La destra resta spaccata sul piano, Meloni al bivio della risoluzione
di Tommaso CiriacoGiorgia Meloni e Matteo Salvini
(agf)Deve tenere assieme posizioni sulla carta inconciliabili. A tre mesi dall’ultima apparizione, Giorgia Meloni prepara il suo ritorno in Parlamento. Si presenterà al Senato martedì pomeriggio, in vista del Consiglio europeo del 20-21 marzo. Con un compito complesso: evitare che la maggioranza si spacchi attorno al nodo del riarmo europeo. Tenterà di farlo in due modi. Innanzitutto scrivendo una risoluzione unitaria in cui il via libera al progetto di Ursula von der Leyen viene bilanciato con critiche strutturali al piano. E poi, attaccando frontalmente il Movimento e il Pd, a sua volta spaccato sul ReArm Europe. Alzare i toni con l’opposizione per nascondere le divisioni nell’area di governo. E per evitare che Matteo Salvini ceda a una clamorosa tentazione che accarezza in queste ore: non bocciare — o addirittura sostenere — il passaggio del testo dei grillini che esprime «ferma contrarietà al riarmo».
Sono ore di trattativa frenetica. Di dilemmi ed acrobazie diplomatiche. Palazz…
Deve tenere assieme posizioni sulla carta inconciliabili. A tre mesi dall’ultima apparizione, Giorgia Meloni prepara il suo ritorno in Parlamento. Si presenterà al Senato martedì pomeriggio, in vista del Consiglio europeo del 20-21 marzo. Con un compito complesso: evitare che la maggioranza si spacchi attorno al nodo del riarmo europeo. Tenterà di farlo in due modi. Innanzitutto scrivendo una risoluzione unitaria in cui il via libera al progetto di Ursula von der Leyen viene bilanciato con critiche strutturali al piano. E poi, attaccando frontalmente il Movimento e il Pd, a sua volta spaccato sul ReArm Europe. Alzare i toni con l’opposizione per nascondere le divisioni nell’area di governo. E per evitare che Matteo Salvini ceda a una clamorosa tentazione che accarezza in queste ore: non bocciare — o addirittura sostenere — il passaggio del testo dei grillini che esprime «ferma contrarietà al riarmo».
Sono ore di trattativa frenetica. Di dilemmi ed acrobazie diplomatiche. Palazzo Chigi fa e disfa bozze, cercando di dare forma a un documento di maggioranza che possa essere digerito da Lega e Forza Italia. Sarà il ministro per gli Affari europei Tommaso Foti a trattare già oggi con i capigruppo di maggioranza. Consapevole di un “vantaggio” tattico: l’ordine del giorno del Consiglio Ue è sterminato, dunque il passaggio sulle armi potrà essere ridotto a poche righe. Spetterà alla premier — sempre oggi — chiamare Salvini e Antonio Tajani per sancire il patto.
La Lega, questo è ormai chiaro, vuole intestarsi una battaglia contro la difesa europea. Forza Italia, invece, sostiene l’obiettivo, in linea con la posizione del Ppe. «Siamo alleati leali — ricorda Tajani — Ma non vogliamo assolutamente cambiare le nostre idee». Meloni deve dunque mediare. Lo farà facendo risuonare alcune parole d’ordine che piacciano al Carroccio. Una, in particolare: Trump. La premier dovrebbe citare il presidente americano. Sottolineare i suoi sforzi per la «pace». Non una qualsiasi, dirà però: «duratura» e accompagnata da garanzie di sicurezza americane. Su un altro punto, poi, la leader cercherà l’applauso leghista: il no all’opzione di schierare un contingente europeo in Ucraina, come ipotizzato da Starmer e Macron. In realtà, si tratta di un gigantesco e consapevole equivoco: nessun soldato Ue potrà mettere piede sul terreno senza il consenso della Russia. Con il via libera di Mosca, arriverebbe anche un mandato dell’Onu. A quel punto, Roma invierebbe le proprie truppe, nella cornice di una missione internazionale.
Prima, comunque, c’è da costruire una posizione unitaria sulla difesa europea. Spetta a Meloni impegnarsi in questo equilibrismo. Loderà il progetto della Commissione di tenere fuori dai vincoli del patto di stabilità gli investimenti in armamenti. Ma accompagnerà questa apertura di credito con alcuni appunti critici al “piano Ursula”. Palazzo Chigi teme che scorporare le spese militari non aiuti l’Italia: i mercati conoscono la debolezza strutturale del nostro debito e punirebbero comunque eventuali voragini di bilancio, anche se l’Europa consentisse di non contabilizzarle nel rapporto tra deficit e pil. Meglio promuovere garanzie per gli investimenti di privati, sul modello di InvestEu, propone Palazzo Chigi. È una posizione che piace a Giancarlo Giorgetti.
Sia chiaro, la presidente del Consiglio assicurerà comunque il via libera al progetto di von der Leyen. Non ha intenzione di rompere con Bruxelles, né può permetterselo. In gioco non c’è solo la difesa continentale. Semmai, è lo spettro dei dazi a toglierle il sonno. Meloni aveva in programma di volare alla Casa Bianca entro fine marzo, poco prima dell’entrata in vigore delle barriere doganali contro l’Europa, il prossimo 2 aprile. L’obiettivo diplomatico era ottenere uno slittamento dell’entrata in vigore delle misure, in modo da intestarsi una mediazione utile al continente. Se l’amministrazione americana dovesse lasciarle qualche spiraglio, farà di tutto per raggiungere Washington prima del 2 aprile. Altrimenti, si accontenterà di una missione nelle settimane successive. A quel punto, però, con un proposito diverso: un po’ di clemenza per i prodotti italiani. Non sarà il “ponte” tra Stati Uniti ed Europa promesso, ma un più prosaico tentativo di riduzione del danno.