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Uccidere un fascista non è reato. Il caso Ramelli e la cricca dei Buoni

Il funerale di Sergio Ramelli, con Giorgio Almirante e Franco Servello 

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Cosa è rimasto dei tic ideologici che rendevano normale spaccare il cranio a un ragazzino inerme
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Questo è il numero di venerdì 14 marzo 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Una ventina di anni fa, nella mensola seminascosta di una libreria del centro di Roma, tra pile polverose di libri vecchi almeno mezzo secolo, notai un rotolo di manifesti che, a occhio, erano coetanei dei volumi. Chiesi al libraio di cosa si trattasse e mi spiegò che erano manifesti politici, e che erano spuntati dallo sgabuzzino di una sezione di partito dismessa. Lui li aveva comprati in stock, vatti a ricordare dove, e ora stavano lì in cerca di compratori. Chiesi di poterli srotolare. Erano per lo più manifesti di Avanguardia operaia e Democrazia proletaria, roba anni Settanta, e non c’era da stupirsi che stessero nella stessa risma: Avanguardia operaia, uno dei principali partiti della sinistra extraparlamentare nata dal Sessantotto, era confluita insieme ad altre formazioni in Democrazia proletaria nella seconda metà degli anni Se…

Questo è il numero di venerdì 14 marzo 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

Una ventina di anni fa, nella mensola seminascosta di una libreria del centro di Roma, tra pile polverose di libri vecchi almeno mezzo secolo, notai un rotolo di manifesti che, a occhio, erano coetanei dei volumi. Chiesi al libraio di cosa si trattasse e mi spiegò che erano manifesti politici, e che erano spuntati dallo sgabuzzino di una sezione di partito dismessa. Lui li aveva comprati in stock, vatti a ricordare dove, e ora stavano lì in cerca di compratori. Chiesi di poterli srotolare. Erano per lo più manifesti di Avanguardia operaia e Democrazia proletaria, roba anni Settanta, e non c’era da stupirsi che stessero nella stessa risma: Avanguardia operaia, uno dei principali partiti della sinistra extraparlamentare nata dal Sessantotto, era confluita insieme ad altre formazioni in Democrazia proletaria nella seconda metà degli anni Settanta. C’era solo un manifesto firmato da un'altra sigla, Potere operaio. Lo slogan diceva così: “Liberiamo Lollo”, e accompagnava l’immagine di un ragazzo baffuto dietro la grata di una cella. Questo il testo: “Achille Lollo, proletario comunista, è in galera innocente e rischia l’ergastolo per un crimine commesso dai fascisti. Incurante della verità, la magistratura della Strage di Stato lo ha rinviato a giudizio insieme ai compagni Marino Clavo e Manlio Grillo. Spezziamo con la mobilitazione e con la lotta la catena di provocazioni con cui i padroni e i loro servi, magistrati, poliziotti e fascisti tentano inutilmente di bloccare la crescita delle organizzazioni rivoluzionarie”. Firmato appunto: Potere operaio, altro importante gruppo della sinistra extraparlamentare post Sessantotto. Lo comprai, per questo oggi posso citarne testualmente il contenuto. Quel manifesto di PotOp era sconvolgente, un pezzo unico e non per ragioni di collezionismo. C’erano infatti scritte un fracco di deliberate e consapevoli menzogne, puttanate doppiamente gravi perché con quel manifesto PotOp stava difendendo i propri militanti accusati del cosiddetto rogo di Primavalle, quartiere romano di periferia dove nel 1973 qualcuno nottetempo aveva dato fuoco all’appartamento della famiglia Mattei, padre, madre e quattro figli, l’uomo un netturbino che aveva la sola colpa di essere un esponente della sezione di quartiere del Movimento sociale italiano. In casa, mentre gli attentatori appiccavano il fuoco, c’era tutta la famiglia. I fratelli Virgilio, 22 anni, e Stefano, 10 anni, non riuscirono a mettersi in salvo. La straziante foto di loro due, abbracciati e carbonizzati sul davanzale della finestra di casa, è una delle immagini simbolo della barbarie politica di cui furono capaci quegli anni. E chi era stato a incendiare casa Mattei? Proprio “Lollo”, il presunto perseguitato dalla repressione, insieme agli altri due citati nel manifesto e chi lo aveva mandato in stampa ne era del tutto consapevole. I vertici di PotOp fecero di più. Con la complicità di un paio di giornalisti, anch’essi pienamente a conoscenza della verità sulla colpevolezza di “Lollo” e degli altri, fu realizzato un libro, Incendio a porte chiuse, edito dalla casa editrice Savelli, per sostenere una contro-verità: i Mattei erano rimasti vittime di una faida tutta interna al neofascismo di zona. Uno scandaloso e immorale falso, mascherato però da controinformazione, e dio sa quanto l’operazione fosse antenata di una prassi che ai tempi nostri è diventata comunissima: presunti “alternativi” che producono bufale e le spacciano per atti di lotta contro il sistema. I protagonisti di quella falsificazione hanno poi confessato, solo a molti anni di distanza, la turpe operazione. Oggi sappiamo persino come i vertici di PotOp vennero a conoscenza subito della verità su Primavalle: mandarono Valerio Morucci, militante del partito prima di diventare brigatista rosso, a interrogare i sospetti. E Morucci non girava mai disarmato, sapeva come convincere qualcuno a parlare. Perché fu realizzata quella mistificazione che oggi definiremmo fake? Perché nessuno poteva e voleva intestarsi un crimine tanto vigliacco e abominevole come dare fuoco alla casa di povera gente e ammazzare così un ragazzo e un bambino di appena 10 anni. Quella sinistra aveva di sé l’immagine dei Buoni che lottano contro le ingiustizie. No, la verità non poteva essere detta. Bisognava inventarne una parallela. E crederci anche un po’, magari. Di certo tanti gonzi, loro sì inconsapevoli e però accecati dall’ideologia, ci avrebbero creduto volentieri. Così fu.

