Draghi, ritorno al Senato: “Lo strappo di Washington minaccia la sicurezza Ue”
L’ex premier ha illustrato il suo rapporto sulla competitività: “Ordine mondiale sconvolto dai dazi degli Stati Uniti”
Non c’è enfasi, non c’è emozione, non c’è empatia. Mario Draghi torna al Senato dopo quasi tre anni dalla sua caduta, i cronisti lo aspettano assiepati dietro a un cordone tenuto dai commessi. L’ex premier sorride, entra in aula Koch – dove lo aspettano tre commissioni congiunte di Camera e Senato – confessa un po’ di emozione. Ma è come se le due dimensioni – quella dell’ex governatore centrale e quella della politica – fossero destinate a non incontrarsi mai.
Draghi ai parlamentari: "Vedo che guardate l'orologio, quindi vi ringrazio". E chiude l'audizione
Dice cose forti e importanti Draghi, che vanno ben al di là del rapporto per la competitività preparato ormai sei mesi fa per von der Leyen. Ma a raccoglierle c’è un’aria gelida, una diffidenza che ben conosce e va al di là delle poche dichiarazioni che confessano nostalgia, tanto che l’audizione si chiude di colpo: …
Non c’è enfasi, non c’è emozione, non c’è empatia. Mario Draghi torna al Senato dopo quasi tre anni dalla sua caduta, i cronisti lo aspettano assiepati dietro a un cordone tenuto dai commessi. L’ex premier sorride, entra in aula Koch – dove lo aspettano tre commissioni congiunte di Camera e Senato – confessa un po’ di emozione. Ma è come se le due dimensioni – quella dell’ex governatore centrale e quella della politica – fossero destinate a non incontrarsi mai.
Draghi ai parlamentari: "Vedo che guardate l'orologio, quindi vi ringrazio". E chiude l'audizione
Dice cose forti e importanti Draghi, che vanno ben al di là del rapporto per la competitività preparato ormai sei mesi fa per von der Leyen. Ma a raccoglierle c’è un’aria gelida, una diffidenza che ben conosce e va al di là delle poche dichiarazioni che confessano nostalgia, tanto che l’audizione si chiude di colpo: «Sentite, vedo che voi guardate l’orologio, quindi vi ringrazio...». Nessuno smania per trattenerlo, per dare più tempo alle risposte sollecitate da decine di interventi. È quasi ora di pranzo, la sala Koch ha già cominciato a svuotarsi. Prima di andar via, Draghi ha il tempo di un colloquio - definito «cordiale» - con il presidente del Senato Ignazio La Russa davanti a un caffè.
I temi toccati nell’audizione sono esistenziali, ma è come non riuscissero a penetrare la distanza tra l’ex premier e chi lo ascolta. Lui non fa giri di parole: «La nostra sicurezza è oggi messa in dubbio dal cambiamento nella politica estera del nostro maggior alleato rispetto alla Russia che, con l’invasione dell’Ucraina, ha dimostrato di essere una minaccia concreta per l’Unione europea». L’America di Trump muta gli equilibri, l’Europa ha ancora meno tempo per fare quel che deve. La Lega reagisce con una nota: «La nostra sicurezza non è minacciata da Trump, ma dai migranti clandestini! Draghi non conosce le periferie». Siamo ancora fermi lì, alla propaganda.
Draghi: "Sicurezza e prosperità Ue sconvolte e messe in dubbio dal nostro maggiore alleato"
L’ex premier parte dall’energia. In Italia, «i prezzi dell’elettricità all’ingrosso nel 2024 sono stati in media superiori dell’87% rispetto a quelli francesi, del 70% rispetto alla Spagna, e del 38% rispetto alla Germania». L’Europa è meno competitiva per via della sua dipendenza energetica e noi – in questo quadro – facciamo peggio degli altri, anche per colpa di un’imposizione fiscale maggiore. I parlamentari di maggioranza fremono sulle poltroncine. Il leghista Borghi, discorso a braccio, spilletta di Alberto da Giussano in bella vista sul bavero della giacca, chiederà poco dopo a Draghi perché non ha abbassato lui i prezzi, quando poteva. Il collega sovranista Bagnai ride guardando il telefonino dalla cover verde, e prende appunti. Il primo obiettivo di rilancio dev’essere «la riduzione delle bollette per imprese e famiglie», continua l’ex governatore centrale. Serve trasparenza, bisogna velocizzare le autorizzazioni per le rinnovabili, creare «un mercato unico europeo dei servizi per 450 milioni di persone».
