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A quei 335 morti si deve rispetto, c’è un processo di rimozione

Cerimonia commemorativa dell'81° anniversario dell'Eccidio delle Fosse Ardeatine, Roma 24 marzo 2025. (ansa)

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L’intervento della storica: “L’autoassoluzione rispetto alle responsabilità del fascismo andrebbe superata una volta per tutte”
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L’eccidio delle Fosse Ardeatine, perpetrato dalle truppe naziste, è una delle pagine più dolorose della storia nazionale». Ha ragione la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a ricordare «il compito primario delle istituzioni», ovvero «raccontare quel che è accaduto e trasmettere alle giovani generazioni la memoria di quei fatti». Perché è vero che ai morti si deve rispetto e che il senso di umana giustizia dovrebbe farsi ricordo collettivo. Ma in un Paese da sempre in preda a clamorosi processi di rimozione del passato, in cui sono le stesse istituzioni a riscrivere la storia a colpi di false notizie e mistificazioni, l’autoassoluzione rispetto alle responsabilità del fascismo andrebbe superata una volta per tutte. Compresa la tendenza a delegittimare in modo grossolano e anche un po’ volgare, la pagina più nobile dell’antifascismo italiano, radice della nostra Repubblica: quella dei sorvegliati speciali nemici giurati di Mussolini, schedati dalla polizia politica fascista durant…

L’eccidio delle Fosse Ardeatine, perpetrato dalle truppe naziste, è una delle pagine più dolorose della storia nazionale». Ha ragione la presidente del Consiglio, Giorgia Meloni, a ricordare «il compito primario delle istituzioni», ovvero «raccontare quel che è accaduto e trasmettere alle giovani generazioni la memoria di quei fatti». Perché è vero che ai morti si deve rispetto e che il senso di umana giustizia dovrebbe farsi ricordo collettivo. Ma in un Paese da sempre in preda a clamorosi processi di rimozione del passato, in cui sono le stesse istituzioni a riscrivere la storia a colpi di false notizie e mistificazioni, l’autoassoluzione rispetto alle responsabilità del fascismo andrebbe superata una volta per tutte. Compresa la tendenza a delegittimare in modo grossolano e anche un po’ volgare, la pagina più nobile dell’antifascismo italiano, radice della nostra Repubblica: quella dei sorvegliati speciali nemici giurati di Mussolini, schedati dalla polizia politica fascista durante il ventennio e condannati al confino perché considerati traditori, disfattisti, nemici della nazione. Sono trascorsi 81 anni da quel 24 marzo 1944 e forse andrebbe ricordato che fra i 335 ostaggi massacrati nelle cave di pozzolana abbandonate sulla via Ardeatina, c’erano oppositori di regime della prima ora: gente come Sisinno Mocci, già segnalato dal Casellario politico centrale fra i sovversivi da arrestare, fuoriuscito in Francia, che nel 1937 si era arruolato fra i combattenti nella guerra di Spagna. O come il professor Pilo Albertelli, originario di Parma, tra i fondatori del Partito d’azione, (anche lui condannato al confino) con la famiglia costretta a subire per anni le violenze degli squadristi. È una spia italiana, un delatore, a venderlo a Pietro Koch, capo di un reparto speciale di polizia della Rsi (la stessa che ucciderà Eugenio Colorni, fra gli autori del manifesto di Ventotene). Condotto alla Pensione Oltremare, il professor Albertelli viene affidato alle amorevoli cure di criminali che lo riducono in fin di vita, con «tutte le costole fracassate e il viso gonfio». Alle Ardeatine riposa un esercito di ribelli, di partigiani combattenti pronti a mettersi fuori legge per farla finita con un regime che ha portato la rovina d’Italia. Uomini che quando tutto sembrava perduto, avevano osato immaginare una Patria oltre i confini delle guerre d’aggressione, libera e democratica, che s’incarnava nell’uguaglianza e nella giustizia sociale. Una Patria molto diversa dalla Nazione fascista, fondata sul culto del patriota-soldato, sulla bellezza del sangue e della violenza.

«Fecero tutto di nascosto, tutto in silenzio per paura che qualcuno a Roma si ribellasse. Ma la lista degli italiani la fecero i fascisti, potevano farli scappare, invece li consegnarono ai tedeschi». A tante donne come Mira Micozzi, figlia del martire delle Fosse Ardeatine Emidio Micozzi, il presidente dell’Anfim, Francesco Albertelli, ha dedicato il suo ricordo. Donne coraggiose capaci di trasformare un dolore in un testamento, che «hanno costruito vite, famiglie, futuro», con un atto di responsabilità. La stessa che le istituzioni dovrebbero nel raccontare una ritorsione vigliacca e criminale (non una legittima rappresaglia) messa a punto nella massima fretta e con la massima segretezza, in meno di 24 ore dall’azione partigiana più importante (e militarmente più riuscita) della Resistenza italiana: Via Rasella.

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