Non c’è dubbio che il giornalista Francesco Cancellato e gli attivisti di Mediterranea Luca Casarini e Beppe Caccia siano stati spiati con Graphite di Paragon, perché i ricercatori di CitizenLab ne hanno trovato le “impronte digitali”. E quelle tracce hanno pure “la targa”, una sigla che marca il nodo da cui è partito l’attacco.
Contattata da CitizenLab, Paragon parla di «inesattezze», che «per la riservatezza dovuta ai clienti» afferma di non poter spiegare. Ma non arriva mai a negare l’attività. E questo per il governo Meloni rischia di essere un problema. Dopo un mese e mezzo di silenzi, parziali ammissioni e fughe, il rapporto depositato ieri dal centro di ricerca dell’Università di Toronto, rischia di lasciare poco margine al governo Meloni per continuare a nicchiare sul caso Paragon. Perché le prove dello spionaggio, con valore forense, adesso ci sono. Quello che manca è il perché, se è vero che Aisi e Aise al Copasir hanno ammesso di aver avuto in dotazione il software, ma no…
Non c’è dubbio che il giornalista Francesco Cancellato e gli attivisti di Mediterranea Luca Casarini e Beppe Caccia siano stati spiati con Graphite di Paragon, perché i ricercatori di CitizenLab ne hanno trovato le “impronte digitali”. E quelle tracce hanno pure “la targa”, una sigla che marca il nodo da cui è partito l’attacco.
Contattata da CitizenLab, Paragon parla di «inesattezze», che «per la riservatezza dovuta ai clienti» afferma di non poter spiegare. Ma non arriva mai a negare l’attività. E questo per il governo Meloni rischia di essere un problema. Dopo un mese e mezzo di silenzi, parziali ammissioni e fughe, il rapporto depositato ieri dal centro di ricerca dell’Università di Toronto, rischia di lasciare poco margine al governo Meloni per continuare a nicchiare sul caso Paragon. Perché le prove dello spionaggio, con valore forense, adesso ci sono. Quello che manca è il perché, se è vero che Aisi e Aise al Copasir hanno ammesso di aver avuto in dotazione il software, ma non averlo mai usato in modo illegale.
«Un governo che non si prende la responsabilità di chiarire, è un governo di cui avere molta paura», denuncia Peppe De Cristofaro di Avs, chiedendo «la verità in Parlamento e non al Copasir». Gli fa eco la senatrice Raffaella Paita di Italia Viva che invoca »un chiarimento». Ma lumi, in via formale, potrebbero essere chiesti a breve anche dalle cinque procure - Palermo, Napoli, Bologna, Roma e Venezia - che portano avanti l’inchiesta sullo spyware. Mediterranea ha già annunciato l’imminente deposito del rapporto, «che sarà inviato anche alla presidente del Parlamento Europeo Metsola e alla Corte penale internazionale».
«Questi - attacca Casarini - sono metodi da stato di polizia», che gettano «ombre sulla salute della democrazia nel nostro Paese». Anche perché - dice l’ong - non sono gli unici elementi inquietanti che emergano dal rapporto. Solo fra il 22 dicembre e il 31 gennaio, gli accessi di Graphite registrati sono stati sette sul telefono di Caccia e almeno uno su quello di Casarini, ma «potrebbero non essere gli unici». Anche sul dispositivo di Cancellato le tracce potrebbero state semplicemente eliminate. E lo spyware potrebbe essere stato solo uno degli strumenti.
Lo rivelano – affermano i canadesi – gli avvisi su “un’attività ostile” arrivati a Luca Casarini da Meta e a don Mattia Ferrari da Apple, esattamente lo stesso giorno, l’8 febbraio. Attività simile è stata bloccata qualche mese dopo dall’iPhone di David Yambio, portavoce di Refugees in Libya, che proprio in quel periodo stava parlando con la Cpi. Per CitizenLab significa che «più tipi di software potrebbero essere utilizzati come parte di operazioni interconnesse», ma anche che i 90 utenti avvisati a gennaio forse non sono gli unici target. «C’è un modello preoccupante e ripetuto – aggiunge il rapporto – con cui si prendono di mira gruppi per i diritti umani, critici del governo e giornalisti».