo, i partiti italiani spaccano le rispettive coalizioni e, in qualche caso, anche le famiglie europee d’appartenenza. Una diversità di posizioni e di vedute che restituisce la fotografia di un Belpaese con poche idee e pure (politicamente) confuse. Governo e opposizioni accomunati dal medesimo destino: il disaccordo sul programma in cinque punti per rafforzare l’Europa sotto il profilo militare.

L’istantanea della maggioranza tricolore somiglia molto a una schedina del totocalcio: 1X2. La Lega è schierata sul no senza condizioni, come il resto dei Patrioti, al cui interno però convivono opinioni piuttosto variegate. Bastava ascoltare ieri il lepenista Jordan Bardella, presidente del gruppo di estrema destra, che ha stigmatizzato «la guerra di aggressione di Putin» e invitato a «prendere atto che gli Stati Uniti hanno sc…

ROMA – Disuniti alla meta. Sul piano di riarmo presentato da Ursula von der Leyen, cuore della risoluzione sulla difesa Ue attesa oggi al voto in plenaria a Strasburgo, i partiti italiani spaccano le rispettive coalizioni e, in qualche caso, anche le famiglie europee d’appartenenza. Una diversità di posizioni e di vedute che restituisce la fotografia di un Belpaese con poche idee e pure (politicamente) confuse. Governo e opposizioni accomunati dal medesimo destino: il disaccordo sul programma in cinque punti per rafforzare l’Europa sotto il profilo militare.

L’istantanea della maggioranza tricolore somiglia molto a una schedina del totocalcio: 1X2. La Lega è schierata sul no senza condizioni, come il resto dei Patrioti, al cui interno però convivono opinioni piuttosto variegate. Bastava ascoltare ieri il lepenista Jordan Bardella, presidente del gruppo di estrema destra, che ha stigmatizzato «la guerra di aggressione di Putin» e invitato a «prendere atto che gli Stati Uniti hanno scelto di rimettere in discussione il loro impegno storico verso il continente europeo e verso l’Ucraina». Dunque: «Dobbiamo agire di conseguenza». L’esatto opposto di ciò che pensa Matteo Salvini, ormai attestato su una linea marcatamente filo-russa e ultra-trumpiana. Riassunta dal vicesegretario Andrea Crippa in un lapidario: «Dopo tre anni di bombe e morte, a Bruxelles va in scena il teatro dell’incapacità e dei guerrafondai».

Contrarietà che fa a pugni con il «sì convintissimo» espresso da uno dei principali alleati in patria, Antonio Tajani, leader di Forza Italia nonché vicepresidente del Ppe, il partito di Ursula. Mentre Fratelli d’Italia sta nel mezzo: approverà solo la tesi finale, non l’intera risoluzione, smarcandosi su alcune parti del testo ritenute indigeste. Non prima, però, di aver visto passare l’emendamento per cambiare nome al piano: da ReArm a Defend Europe.

Altrettanto articolato, per non dire caotico, lo scenario offerto dalle opposizioni. Il più tormentato (e diviso) appare il Pd. Il capodelegazione Nicola Zingaretti ha dovuto sudare sette camicie per far capire alla segretaria Elly Schlein e ai suoi fedelissimi — decisi ad affossare la proposta VdL perché «serve una difesa Ue, non il riarmo dei singoli Stati» — quanto una strada del genere fosse insostenibile. Avrebbe finito per frantumare il partito in almeno tre tronconi — sì, no, boh — e prodotto una figuraccia internazionale, dal momento che la stragrande maggioranza dei socialisti è indiscutibilmente a favore.

Da qui la mediazione avanzata nella notte dall’ex governatore del Lazio: «È necessario che non ci sia nessun contrario». Indicazione tradotta da Schlein nella scelta (sofferta) dell’astensione. Con tanto di telefonata personale agli irriducibili: Marco Tarquinio e Cecilia Strada. Opzione che però potrebbe essere disattesa da una decina di esponenti della minoranza riformista: oltre a Pina Picierno, Giorgio Gori e Irene Tinagli, anche dal presidente del partito Stefano Bonaccini. Orientati ad ascoltare il suggerimento degli ex premier Romano Prodi e Paolo Gentiloni, secondo cui il ReArmEu è solo «un primo passo» verso la difesa comune.

Chi non ha nessun dubbio è invece il M5S. Dopo aver protestato contro il piano von der Leyen, Giuseppe Conte ha incrociato fuori dall’Europarlamento la presidente della Commissione e l’ha avvertita: «Continueremo a fare un’opposizione durissima, saremo più forti di te». Ricevendo in risposta un sorriso, pure quello armato: «Vedremo». In perfetta sintonia con Avs. Per Nicola Fratoianni, il rosso dell’alleanza, il programma militare lanciato dalla tedesca è «pericoloso e demenziale». Il no in aula a Strasburgo è perciò scontato, lo stesso dell’intero gruppo Left. A cui si uniranno anche i verdi italiani, in dissenso però dai verdi europei, allineati sul sì. Ma Angelo Bonelli non intende cambiare idea: «Investendo 800 miliardi l’anno in armi si condanna l’Europa alla fragilità economica e sociale».

Il risultato? Surreale. La Lega si salda come ai vecchi tempi con i 5S, a cui si accoda la sinistra. Il Pd resta a bordo campo. FdI si barcamena, seguendo i berlusconiani solo in parte e di malavoglia. Preparate i popcorn: quando martedì prossimo si dovrà votare alla Camera un’analoga risoluzione, ci sarà da divertirsi.

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