Quello che è accaduto a Primavalle, Roma, 1973, è molto simile a ciò che accadde a Milano, marzo 1975. Sergio Ramelli, 19 anni ancora da compiere, militante del Fronte della gioventù, fu aggredito sotto casa da un commando di avversari politici. Due di loro lo colpirono alla testa con delle enormi chiavi inglesi e gli sfondarono il cranio. Ieri, 13 marzo 2025, facevano 50 anni esatti da quella vile aggressione. Ramelli morì dopo più di un mese di agonia. Ramelli non era un picchiatore. Ramelli non era mai stato responsabile di atti violenti. Era un “fascio” e tanto bastava, agli occhi di molti, a renderne giusta la persecuzione personale. Fu costretto a cambiare scuola per le angherie subite quotidianamente. Quindi, un giorno, Ramelli tornò a casa con il suo motorino e trovò ad attenderlo i suoi carnefici. Non riuscì a scappare. Per molti anni il suo omicidio restò impunito. Poi, dieci anni dopo, la svolta.

Una soffiata permise agli inquirenti di ricostruire in un battibaleno l’intero commando che aveva partecipato alla spedizione contro Ramelli. Era composto da militanti del servizio d’ordine di Avanguardia operaia, per la precisione la cellula della facoltà di Medicina. I servizi d’ordine dei partiti extraparlamentari erano nati, in teoria, per garantire la sicurezza delle manifestazioni, ma erano di fatto nuclei che praticavano l’illegalità e azioni violente contro gli avversari. Gli arrestati confessarono tutti, chi prima e chi dopo, chi a mezza bocca e chi senza tralasciare un solo dettaglio. In quegli anni la maggior parte degli imputati era diventata medico. Quei professionisti trentacinquenni finiti poi alla sbarra, incravattati e rispettabili, erano quelli che avevano aperto il cranio a un ragazzino. Alcuni di loro facevano ancora politica attiva in Democrazia proletaria, il partito della pace, il partito della denuclearizzazione, il partito dei Buoni. Soprattutto, dalle confessioni emerse un quadro chiarissimo: non solo i vertici milanesi di Ao sapevano della responsabilità del servizio d’ordine. Peggio: erano i mandanti dell’azione. In quella Milano da bere, così lontana dalla città di dieci anni prima, decine di persone, stima per difetto, erano a conoscenza del fatto che Ramelli fosse stato assassinato da un commando di Ao. Molte delle quali facevano ancora politica, anche con incarichi elettivi.

Sergio Ramelli 

Bisogna andarsele a rileggere le reazioni dei Buoni al momento dell’arresto dei colpevoli, per capire tante cose anche di oggi. Le ha raccolte Giuseppe Culicchia in un libro appena uscito per Mondadori, Uccidere un fascista non è reato. Sergio Ramelli, una vita spezzata dall’odio. La maggior parte dei reduci cercò di rifugiarsi nella tesi che la caccia al fascista si era resa necessaria per via delle stragi di Stato (era proprio la tesi del manifesto PotOp), del ruolo dei fascisti nella sovversione dell’ordine democratico. Verità storiche, sia la mano fascista nelle stragi che il pericolo di golpe. Ma perché sprangare un ragazzino milanese avrebbe dovuto contrastare quei fenomeni? Davvero punire l’inerme Ramelli avrebbe permesso di contrastare i disegni eversivi? O invece, come era evidente a tutti tranne che ad alcuni Buoni, quella contro Ramelli era una violenza cieca e ingiustificabile, che nessuna lotta per i diritti, il salario, la pace, la democrazia, e di sopra e di sotto, poteva rendere tollerabile?

