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Pd, Schlein media ma non cede: lunga trattativa con i riformisti sul riarmo

Elly Schlein

 (ansa)

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Si cerca una sintesi sul testo per evitare altri strappi. Ammorbidito il passaggio sul piano da cambiare “radicalmente”
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Il nodo è sempre lo stesso: il piano di riarmo proposto da Ursula von der Leyen. Sul quale il Pd si è già spaccato a Strasburgo, rischiando ora un drammatico remake. Da evitare a ogni costo.

Per questo ieri pomeriggio Elly Schlein ha chiesto a Peppe Provenzano di riunire i vertici istituzionali del partito per confrontarsi sulla risoluzione da depositare oggi in Parlamento, in vista delle comunicazioni della premier sul Consiglio europeo. Un testo, limato sino all’ultimo dalla segretaria in persona, che però non ha soddisfatto tutti. In particolare l’ala riformista, che ha esortato ad «ammorbidire» alcuni passaggi troppo simili a una bocciatura netta del RearmEu. Anche per evitare di mettere in difficoltà la minoranza dem, che all’Europarlamento si era espressa a favore. Pena, il bis dello strappo consumato neppure una settimana fa.

Fino a notte fonda si è andati avanti a lavorare di cesello per trovare una sintesi. Oltre a Provenzano, i capigruppo di Montecitorio e Palazzo Madam…

Il nodo è sempre lo stesso: il piano di riarmo proposto da Ursula von der Leyen. Sul quale il Pd si è già spaccato a Strasburgo, rischiando ora un drammatico remake. Da evitare a ogni costo.

Per questo ieri pomeriggio Elly Schlein ha chiesto a Peppe Provenzano di riunire i vertici istituzionali del partito per confrontarsi sulla risoluzione da depositare oggi in Parlamento, in vista delle comunicazioni della premier sul Consiglio europeo. Un testo, limato sino all’ultimo dalla segretaria in persona, che però non ha soddisfatto tutti. In particolare l’ala riformista, che ha esortato ad «ammorbidire» alcuni passaggi troppo simili a una bocciatura netta del RearmEu. Anche per evitare di mettere in difficoltà la minoranza dem, che all’Europarlamento si era espressa a favore. Pena, il bis dello strappo consumato neppure una settimana fa.

Fino a notte fonda si è andati avanti a lavorare di cesello per trovare una sintesi. Oltre a Provenzano, i capigruppo di Montecitorio e Palazzo Madama, Chiara Braga e Francesco Boccia, insieme a quelli nelle commissioni Esteri, Difesa e Politiche Ue di entrambe le Camere — Stefano Graziano, Enzo Amendola, Alessandro Alfieri e Piero De Luca — hanno discusso ogni aggettivo e pure le virgole pur di arrivare a un testo condiviso. In grado di scongiurare l’ennesima conta interna. Dalle conseguenze imprevedibili. Ma se sul sì alla difesa comune europea si sono tutti trovati d’accordo, sulla critica al programma militare, il negoziato si è incagliato. Più volte interrotto nel corso del pomeriggio, è stato aggiornato a stamattina, prima dell’assemblea dei parlamentari dem convocata per dare le istruzioni di voto.

A far saltare i nervi è stato in particolare un passaggio, presente nella prima versione del testo: «Il piano va radicalmente modificato». È su quel “radicalmente” che gli animi si sono accesi: un avverbio da cancellare, per i riformisti. Visto che poi la bozza riconosce la bontà di alcuni elementi presenti nel piano — è il ragionamento — porla in quel modo equivale a buttare il bambino con l’acqua sporca. Meglio cambiarlo.

Come finirà, però, non si sa ancora. A dispetto dell’ottimismo degli sherpa — «La risoluzione unitaria del Pd ci sarà» — i fedelissimi di Schlein insistono. «Verrà ribadita la linea che la segretaria ha già espresso» sia in direzione, sia quando sono stati annunciati gli 800 miliardi per acquistare razzi e panzer. Ovvero: «Sì alla difesa comune, no al riarmo dei singoli Stati». Per l’inquilina del Nazareno è questa la dead line e non intende indietreggiare. Tradotto significa: no a testi troppo vaghi, né amputati di concetti per lei essenziali. Anche perché il Parlamento italiano non è quello europeo: il Pd deve dire la sua in modo chiaro — il mandato dato ai suoi — e deve continuare la battaglia «per un’Europa davvero federale», fatta di investimenti e progetti comuni, non di tanti piccoli eserciti e spese ognun per sé. Riflessioni che dimostrano come il rischio redde rationem sia tutt’altro che scongiurato.

Se dunque la minoranza vorrà prendere le distanze dalla segretaria, se ne assumerà la responsabilità: è l’avvertimento implicito. La pistola è ancora sul tavolo: il congresso anticipato. E poi «lì si vedrà chi ha più filo da tessere», sibilano nella maggioranza. Prefigurando una conta, l’ennesima, che però nessuno degli “avversari” interni sembra volere. Di certo non Antonio Decaro, l’europarlamentare da mezzo milione di preferenze che tanti vorrebbero schierare contro Schlein alle primarie. «Non abbiamo bisogno di un congresso, – scrive sui social – non ne ha bisogno l’Italia, non ne ha bisogno il Pd. Esiste una segreteria, una segretaria autorevole eletta da poco: è pienamente titolata a terminare il suo mandato». Ma molto dipende da come finirà tra oggi e domani.

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