Sulla difesa, le sue parole sono più vicine a quelle del Pd a trazione Schlein che a quelle di von der Leyen. Soprattutto, sono lontane dal discorso che poche ore dopo pronuncerà nell’aula del Senato Giorgia Meloni, attenta a difendere Trump e la necessità di tenerlo – suo malgrado – al fianco dell’Europa.
Bisogna «definire una catena di comando di livello superiore che coordini eserciti eterogenei per lingua, metodi, armamenti e che sia in grado di distaccarsi dalle priorità nazionali operando come sistema della difesa continentale», dice Draghi. Concentrare «gli sviluppi su piattaforme militari comuni che consentano l’interoperabilità e riducano la dispersione e le attuali sovrapposizioni». La «difesa comune», anche tenendo conto di IA, spazio, cyberguerra, è ineludibile. Nella replica è ancora più chiaro, e dimostra di capire bene quale sia l’ostacolo che impedisce all’Unione di avanzare: «C’è differenza di vedute su chi è davvero il nemico». Ogni riferimento a quelli che un tempo chiamò, facendo infuriare alcuni partiti, «pupazzi prezzolati dalla Russia» è chiaramente voluto.
Ripete, come Prodi, che la regola dell’unanimità va superata. Che è chiaro che su certe scelte bisognerà procedere a due velocità. Mentre avvisa, sui dazi, che un’Europa che crede di poter andare in ordine sparso è ancora più fragile. «È quello che vogliono i nemici dell’Unione». Anche rispondendo, però, ci faremo male, perché «l’Ue trae il 50% dal commercio estero, gli Usa il 26%, la Cina il 32%». Bisognerà valutare altri mercati, certo, ma «siamo sicuri di mantenere questo gigantesco surplus commerciale? O è meglio sviluppare la domanda interna, non trascurare le infrastrutture, spendere per la ricerca e per il clima?». Draghi ricorda che alla crisi del 2008 l’Europa ha reagito contraendo la spesa pubblica «perché in quegli anni ci sentivamo in competizione tra Paesi europei». È stato un errore. «Tenevamo i salari più bassi come uno strumento di concorrenza e questo ha creato una compressione della domanda che ci ha danneggiati». Perché, ed è forse l’avvertimento più importante sulla spesa in armamenti, anche in un’Ue più competitiva «l’intervento dello Stato resterà necessario» e «non sono pensabili contrazioni nella spesa sociale e sanitaria: sarebbe non solo un errore politico, ma soprattutto la negazione di quella solidarietà che è parte dell’identità europea» che «vogliamo proteggere difendendoci dalla minaccia dell’autocrazia».
Tradotto: l’Europa non si salva se non salva il suo Stato sociale. I suoi valori di fondo. Alla provocazione della Lega sui danni fatti dall’ingresso nella moneta unica, Draghi ricorda le parole di Ciampi: «Tutti mi dicono ma che vai a fare, vuoi fare l’euro? Tu che sei sovrano della tua politica monetaria?», gli chiedevano. E lui rispondeva: «Oggi io devo fare quello che fa la Bundesbank, ma domani sto intorno a un tavolo e avrò una fettina di sovranità». Niente da fare, deputati e senatori sono già distratti. Ognuno userà il pezzetto di discorso che servirà per dire: «Ho ragione». Calenda ripete: «Aridatece Draghi». Ma nessuno, in quell’aula, sembra volerlo indietro davvero.