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“Piano Rearm da modificare radicalmente”. E il Pd ritrova l’unità

Elly Schlein

 

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Lungo confronto tra i dem. Si media, poi passa la posizione di Schlein. Accolti i ritocchi dei riformisti per distinguersi dai 5S
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ROMA – Una battaglia all’ultima virgola. Lessicale. O, per dirla meglio, semantica. Sulle parole da utilizzare, la costruzione di alcuni periodi, la congruità di avverbi e aggettivi in grado di esaltare la nota ostilità di Elly Schlein al piano di riarmo o viceversa ammorbidirla, come chiesto dall’ala riformista. È il nodo che il Pd era chiamato a sciogliere per evitare di spaccarsi a Roma, come già era accaduto a Strasburgo, sulla risoluzione in vista del Consiglio europeo previsto per domani.

Ebbene, in fondo a un confronto durato una ventina di ore, pausa notturna inclusa, il gruppo scelto per discutere la bozza predisposta dal responsabile Esteri Peppe Provenzano — e vistata dalla segretaria in persona — è riuscito a trovare una quadra. Modificando qualcosa. Invertendo frasi. Edulcorando qua e là. Ma salvando in toto l’impianto originario che ribadiva la linea Schlein contraria «al riarmo dei 27 stati nazionali», seppure all’interno di un quadro europeista rafforzato per no…

ROMA – Una battaglia all’ultima virgola. Lessicale. O, per dirla meglio, semantica. Sulle parole da utilizzare, la costruzione di alcuni periodi, la congruità di avverbi e aggettivi in grado di esaltare la nota ostilità di Elly Schlein al piano di riarmo o viceversa ammorbidirla, come chiesto dall’ala riformista. È il nodo che il Pd era chiamato a sciogliere per evitare di spaccarsi a Roma, come già era accaduto a Strasburgo, sulla risoluzione in vista del Consiglio europeo previsto per domani.

Ebbene, in fondo a un confronto durato una ventina di ore, pausa notturna inclusa, il gruppo scelto per discutere la bozza predisposta dal responsabile Esteri Peppe Provenzano — e vistata dalla segretaria in persona — è riuscito a trovare una quadra. Modificando qualcosa. Invertendo frasi. Edulcorando qua e là. Ma salvando in toto l’impianto originario che ribadiva la linea Schlein contraria «al riarmo dei 27 stati nazionali», seppure all’interno di un quadro europeista rafforzato per non dare alcun alibi di rottura alla minoranza. Tradotto: nessun arretramento sulle critiche a von der Leyen, inserite tuttavia in una cornice più ampia che richiede investimenti «aggiuntivi» e indica gli strumenti idonei a correggere il tiro.

Il risultato è un mix di aggressività e prudenza. Per cui se in un passaggio del testo si legge che «serve un cambiamento radicale del modo in cui agiamo e investiamo» nella sicurezza del continente, con sommo gaudio della maggioranza dem, in un altro questa radicalità viene attenuata. «Il piano RearmEu, ancora molto indefinito su aspetti fondamentali, va profondamente cambiato per garantire l’autonomia strategica in materia di sicurezza», la formula più ecumenica che fa esultare la minoranza. Sfumature, ma decisive. Accompagnate a piccoli ritocchi — per esempio quando si definisce il Libro bianco Ue «l’avvio di un percorso» verso «la costruzione di una difesa comune» — che ricalcano il «passo in avanti» di Paolo Gentiloni e Romano Prodi. Oppure laddove si insiste sul «pieno sostegno» a Kiev. Tutti punti utili a distinguersi dalla mozione di Giuseppe Conte: l’obiettivo che i riformisti intendevano centrare. Insieme a quello di ammorbidire il no pronunciato a caldo dall’inquilina del Nazareno al programma militare europeo.

E infatti. «Credo si sia fatto un positivo lavoro di condivisione: davanti alle divisioni del centrodestra, noi ribadiamo con nettezza le linee di fondo della nostra politica estera», dichiara Alessandro Alfieri, coordinatore di Energia popolare, al termine dell’assemblea dei gruppi convocata per illustrare la mediazione raggiunta. Dai toni assai meno apri rispetto a quelli dei giorni scorsi. Su cui incombeva la minaccia di congresso anticipato ventilata da Schlein per ridurre gli “avversari” interni a più miti consigli. E ormai archiviata, pare, ora che la frattura bis è stata scongiurata.

Del resto non è un caso se la stessa segretaria, parlando ai suoi parlamentari, preferisce spostare l’attenzione dal Pd alle «contraddizioni della destra» che sul Rearm ha «tre posizioni diverse». Concentrandosi sull’attacco alla premier, che verrà sferrato stamattina a Montecitorio, durante la dichiarazione di voto: «Sarà mia cura segnalare che le scelte assunte da Meloni in queste settimane vanno contro l’interesse nazionale», anticipa la leader dem. «Si è venduta come pontiera e invece è complice silenziosa del progetto di disgregazione di Trump».

È soddisfatta. E si vede. Ringrazia chi ha lavorato alla risoluzione: «Noi siamo gli unici ad entrare nel merito delle questioni. A dire sì alla difesa comune, spiegando come dobbiamo costruirla. E a dire no al riarmo dei singoli 27», indicando pure «come cambiare le proposte che non vanno nella direzione giusta». E se Provenzano rinfaccia ai riformisti che «le critiche avanzate da Draghi oggi sono le stesse che abbiamo sempre fatto noi», il capogruppo al Senato Francesco Boccia rimarca: «Per tenere insieme Lega, FdI e FI hanno presentato una mozione che non affronta i temi rilevanti. Succede perché sono spaccati sulla politica estera e sull’Europa». Al contrario del Pd, che invece ha fatto pace.

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