Mario Capanna, allora segretario nazionale di Dp, disse a caldo che l’arresto dei suoi compagni gli pareva simile a quello di Enzo Tortora – pensa tu che bestialità – e che, con quegli arresti, si voleva reprimere l’opposizione e processare il Sessantotto. Dp, con una nota, parlò di “provocazione politica”. Luca Cafiero, che insieme a Capanna era stato leaderino di un movimento studentesco extraparlamentare il cui servizio d’ordine aveva spaccato più teste che uova di cioccolato a Pasqua, e spesso di altri militanti di sinistra, fu meno ipocrita. Ammise sull’Unità che le aggressioni violente dei servizi d’ordine erano frequenti ma aggiunse che la cosa non lo turbava, “e non riesce a turbarmi nemmeno adesso”. Gad Lerner sul Manifesto scrisse un articolo intitolato “A che serve punire?”: “Coerenza chiederebbe di denunciare come associazioni a delinquere quei servizi d’ordine che dopo l’aggressione del 13 marzo 1975 andarono per le strade gridando, ahimè, tutti i fascisti come Ramelli con una riga rossa tra i capelli. Tuttavia - proseguì Lerner - le ragioni che legittimano una richiesta di non punibilità per gli episodi di allora a mio parere risiedono soprattutto nella dimensione sociale del fenomeno”. Non punibilità. Edo Ronchi, ex leader di Avanguardia operaia che sarebbe poi diventato ministro dell’Ambiente un altro decennio più tardi, disse: “Noi siamo per l’abolizione del carcere, perché siamo contro ogni violenza, e il carcere è la massima espressione della violenza sistematica”. Il Ronchi del 1985 si diceva contro ogni violenza, probabilmente sincero, ma come poteva rimuovere di aver militato in una formazione che reputava normale andare a spaccare il cranio di un ragazzino? Possibile? Davvero “la dimensione sociale del fenomeno”, per usare le parole di Lerner, era sufficiente a formulare quella che di fatto era una autoassoluzione di un’area politica, dei suoi tic ideologici e delle sue malefatte?

Tutti gli imputati per l’omicidio Ramelli furono condannati, sebbene il delitto fu derubricato a preterintenzionale e alcuni dei responsabili non fecero alcun giorno di carcere. Nel gennaio del 1990, i giudici riuniti nella I sezione penale della Corte di cassazione, scrissero nella loro sentenza: “La lotta antifascista portata avanti da Avanguardia operaia nel momento storico che interessa i fatti oggetto del presente giudizio e dagli imputati che hanno ritenuto di condividerla e darvi corpo per la loro parte, non si può definire ispirata ai valori antifascisti della Costituzione ma a una concezione politica e ideale tutta deformata di essi, la quale li negava nel momento stesso in cui li perseguiva, mediante condotte negatrici dei diritti della persona, svuotandoli del loro essenziale contenuto. La conclusione è che la lotta antifascista si è risolta, nel caso, in una lotta politica di parte, realizzata con la violenza e la sopraffazione, in netta antitesi con i valori che si pretendeva di affermare”. Parole del tutto sottoscrivibili: “negava i valori nel momento stesso in cui li perseguiva”.

Per fortuna viviamo da anni in un Paese dove nessuno spacca più il cranio di un ragazzino per motivi ideologici. Ma quei tic di un tempo, quell’arroganza nel piegare i fatti alle ragioni della propria ideologia, quella tendenza a ribaltare la verità e considerare servo o colluso chi non accetta il testacoda, non è un’abitudine superata. Avete mai sentito uno di quelli che parlano di “pace” in senso del tutto astratto e chi non si adegua al credo è “bellicista”? Avete mai sentito una di quelle sedicenti anime belle che vanno in tv ad accusare gli ucraini di essere responsabili dei propri guai? L’impronta genetica di quella presunzione la puoi riconoscere, come un vecchio familiare che ogni tanto si presenta al pranzo della domenica: negare i valori nel momento stesso in cui li si persegue.

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