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D'Alema rivela a Fini: "Io in missione per conto di Zelensky in Brasile e Cina"

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Incontro a porte chiuse tra i due ex ministri degli Esteri all’’Istituto affari internazionali a Roma
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Massimo D’Alema, mission impossible. A volte la diplomazia percorre sentieri tortuosi, specie in momenti drammatici come una guerra. E cosa c’è di più inimmaginabile di una missione segreta affidata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky all’ex presidente del Consiglio, Massimo D’Alema? La fonte della sorprendente rivelazione è lo stesso interessato, intervenuto mercoledì sera a un dibattito, insieme a Gianfranco Fini, su “la politica estera italiana al tempo di Trump” organizzato a Roma dall’Istituto Affari Internazionali. D’Alema la prende alla lontana, criticando anzitutto l’Europa per non aver fatto altro che “ripetere che si poteva sconfiggere la Russia, quando era chiaro a tutti che la guerra non poteva essere vinta da nessuno”. Poi, la confidenza: “Mi è capitato di parlare con Zelensky, a margine di un’iniziativa sui Balcani. E mi disse chiaramente che il suo Paese rischiava il disastro, perché “gli americani prima o poi si sfileranno e gli europei non sono affidabili”. Poi …

Massimo D’Alema, mission impossible. A volte la diplomazia percorre sentieri tortuosi, specie in momenti drammatici come una guerra. E cosa c’è di più inimmaginabile di una missione segreta affidata dal presidente ucraino Volodymyr Zelensky all’ex presidente del Consiglio, Massimo D’Alema? La fonte della sorprendente rivelazione è lo stesso interessato, intervenuto mercoledì sera a un dibattito, insieme a Gianfranco Fini, su “la politica estera italiana al tempo di Trump” organizzato a Roma dall’Istituto Affari Internazionali. D’Alema la prende alla lontana, criticando anzitutto l’Europa per non aver fatto altro che “ripetere che si poteva sconfiggere la Russia, quando era chiaro a tutti che la guerra non poteva essere vinta da nessuno”. Poi, la confidenza: “Mi è capitato di parlare con Zelensky, a margine di un’iniziativa sui Balcani. E mi disse chiaramente che il suo Paese rischiava il disastro, perché “gli americani prima o poi si sfileranno e gli europei non sono affidabili”. Poi mi chiese di andare in Brasile e a Pechino per capire se Lula e Xi Jinping potevano fare qualcosa. Io ci sono andato, ma Lula mi ha quasi messo alla porta, dicendomi che l’Ucraina era un problema degli americani e che se la vedessero loro, piuttosto secondo lui mi sarei dovuto interessare della Palestina. I cinesi invece avevano un piano. Parlai con il responsabile della politica estera del partito comunista, non con l’ultimo sottosegretario. Mi disse: si potrebbe pensare a una forza internazionale, un po’ come accadde nel Kossovo. Poi mi congedò con una frase che mi fece riflettere: sa, lei è il primo europeo venuto a parlarci di questo, gli altri ci chiedono solo di non sostenere la Russia”.

Qui finisce il racconto dalemiano e anche la missione diplomatica segreta, che non sappiamo quali effetti abbia prodotto. Ma di certo l’ex premier italiano è convinto – e in questo la pensa come Romano Prodi – che sia sbagliato “criminalizzare la Cina” per il conflitto in Ucraina. Anche considerato che la Cina “era il maggior partner commerciale dell’Ucraina prima dell’invasione”. E “venti giorni prima dell’attacco la Borsa cinese aveva comprato quella di Kiev”, segno che il Dragone era all’oscuro dei piani criminali di Putin.

