Il Pnrr ha avuto tanti genitori per poi finire orfano. Conte, Draghi, Fitto ne hanno difeso potenzialità e virtù. Ma non lo hanno sostenuto solo i governanti di turno, scorrendo le dichiarazioni degli ultimi anni troverete una lista lunghissima: Banca d’Italia, Confindustria, Commissione Europea, organizzazioni economiche internazionali, esponenti politici di ogni colore hanno dipinto il Pnrr come un’occasione storica per l’Europa e per tutti i Paesi dell’Unione. Nel caso dell’Italia addirittura unica per uscire dalla trappola della bassa crescita.
Ora tocca a Meloni ribadire: «Abbiamo ancora molto lavoro da fare, ma i risultati raggiunti finora ci rendono orgogliosi e ci spronano a fare sempre meglio. Nell’interesse dell’Italia e degli italiani». Ecco, il vero interesse degli italiani e la funzione del piano nazionale di ripresa e resilienza si sono un po’ persi di vista. A cosa serve il Pnrr? Dopo anni di retorica (e pratica) sull’Europa “matrigna” il Pnrr sembrava proprio un libro …
Il Pnrr ha avuto tanti genitori per poi finire orfano. Conte, Draghi, Fitto ne hanno difeso potenzialità e virtù. Ma non lo hanno sostenuto solo i governanti di turno, scorrendo le dichiarazioni degli ultimi anni troverete una lista lunghissima: Banca d’Italia, Confindustria, Commissione Europea, organizzazioni economiche internazionali, esponenti politici di ogni colore hanno dipinto il Pnrr come un’occasione storica per l’Europa e per tutti i Paesi dell’Unione. Nel caso dell’Italia addirittura unica per uscire dalla trappola della bassa crescita.
Ora tocca a Meloni ribadire: «Abbiamo ancora molto lavoro da fare, ma i risultati raggiunti finora ci rendono orgogliosi e ci spronano a fare sempre meglio. Nell’interesse dell’Italia e degli italiani». Ecco, il vero interesse degli italiani e la funzione del piano nazionale di ripresa e resilienza si sono un po’ persi di vista. A cosa serve il Pnrr? Dopo anni di retorica (e pratica) sull’Europa “matrigna” il Pnrr sembrava proprio un libro dei sogni. Ben 194 miliardi per realizzare (e finanziare) entro il 2026 ciò che in Italia non si riusciva a fare mai: linee ferroviarie ad alta velocità specie nel Meridione, una rete in fibra ottica su tutto il territorio, interconnessioni elettriche in grado di abbassare i prezzi dell’energia, data center per il cloud della PA, spinta all’arrivo dell’idrogeno, delle ricariche per le auto elettriche. Più asili nido, più studentati. Soldi per riqualificare le periferie nelle città. E poi non solo cantieri: anche una spinta a creare un borse di studio, processi civili più veloci grazie alle procedure telematiche, velocizzazione di procedure amministrative, una struttura in grado di sfruttare meglio i fondi europei futuri. Ed è solo un elenco approssimativo e parziale dei 621 tra target e obiettivi.
Quale partito politico non sottoscriverebbe un programma così? Quale partito non vincerebbe le elezioni sostenendolo? E invece basta grattare appena sotto le dichiarazioni ufficiali per capire che sulla capacità del Pnrr di ottenere i risultati promessi ormai credono in pochi. E così sta diventando un’arma contundente: le opposizioni la brandiscono per sottolineare le mancanze e le divisioni nel governo mentre la maggioranza gioca in difesa, perché conta di più non essere considerati responsabili del fallimento del Pnrr che intestarsene il successo. Non si spiega diversamente il fatto che gli stessi numeri ufficiali: 122 miliardi incassati e 64 spesi siano un “primato europeo” ( versione Palazzo Chigi) e contemporaneamente un campanello di allarme da far suonare da subito a Bruxelles chiedendo una proroga di almeno un anno (versione del ministero dell’Economia). Fanno bene il Pd e gli altri partiti a chiedere chiarezza, ma solo se il loro scopo è quello di salvare gli asili nido, completare le linee ferroviarie, contrastare il dissesto idrogeologico. Ovvero tutti quei capitoli in bilico che, come rivelato ieri da Repubblica, sono ben chiari al governo, ma che curiosamente non sono evidenziati nella relazione sullo stato di attuazione.
Un primo passo sarebbe concordare che “cercare di realizzare il maggior numero di progetti possibile” è l’affermazione più banale, ma anche quella che più si avvicina “all’interesse degli italiani” evocato da Meloni. Chiedere una proroga può essere una strada, se l’Europa lo consente, se l’Italia ha un piano chiaro e sostenibile per non perdere davvero quei soldi e non solo per rimandare sul prossimo governo lo stigma del fallimento e agitare poi, magari a parti invertite, le stessa retorica di sempre.