Il primo appuntamento è nel pomeriggio alle 14.30, nell’aula di Palazzo Madama. Dopo tre mesi, la premier Giorgia Meloni tornerà in Parlamento per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 20 e 21 marzo. Con una sfida da funambola: ricompattare la maggioranza divisa sul Rearm di Ursula von der Leyen, senza che nessuno degli alleati si trovi a rinnegare se stesso. Perché sia possibile, la bozza di risoluzione unitaria del centrodestra — limata fino a sera dal ministro per gli Affari Ue Tommaso Foti con i capigruppo — evita qualsiasi riferimento esplicito al termine “riarmo”. Rispetto a Kiev, il testo si limita a chiedere al governo di «continuare a sostenere l’Ucraina per tutto il tempo necessario» con «l’auspicio di una rapida conclusione dei negoziati di pace». In collaborazione con l’Ue, ma senza escludere gli Stati Uniti e gli ucraini per arrivare a una pace «basata sui principi della Carta Onu e sul diritto internazionale». Uno sforzo che per l’Italia, ribadisce il docum…
Il primo appuntamento è nel pomeriggio alle 14.30, nell’aula di Palazzo Madama. Dopo tre mesi, la premier Giorgia Meloni tornerà in Parlamento per le comunicazioni in vista del Consiglio europeo del 20 e 21 marzo. Con una sfida da funambola: ricompattare la maggioranza divisa sul Rearm di Ursula von der Leyen, senza che nessuno degli alleati si trovi a rinnegare se stesso. Perché sia possibile, la bozza di risoluzione unitaria del centrodestra — limata fino a sera dal ministro per gli Affari Ue Tommaso Foti con i capigruppo — evita qualsiasi riferimento esplicito al termine “riarmo”. Rispetto a Kiev, il testo si limita a chiedere al governo di «continuare a sostenere l’Ucraina per tutto il tempo necessario» con «l’auspicio di una rapida conclusione dei negoziati di pace». In collaborazione con l’Ue, ma senza escludere gli Stati Uniti e gli ucraini per arrivare a una pace «basata sui principi della Carta Onu e sul diritto internazionale». Uno sforzo che per l’Italia, ribadisce il documento, culminerà nella conferenza per la ripresa dell’Ucraina, il 10-11 luglio a Roma. Propositi larghi, che aggirano il dibattito radioattivo sugli armamenti e l’invio di truppe a Kiev. Sminando il campo dalle divisioni nella maggioranza.
Eppure, ancora alla vigilia, le dichiarazioni degli alleati suonavano incompatibili. Per il ministro della Difesa Guido Crosetto, se in Ucraina «ci fosse la tregua e fossero accettate le truppe Onu, sarebbe una notizia positiva». E la partecipazione del nostro Paese non sarebbe esclusa: «Nelle missioni di pace delle Nazioni Unite l’Italia c’è sempre stata». Possibilità già esclusa dalla Lega con una sfilza di niet di Alberto Bagnai: «No all’esercito europeo, no all’invio di soldati italiani in Ucraina, no al taglio della sanità per comprare armi».
Su un esercito con le insegne Ue, in realtà, si dice dubbioso anche il titolare della Difesa: «L’Europa — afferma Crosetto — non può avere sue forze armate, i trattati lo escludono», si deve parlare, al più, di «forze di paesi diversi che riescono a operare insieme».
La prova di nervi all’interno della maggioranza si giocherà anche sulle risoluzioni degli altri partiti. All’Europarlamento, la Lega ha votato come il M5s. Il partito di Conte — così come Avs — a Palazzo Madama (e mercoledì a Montecitorio) ribadirà un deciso no al piano di riarmo Ue. Al Senato si voterà solo la mozione della maggioranza (per regolamento farà decadere le altre), ma alla Camera, dove l’aula sarà chiamata a esprimersi sui testi delle opposizioni, i salviniani avranno davanti un documento difficile da bocciare. «Astenerci? Vediamo quale sarà il parere del governo», dice il capogruppo leghista al Senato Massimiliano Romeo a Radio 1. A tentare il Pd ci penserà invece l’atto di indirizzo di Azione: sarà la replica esatta della risoluzione votata a Strasburgo da metà dei dem contro le indicazioni della segretaria. Anche di questo dovranno parlare deputati e senatori del partito di Elly Schlein, convocati alle 11,30 per un ultimo confronto prima dello showdown del pomeriggio.