Il tentativo (fallito) di D’Alema non è l’unica chicca della conferenza - una serata a porte chiuse davanti a una platea di esperti diplomatici, introdotta dal neo presidente IAI Michele Valensise - perché anche quando prende la parola Gianfranco Fini, incalzato dalle domande di Alessandra Sardoni, le risposte non sono affatto scontate. Come quando l’ex leader della destra italiana critica la svolta autoritaria di Donald Trump con accenti che in Italia nemmeno a sinistra si sono sentiti. “Quello che mi preoccupa è che Trump è chiaramente affascinato dalla figura di Putin. E badate che anche in Russia si vota, formalmente ci sono candidati diversi per la Duma. Chi vince non si limita a governare ma comanda su tutti, dispone dell’esercito, dei servizi segreti, del sistema dei media, della magistratura. Formalmente è una democrazia, ma in realtà è una democratura”. Gli Usa si stanno avviando su quella strada? “Trump – osserva Fini - sta dimostrando con i fatti la sua concezione della democrazia, forse ci dimentichiamo che come prima azione alla Casa Bianca ha graziato i golpisti del 6 gennaio che hanno dato l’assalto al Parlamento. Gli Stati Uniti trumpiani sono un’autocrazia? Mi convince più l’espressione democratura dove, come in Russia, chi vince le elezioni non governa ma comanda”. E quindi il messaggio del fondatore di Alleanza nazionale “ai miei amici di destra è di non accontentarsi e gioire del fatto che il Partito repubblicano americano contesti, come ha fatto Vance a Monaco, il politically correct e la cultura woke. Perché l’aspetto più rilevante di questa fase e che dovrebbe preoccupare tutti è che a Trump non interessa nulla o quasi dell’unità trans-atlantica”.

In disaccordo su diverse cose, a partire dal giudizio su come deve finire la guerra in Ucraina, i due leader italiani si sono tuttavia ritrovati a condividere l’esigenza di una maggiore unità europea. A partire dalla difesa. Per D’Alema infatti il piano Readiness 2030, come è stato ribattezzato il progetto Rearm di Ursula von der Leyen, è del tutto sbagliato. “Lo chiamassero piuttosto piano per il riarmo tedesco, perché consente solo agli Stati membri che possono indebitarsi di farlo per la difesa. A me non fa paura una Germania che si riarma, ma non è quella la difesa europea, i consorzi europei per il caccia di sesta generazione, le produzioni in comune, i comandi unificati, questo è quello che servirebbe”. Secondo Fini la risposta è una soltanto: “È inevitabile per l’Europa essere…più Europa. Mai come in questo momento si deve credere e lavorare davvero per dar vita a un’unione europea che non si occupi solo dei tappi delle bottiglie, ma dei valori di libertà per i quali è stata fondata”.

C’è un punto, sempre a proposito di difesa Ue, che vede tuttavia i due leader disallineati. Secondo D’Alema è tempo di rafforzare il pilastro europeo della Nato, dando ormai per scontato un disimpegno permanente degli Stati Uniti. “Come diceva De Gaulle – cita l’ex premier – penso a una difesa europea non separata, ma separabile dagli Stati Uniti”. Per Fini, al contrario, “spingere perché ci sia un distacco tra Ue e Usa è autolesionistico. Anche perché tra due anni ci sono le elezioni di mid-term e non è detto che non si producano dei cambiamenti politici”.

Ultimo scambio, vista anche la riunione odierna della coalizione dei “volenterosi”, riguarda una missione europea sul suolo ucraino e le garanzie da dare a Kiev in caso di tregua. D’Alema spiega che “un’eventuale forza di interposizione potrebbe essere dispiegata soltanto sotto l’egida dell’Onu”, inoltre “si potrebbe estendere all’Ucraina la copertura dell’articolo 5 con un accordo Nato-Kiev. Questo è qualcosa che potrebbero proporre gli europei”. Fini accenna un sorriso sornione: “Sono proprio le uniche due proposte concrete che ha fatto il governo italiano”. A dimostrazione che, quando si parla di politica estera, le linee di confine fra gli schieramenti italiani sono come le dune sulla sabbia. Sempre più mobili.

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