È una piazza che non sa finire, quella convocata da Michele Serra a Roma per l’Europa. Sono arrivati in cinquantamila, assiepati alle transenne, accalcati sulle scalinate, davanti a un maxischermo sulla terrazza del Pincio: colorati, convinti, attenti. Nulla ha spaventato: il cielo ha resistito alla pioggia, le idee diverse sono state ricchezza, le bandiere europee hanno saputo fondersi con quelle della pace, dell’Ucraina, della Georgia, finalmente capaci di essere tutte insieme per qualcosa. Era questa la chiamata fatta dalle pagine di Repubblica cui hanno risposto i sindaci, a partire da quello di Roma Gualtieri, poi il Pd, Italia Viva, Azione, Alleanza Verdi sinistra, Cgil, Cisl e Uil, Anpi. Ma soprattutto, le persone: Katia è partita da Francavilla per essere qui col figlio, che ha sedici anni. Fabrizio ha lasciato la sua libreria a Senigallia, ed è arrivato con gli amici. Chi è in prima fila viene da Perugia, Salerno, Caserta, Treviso, Bari. I primi cittadini col tricolore sono o…
È una piazza che non sa finire, quella convocata da Michele Serra a Roma per l’Europa. Sono arrivati in cinquantamila, assiepati alle transenne, accalcati sulle scalinate, davanti a un maxischermo sulla terrazza del Pincio: colorati, convinti, attenti. Nulla ha spaventato: il cielo ha resistito alla pioggia, le idee diverse sono state ricchezza, le bandiere europee hanno saputo fondersi con quelle della pace, dell’Ucraina, della Georgia, finalmente capaci di essere tutte insieme per qualcosa. Era questa la chiamata fatta dalle pagine di Repubblica cui hanno risposto i sindaci, a partire da quello di Roma Gualtieri, poi il Pd, Italia Viva, Azione, Alleanza Verdi sinistra, Cgil, Cisl e Uil, Anpi. Ma soprattutto, le persone: Katia è partita da Francavilla per essere qui col figlio, che ha sedici anni. Fabrizio ha lasciato la sua libreria a Senigallia, ed è arrivato con gli amici. Chi è in prima fila viene da Perugia, Salerno, Caserta, Treviso, Bari. I primi cittadini col tricolore sono oltre trecento, dal milanese Giuseppe Sala al torinese Stefano Lo Russo al sindaco di Napoli Gaetano Manfredi. Emma e Francesco, 21 e 22 anni, con la stessa idea – una piazza per l’Europa – hanno fatto di Parma la città europea del 2027 per giovani, «perché c’è bisogno di riavvicinare l’Unione europea alla quotidianità – dice Emma – serve questo spazio orizzontale del confronto, non quello verticale del potere».
Michele Serra, che li ha voluti qui insieme a tutti gli altri con cui dividerà il palco, esordisce: «Una piazza che unisce persone e idee diverse è uno scandalo, e questo scandalo ha un nome: democrazia. Non è molto di moda la democrazia nel mondo, ci sono luoghi in cui alle bambine non è concesso di andare a scuola, in cui si assassinano gli oppositori, i libri vengono messi al bando, le idee schiacciate, gli omosessuali o i trans sono perseguitati per legge, le persone sono sottoposte al dominio del padrone e all’arbitrio del padre. Qui no, perché siamo in Europa». E quindi, «diamoci una mossa». Ricordiamoci che l’Europa è la salvezza «quando ricacciamo i migranti in mare, quando pensiamo che la resistenza degli ucraini sia solo una scocciatura che ci impedisce di riposare tranquilli, ricordiamoci che le madri dell’Europa sono la libertà e la pace. Nessuna delle due può esistere senza l’altra. Nessuno può sentirsi in pace se è oppresso, invaso e sottomesso e niente sospende la libertà degli esseri umani quanto la guerra».
Nel retropalco Renata Colorni – 85 anni – letteralmente figlia di quel manifesto di Ventotene che l’Europa unita ha saputo immaginarla quando ancora infuriavano la guerra, il nazismo e il fascismo, parla con il regista Paolo Virzì dell’amicizia e dell’amore che legarono i suoi genitori: Eugenio Colorni, Ursula Hirschmann e Altiero Spinelli, il suo secondo padre. Tutti e tre al confino a Ventotene, tutti e tre al lavoro su quelle pagine che ancora oggi restano l’ideale da raggiungere. Sul palco ricorda la madre, «ebrea, socialista e femminista, donna di raffinata e sottile intelligenza che all’idea degli Stati Uniti d’Europa ha dedicato la vita», e i due padri, il primo «ucciso dagli sgherri nazifascisti pochissimi giorni prima della liberazione di Roma, il 30 maggio del 1944, quando lei aveva quattro anni e mezzo». Legge le loro parole con l’emozione nella voce riflessa da quella di una piazza sterminata.
Claudio Bisio lega gli interventi: «Ho 67 anni, sono qui per i miei figli». Tutti sono chiamati a dire nome ed età. Tra le prime c’è Rahel Saya, 24 anni. Scappata su un aereo militare da Kabul ad agosto 2021, l’Italia l’ha salvata, l’Europa l’ha salvata, ma «porto con me la voce di tutte le donne afghane. Non voglio che il mondo provi compassione per loro, voglio che lotti al loro fianco. La libertà è un diritto universale e difenderla è un dovere che va oltre la politica e la geografia».
