Flick: “Radici diverse, un albero solo: la lezione dei 50mila di Roma”
di Conchita SanninoGiovanni Maria Flick
Mi hanno invitato alla giornata che oggi celebrerà i giusti, pianteremo gli ulivi in nome di tre persone che hanno salvato delle vite, Antonietta Benni, Bruno Buozzi e Khalida Popal. Forse è anche per questo che guardando alla sorprendente folla di sabato, con le bandiere dell’Europa, mi è venuto in mente l’idea di un albero». Giovanni Maria Flick, già Guardasigilli ed ex presidente della Consulta, non era tra i 50mila di piazza del Popolo. Ma quella mobilitazione scaturita da un’idea di Michele Serra, «é stata la prima immagine confortante – dice - dopo settimane così difficili».
Professore Flick, perché la metafora dell’albero?
«Perché era una piazza fatta di radici e finalità diverse tra loro, ma capace di trovare un flusso unitario, un tronco: più forte di tutto. Anche le radici dell’albero si intrecciano per formare una struttura solida che sfida il tempo, resiste alle tempeste, vince le leggi di gravità».
Ma da dove si riparte?
«Proprio rimettendo al centro quella consisten…
Mi hanno invitato alla giornata che oggi celebrerà i giusti, pianteremo gli ulivi in nome di tre persone che hanno salvato delle vite, Antonietta Benni, Bruno Buozzi e Khalida Popal. Forse è anche per questo che guardando alla sorprendente folla di sabato, con le bandiere dell’Europa, mi è venuto in mente l’idea di un albero». Giovanni Maria Flick, già Guardasigilli ed ex presidente della Consulta, non era tra i 50mila di piazza del Popolo. Ma quella mobilitazione scaturita da un’idea di Michele Serra, «é stata la prima immagine confortante – dice - dopo settimane così difficili».
Professore Flick, perché la metafora dell’albero?
«Perché era una piazza fatta di radici e finalità diverse tra loro, ma capace di trovare un flusso unitario, un tronco: più forte di tutto. Anche le radici dell’albero si intrecciano per formare una struttura solida che sfida il tempo, resiste alle tempeste, vince le leggi di gravità».
Ma da dove si riparte?
«Proprio rimettendo al centro quella consistenza plurale. Èstato notevole essere riusciti a muovere tanti cittadini, distinti per età e culture politiche, non contro una legge o uno schieramento, ma per proteggere qualcosa su cui vedo che ormai si avanza con gli scarponi, qualcosa fuori moda: la dignità delle persone e dei popoli, la vita».
Ma l’Europa è attraversata da fratture, gli stessi schieramenti in Italia sono divisi al loro interno.
«Per questo, la piazza non è stata solo una giornata ben riuscita. Indica una strada: il sì all’Europa, pur nella disomogeneità degli sguardi. C’è chi vede di più l’aspetto della difesa comune, chi predilige la cooperazione, chi invece mette in cima la protezione dei singoli Stati, o chi è più scettico di tutti e pensa al gran tempo che l’Unione ha perso».
E non ne ha perso, per lei?
«Accidenti se l’Europa ha sprecato delle occasioni, io stesso ne sono stato testimone diretto, in una fase della sua storia…»
Si riferisce al tavolo per la stesura della Costituzione europea?
«Esattamente. Ero stato nominato rappresentante dal governo italiano per poter dare un mio contributo. L’iniziativa nasceva dai tecnici, dalle Accademie, per questo non ha avuto fortuna: come insegna la Carta su cui si fonda la nostra Repubblica, le Costituzioni non possono calare dall’alto, ma germogliano dal vissuto, dalla lotta, spesso dalla sofferenza».
E oggi secondo lei: urge di più il piano Riarmo di von der Leyen o il progetto della Difesa comune?
«Non so se Riarmo sia la parola giusta. Penso che dobbiamo ancorarci all’articolo 11 della nostra Costituzione: che, nel ripudiare il conflitto, ci indica di realizzare pace e giustizia. Un concetto che non può essere la legittimazione ad armarsi per fare la guerra».
Quindi?
«Significa cedere pezzi di sovranità per cercare, questo sì, un’unità che consenta all’Europa solo di reagire alle aggressioni».
Da giurista, in che termini?
«Per essere chiari: come extrema ratio, secondo i meccanismi di quella che noi chiamiamo legittima difesa. Mentre armarsi molto e preventivamente può anche significare cercarla, la guerra. Perciò dobbiamo rileggere la nostra storia europea...»
La lezione dei fondatori?
«Personaggi del calibro di Spinelli, De Gasperi, e poi Adenauer, Schuman, avevano visto la suprema necessità della casa comune per la pace. Era davvero troppo presto, a quel tempo? Oggi non dobbiamo pensare sia troppo tardi»
E l’idea di un’altra piazza, di nuovo?
«Devo essere onesto: non so dare istruzioni. Ma di una cosa ero e resto certo: è stata una scelta saggia poter dare spazio a questa forte e sentita domanda di unità. Senza che nessuno abbia potuto metterci sopra un cappello di partito o un bla bla politico. Ed è a questa forza, è a quest’albero, che bisogna dare ascolto».