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Meloni apre alla call di Starmer, tensioni Lega-FI sulla risoluzione e sparisce la parola “riarmo”

La premier Giorgia Meloni a Torino per incontrare gli atleti delle Special Olympics 

 

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La premier pronta a collegarsi con i “volenterosi” dopo il cambio dell’ordine del giorno. Missione del Carroccio negli Usa
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Fino a ieri notte, Giorgia Meloni non aveva ancora dato una risposta definitiva a Downing Street. Ma tre fonti di governo di primo piano, a sera, spiegavano che la premier «quasi certamente» alla fine ci sarà alla call dei “volenterosi” convocata da Keir Starmer, per discutere di truppe di pace da spedire in Ucraina, a ostilità terminate. La premier è disposta a parlare di contingenti solo sotto l’ombrello dell’Onu, è noto. Non ha apprezzato quelle che considera fughe in avanti di altri partner europei. Per questo all’inizio aveva fatto sapere a Starmer che no, non sarebbe apparsa in video stamani.

Poi però qualcosa è cambiato. A Londra ha chiesto di aggiustare l’ordine del giorno del summit, di allargare la discussione alla difesa in generale. E qualcosa l’ha spuntata, visto che fonti inglesi ieri spiegavano che nella video-seduta si discuterà soprattutto di come rafforzare l’Ucraina in vista dei negoziati con Mosca. Mentre la vera «military planning session» dei “volenterosi” sarà …

Fino a ieri notte, Giorgia Meloni non aveva ancora dato una risposta definitiva a Downing Street. Ma tre fonti di governo di primo piano, a sera, spiegavano che la premier «quasi certamente» alla fine ci sarà alla call dei “volenterosi” convocata da Keir Starmer, per discutere di truppe di pace da spedire in Ucraina, a ostilità terminate. La premier è disposta a parlare di contingenti solo sotto l’ombrello dell’Onu, è noto. Non ha apprezzato quelle che considera fughe in avanti di altri partner europei. Per questo all’inizio aveva fatto sapere a Starmer che no, non sarebbe apparsa in video stamani.

Poi però qualcosa è cambiato. A Londra ha chiesto di aggiustare l’ordine del giorno del summit, di allargare la discussione alla difesa in generale. E qualcosa l’ha spuntata, visto che fonti inglesi ieri spiegavano che nella video-seduta si discuterà soprattutto di come rafforzare l’Ucraina in vista dei negoziati con Mosca. Mentre la vera «military planning session» dei “volenterosi” sarà la settimana prossima. In questa cornice, Meloni è nelle condizioni di partecipare, senza dare troppo l’idea di sposare un progetto che, soprattutto comunicativamente, non condivide. E può evitare quello che sarebbe un clamoroso isolamento dai principali alleati europei, in un summit che coinvolge pure Ue e Nato. Se dunque si collegherà, potrà ribadire la sua linea: Europa e Stati Uniti devono restare ancorati, perché senza il coinvolgimento pieno di Washington è impossibile per l’Ucraina una «pace duratura e giusta».

Anche di questo ha discusso ieri, all’altro capo del mondo, il vicepremier Antonio Tajani, nel bilaterale con il segretario di Stato Usa, Marco Rubio, a margine del G7 degli Esteri in Canada. Tra battute in spagnolo, un focus sul Venezuela e sull’ingiusta detenzione di Alberto Trentini, Rubio avrebbe lasciato qualche spiraglio sul progetto di Meloni di un vertice Ue-Usa sull’Ucraina. Rimandandolo però a dopo la tregua Kiev-Mosca. Mentre non avrebbe sposato la linea italiana, di una missione a Kiev esclusivamente col placet dell’Onu.

A Roma intanto il centrodestra deve trovare una complicata sintesi sulla risoluzione che il parlamento voterà martedì e mercoledì, in vista del consiglio europeo del 20-21 marzo. In maggioranza le posizioni sono all’opposto. Si cercano scappatoie. Su un punto, raccontano più fonti di governo e di maggioranza, sembra esserci un’intesa di massima: nel testo non ci sarà alcun riferimento che dica espressamente «sì al piano Rearm Eu» presentato da Ursula von der Leyen. Cioè uno dei punti del prossimo summit. Anche FI ha fatto capire che non s’impunterà «su una questione lessicale», riferisce un big azzurro, e che uno schema potrebbe essere la risoluzione appena approvata dal G7. Ma restano altri nodi intricatissimi, in attesa di un vertice dei capigruppo lunedì. Per la Lega, spiega il vice-segretario Andrea Crippa a Repubblica, «le richieste sono chiare: se si spende in armi bisogna comprare da aziende italiane o comunque il controllo sulle spese deve essere in Italia, non di francesi e tedeschi». Il numero due di Matteo Salvini esclude anche che si possa ricorrere a una risoluzione di maggioranza di una sola riga, com’era stato ipotizzato all’inizio da FdI («Sentite le comunicazioni del presidente del consiglio, il Parlamento approva»). «Una mozione vaga di una riga? Non credo».

Per il capogruppo di FI, Paolo Barelli, la richiesta leghista di comprare solo armi in Italia «può essere auspicabile, ma non credo sia applicabile». E per gli azzurri, aggiunge, «deve essere chiaro che tutti gli stati membri devono cedere un pezzo di sovranità, a beneficio di una difesa comune». Parola tabù per il Carroccio. Anche se tutti sono convinti che l’accordo si troverà, ci sono ancora molti angoli da smussare. E tensioni da smorzare.

Dentro FI continuano a essere infastiditi per le mosse di Salvini in politica internazionale, come l’incontro di ieri con il ministro degli Esteri ungherese, Pèter Szijjàrtò, insomma l’omologo di Tajani, per discutere di Trump e di pace. Mentre tra pochi giorni partirà la prima missione leghista negli Usa: il vice di Salvini al Mit, Edoardo Rixi, il 5 aprile sarà a Miami e lì, a margine dell’inaugurazione di un cantiere navale, dovrebbe incontrare il governatore della Florida, Ron DeSantis, il sottosegretario ai Trasporti di Turmp, Sean Duffy, e diversi altri repubblicani.

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