Dietrofront, governo e maggioranza costretti a frenare sul ddl sicurezza per un clamoroso errore. Quando il testo è ormai prossimo al passaggio in aula, al Senato, qualcuno fa scattare un campanello d’allarme: mancano le adeguate coperture finanziarie per il 2025 sul provvedimento-simbolo della destra, quello che la Lega voleva portare a casa con un iter accelerato, secondo il ritmo già impresso da Forza Italia alla riforma (costituzionale) sulla separazione delle carriere. Il prossimo passaggio a Palazzo Madama servirà dunque ad apportare le modifiche finanziarie: dopodiché il pacchetto dovrà tornare alla Camera. Dove, a quel punto, sarà difficile respingere le modifiche ritenute necessarie per evitare profili di incostituzionalità, su cui già aveva acceso i riflettori il Quirinale. Insomma: il traguardo si allontana, la destra costretta a fare un largo “ricalcolo”.
Esultano le opposizioni, che invitano a riaprire la discussione, pur consapevoli che si tratta di una vittoria parziale…
Dietrofront, governo e maggioranza costretti a frenare sul ddl sicurezza per un clamoroso errore. Quando il testo è ormai prossimo al passaggio in aula, al Senato, qualcuno fa scattare un campanello d’allarme: mancano le adeguate coperture finanziarie per il 2025 sul provvedimento-simbolo della destra, quello che la Lega voleva portare a casa con un iter accelerato, secondo il ritmo già impresso da Forza Italia alla riforma (costituzionale) sulla separazione delle carriere. Il prossimo passaggio a Palazzo Madama servirà dunque ad apportare le modifiche finanziarie: dopodiché il pacchetto dovrà tornare alla Camera. Dove, a quel punto, sarà difficile respingere le modifiche ritenute necessarie per evitare profili di incostituzionalità, su cui già aveva acceso i riflettori il Quirinale. Insomma: il traguardo si allontana, la destra costretta a fare un largo “ricalcolo”.
Esultano le opposizioni, che invitano a riaprire la discussione, pur consapevoli che si tratta di una vittoria parziale. “La maggioranza non sa neanche fare di conto, ma questa inversione di marcia premia il nostro lavoro concentrato su contraddizioni e limiti del testo”, rilevano Pd, M5s, Avs, Italia Viva. La stessa Cgil avverte: “Continueremo la battaglia contro un ddl repressivo, inaccettabile”. Solo una settimana fa, in conferenza congiunta, il centrosinistra aveva messo in rilievo altri versanti critici di quel pacchetto che crea nuovi reati e criminalizza il dissenso, in particolare l’articolo 31 che amplia “senza controllo il potere dei servizi segreti”. Con il rischio, per loro, di aprire “a vere e proprie schedature di massa”. “Riproporremo i nostri emendamenti. Siamo di fronte a una destra illiberale e pasticciona, ma per fortuna c’è il Parlamento. La maggioranza si fermi, abbandoni la prospettiva panpenalistica e demagogica, e provi ad affrontare una questione importante come è quella della sicurezza, in modo serio”, esorta il senatore dem Andrea Giorgis. E Giuseppe De Cristofaro, di Avs: “Non è stato un errore di battitura, come dicono: non hanno sbagliato a scrivere l'anno, è stato un errore di arroganza: perché erano certi di chiudere il provvedimento entro il 2024. Si sono però trovati di fronte il muro delle opposizioni e del Parlamento, di cui dimenticano evidentemente che è la sede dove i ddl si affrontano nel merito". Attaccano anche le senatrici M5s, Alessandra Maiorino e Ada Lopreiato: “Gli incompetenti al potere portano l’Italia al disastro. Il ddl Sicurezza è l'ennesimo disastro del governo dell'autonomia differenziata e del premierato, obbrobri giuridici che loro stessi non sanno più come nascondere”.
Prima i rilievi tecnici della Ragioneria generale, dal Mef, a guida Giorgetti, poi anche gli esponenti di maggioranza in commissione Bilancio al Senato hanno dovuto segnalare che vi era un errore di calcolo nelle coperture, predisposte solo a fine 2024, a minare la solidità del ddl Sicurezza. Così, le commissioni Affari Costituzionali e Giustizia di palazzo Madama, dopo aver approvato le 5 modifiche proposte, conferiscono ieri il mandato ai relatori: Marco Lisei (FdI) e Erika Stefani (Lega). La data per l’approdo in Senato sarà fissata dalla capigruppo. Ma a sentire il sottosegretario all’Interno Nicola Molteni non si aprirà nessun autentico varco: “La maggioranza non è unita, su questo progetto: di più. È stra-compatta. Questo è un disegno di legge che nasce da una volontà politica del governo, del presidente del Consiglio, dei quattro partiti di maggioranza, per dare una risposta importante al Paese sul tema della sicurezza e alle nostre forze di polizia”. Ma le lungaggini che si profilano sono tali da rendere indispensabile una corsia privilegiata: si ipotizza di scorporare la parte del ddl che punta a potenziare garanzie e tutele per le forze dell’ordine, per destinarla a un decreto legge.
Una cosa è certa. Il provvedimento, dopo la seconda lettura che partirà ad aprile in Senato, dovrà necessariamente tornare a Montecitorio. Dove sarà fatale, a questo punto, apportare anche quei correttivi su norme considerate sensibili sul terreno dei diritti inviolabili, tali da spingere il Quirinale a una moral suasion. Tre norme in particolare aspettano di essere riviste: il divieto di assegnazioni delle sim telefoniche ai migranti privi di titolo di soggiorno; il carcere previsto per le donne incinte; le sanzioni per la resistenza passiva in carcere. Aspetti su cui la maggioranza era pronta a dividersi: meloniani possibilisti contro salviniani recalcitranti. Molteni prova infine a gelare ogni ottimismo. Quella sulle madri detenute contenuta nel ddl sicurezza, ad esempio, che prevede che anche chi ha un figlio con meno di 12 mesi può finire in carcere, perché a decidere sia il giudice, "è una norma fondamentale – dice il leghista - che affronta il tema delle borseggiatrici, cioè di chi usa il proprio corpo e lo stato di gravidanza per garantirsi l'impunità. È una norma sacrosanta che vogliamo tutelare".
Chissà che, dopo il flop sull’errato calcolo, la terza lettura non porti consiglio.