Corrado Augias legge nella piazza la stessa passione di Ventotene, «oggi il momento è meno drammatico, certo, ma non è meno difficile». “Cor-ra-do, Cor-ra-do”, a migliaia scandiscono il suo nome e parte l’ovazione. Fabrizio Bentivoglio legge il discorso di Pericle agli ateniesi. Scoppia un applauso più forte degli altri, quando legge: «Qui da noi l’uomo che non si occupa dello Stato è inutile, la discussione non è mai ostacolo alla democrazia, noi non cacciamo mai uno straniero».
Che miracolo è, questo popolo che applaude le parole di pace e di resistenza e di coraggio e di inclusione, senza dividersi nemmeno per un attimo. Che intona spontaneo “Bella Ciao” e poi canta Lucio Dalla e la sua “Henna” scritta dopo aver visto i bombardieri dirigersi verso la Jugoslavia. E segue Roberto Vecchioni, la canzone dedicata a una combattente curda, e poi un coro per quel “Sogna ragazzo sogna” dedicato ai giovani che sono chiamati a ricucire il progetto che le generazioni venute prima hanno strappato. Francesca Vecchioni, accanto al padre che le regge il leggìo, porta le ragioni delle diversità oggi minacciate in Polonia, in Ungheria, negli Stati Uniti e chissà dove altro ancora, se non capiremo presto che sono un bene da proteggere sempre. La presidente delle Famiglie arcobaleno Alessia Crocini dice forte: «Qualsiasi cosa faranno, non potranno cancellarci».
Che magia è passata sotto questo cielo che il sole cerca di bucare, se sono insieme a distribuire abbracci e selfie Schlein, Calenda, Bonelli, Fratoianni, Landini, con Nardella e Ricci ormai europarlamentari, ma attratti dalla galassia dei sindaci, e Peppe Provenzano che porta sottobraccio Achille Occhetto. Sospendendo per un attimo la resa dei conti che proprio sull’Europa arriverà, e non sarà indolore. Spinti all’unità da una piazza che non chiede altro, e non da ieri.
Gianrico Carofiglio, camicia jeans, giaccone nero, confessa l’età e cita Martin Luther King: «Ciò che mi spaventa non è la violenza dei cattivi, ma l’inerzia dei buoni. Servono doti guerriere per combattere con la forza indomabile delle idee in tutti i luoghi in cui il diritto è in pericolo». E Antonio Scurati, dopo la “Crêuza de Mä” di De André cantata da Mauro Pagani, parte da quello che non siamo: chi invade i Paesi confinanti, chi bombarda e massacra, chi deporta bambini. «Non lo siamo, ma lo siamo stati», dice Scurati ricordando il fascismo. E per questo abbiamo scelto ottant’anni fa di non esserlo più. «Non siamo gente che deporta gli immigrati a favore di telecamera, che taglia i finanziamenti alle associazioni umanitarie – ogni riferimento a Trump è puramente voluto – che ignora la scienza e il cambiamento climatico. Non umiliamo in mondovisione il leader di un Paese che da tre anni combatte per la propria sopravvivenza». E poi: «Ripudiare la guerra non significa essere arresi, inerti, rinunciatari, vigliacchi. Perché la democrazia è sempre lotta per la democrazia». Paolo Virzì entra dopo le immagini del suo Un altro ferragosto, con Spinelli e Pertini che dialogano con Silvio Orlando. Ha scelto di esserci dopo aver visto quanta voglia di boicottare questa piazza ci fosse, ha capito da chi intendeva ostacolarla che invece serviva essere qui a dire che «il momento è ancora più insidioso degli anni Venti del Novecento, le nostre vite adesso sono controllabili e manovrabili con dispositivi che stanno nelle tasche di tutti, dotati di quell’intelligenza artificiale che se controllata da pochi può orientare paure e sentimenti e portare forme spaventose di autoritarismo tecnologico».
Alice Manoni, 26 anni, porta la voce delle Acli. Corrado Formigli a 56 anni non era mai salito su un palco in una piazza, lo fa oggi perché non è una manifestazione di partito, ma di idee: «Bandiere unite da un rifiuto comune: che la democrazia finisca di compiersi nel momento del voto e poi prenda ad attaccare i corpi intermedi e la magistratura». Lorenzo Jovanotti si collega e dirige idealmente l’inno alla gioia: è anche musica, l’Europa unita. Benedetta Tobagi vede nelle bandiere europee che le sventolano davanti – e che sono, dice Serra, «un gigantesco punto di domanda azzurro» - le stesse dei ragazzi di piazza Maidan.
Liliana Segre manda forse il messaggio più politico: «L’arrendevolezza non ha mai impedito le guerre. Bisogna unire le forze democratiche senza egoismi per non far prevalere avventure autoritarie. E bisogna difendere lo stato sociale, solo se la società europea saprà essere più giusta potrà far sentire i cittadini europei non una somma di solitudini, ma un popolo partecipe dello stesso destino». A Lella Costa, guardare la piazza dal palco spalanca il cuore: porta le ragioni di un vecchio spettacolo, “Stanca di guerra”, e “Il mondo salvato dai ragazzini” dei felici pochi di Elsa Morante. C’è stata gentilezza, c’è stata solidarietà, c’è stato pensiero. «Non perdiamoci di vista», è la chiusura di Serra e Bisio. Citazione del Nanni Moretti del 2002 a piazza San Giovanni: e infatti c’era, il regista, maglione rosso e camicia azzurra, mimetizzato tra la folla. È stata, piazza del Popolo, la risposta alle bolle social, agli scontri tv, all’algoritmo che divide, ai ragionamenti astrusi di chi ha remato contro. «Siamo cittadini europei», è stato il grido. Cinquantamila respiri, un sogno solo.