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È ora di ripensare alla Costituzione europea

La minifestazione per lEuropa in piazza del Popolo sabato scorso

 

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La Carta è il documento che sigla l’unità di un popolo, che le dà corpo Vent’anni fa ci avevamo già provato, ma abbiamo fatto fiasco
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E dopo? Ogni manifestazione libera un’energia politica, specie quando è così affollata, partecipe, vibrante, com’è accaduto sabato in una piazza – mai come in questo caso – «del Popolo». Ma chi la raccoglierà? E come? Soprattutto: quale domanda saliva dalla piazza, che genere d’appello, in che direzione? Giacché sta di fatto che nella manifestazione del 15 marzo, convocata per ribadire i valori europei in questo tempo di guerra, s’incontravano opzioni diverse e variegate. C’era chi diceva sì al piano di riarmo da 800 miliardi annunciato da Ursula von der Leyen, chi diceva no, chi diceva nì, accettando il ReArm Europe purché venga destinato alla difesa comune e non al riarmo dei singoli Stati, oppure a condizione di non togliere risorse alla spesa sociale, dalla sanità al lavoro.

Possiamo dunque …

E dopo? Ogni manifestazione libera un’energia politica, specie quando è così affollata, partecipe, vibrante, com’è accaduto sabato in una piazza – mai come in questo caso – «del Popolo». Ma chi la raccoglierà? E come? Soprattutto: quale domanda saliva dalla piazza, che genere d’appello, in che direzione? Giacché sta di fatto che nella manifestazione del 15 marzo, convocata per ribadire i valori europei in questo tempo di guerra, s’incontravano opzioni diverse e variegate. C’era chi diceva sì al piano di riarmo da 800 miliardi annunciato da Ursula von der Leyen, chi diceva no, chi diceva nì, accettando il ReArm Europe purché venga destinato alla difesa comune e non al riarmo dei singoli Stati, oppure a condizione di non togliere risorse alla spesa sociale, dalla sanità al lavoro.

Possiamo dunque leggere una parola unificante nel coacervo delle voci? Una soltanto: l’integrazione dei popoli europei. Unità politica, non soltanto economica. Per un’Europa sovrana, che acquisti quote di sovranità da ciascuno Stato, che parli da un solo pulpito. E in nome dei principi democratici in cui si riconosce quest’angolo del mondo. Dopodiché si può ovviamente contestare questa o quella decisione del governo europeo, così come si dissente dalle politiche dell’esecutivo nazionale, senza perciò mettere in dubbio l’appartenenza allo Stato italiano, o allo Stato europeo, se mai ne avremo uno.

Ma per raggiungere il traguardo serve un collante, un presupposto necessario: la Costituzione europea. Perché la Costituzione è il documento che sigla l’unità di un popolo, che le dà corpo, che la innerva di valori, che ne edifica i poteri. Vent’anni fa ci avevamo già provato, ma abbiamo fatto fiasco. Accadde nel 2005, quando un doppio referendum in Olanda e in Francia bocciò il testo firmato l’anno prima a Roma, e redatto da una Convenzione presieduta da Giscard d’Estaing. Tuttavia non è una buona ragione per mettersi l’anima in pace. Tutta la storia dell’integrazione europea è scandita da eventi e da incidenti, da salti in avanti e da passi del gambero all’indietro. La prima doccia fredda cadde nel 1954, dopo che Francia e Italia respinsero il trattato sulla difesa comune siglato dai sei Stati fondatori nel 1952. Però nel 1957 venne alla luce la Comunità economica europea, capostipite di tutti gli sviluppi successivi. Può succedere di nuovo, alla frustrazione può subentrare uno slancio, una più convinta ripartenza. Ma a patto di trarre insegnamento dagli errori.

Quel testo, infatti, era vergato con la penna d’oca del burocrate. Non scaldava i cuori, non illuminava le coscienze. S’allungava per 465 articoli: un oceano di carta, un profluvio di pagine stampate che per dimensione avevano ben poco da invidiare alla Recherche proustiana. Ma con ben altro stile: quello di un atto notarile, dove le parti diffidano l’una dell’altra, sicché per cautelarsi mettono nero su bianco regole pignole e un po’ pedanti. Preoccupandosi d’offrire, per esempio, la nozione esatta di «retribuzione», che a scanso d’equivoci significa «il salario o trattamento normale di base o minimo e tutti gli altri vantaggi pagati direttamente o indirettamente, in contanti o in natura, dal datore di lavoro al lavoratore in ragione dell’impiego di quest’ultimo» (art. III-108). E regolando l’universo mondo, dal diritto alla pensione per i membri della Corte dei conti (art. III-291) alla disciplina delle professioni paramediche (art. III-26).

C’è una ragione, però, che spiega quel cattivo risultato. Le Costituzioni non nascono spremendo le meningi dei costituzionalisti o dei politici, come Minerva dalla testa di Giove. Nascono dalle grandi tragedie collettive, s’affacciano lungo i tornanti della storia. È l’esperienza di una sofferenza comune, e poi d’una lotta vittoriosa, ad affratellare uomini e partiti, consentendo di superare le loro differenze attraverso la stesura di un testo condiviso. Accadde così in Italia, dopo le macerie lasciate da un conflitto bellico e da una lunga dittatura. Era accaduto due secoli prima in Francia, dopo la rivoluzione contro l’Ancien Régime. O in America, dopo la guerra d’indipendenza dei coloni contro la Gran Bretagna.

Adesso, purtroppo, ci risiamo. Il mondo sta implodendo, mentre le potenze imperiali (Usa, Russia, Cina) se ne dividono le spoglie. L’Europa, incerta e frastagliata, rischia di trasformarsi in un banchetto per gli appetiti altrui. È il momento di rafforzarla, di riunirne le membra sotto un’unica Carta costituzionale. Sicché sarebbe bello – difficile, ma bello – imbastire una piazza per la Costituzione europea. Anzi: non una, ma cento piazze simultanee, a Roma come a Madrid, a Parigi, a Vienna, a Praga. Nessuna Costituzione può venire alla luce senza un popolo che la sostenga.

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