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Sta succedendo di nuovo: bugiardi e predoni all'assalto della democrazia | Hanno tutti ragione

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Il virus del trumpismo si diffonde nel mondo e distrugge i principi di realtà e responsabilità. La violazione è norma e la forza è diritto. Vale tutto, se il Capo lo vuole
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Questo è il numero di venerdì 28 marzo 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

L'altro giorno Donald Trump ha lanciato una nuova criptovaluta. Trump, il presidente americano in carica. Una criptovaluta sua, personale. In questo caso una criptovaluta ancorata al dollaro – tecnicamente le chiamano “stablecoin” per distinguerle dalle cripto senza alcun aggancio all’economia reale – di cui può intascare i guadagni oltre che influenzare il corso, per ragioni così ovvie e facili da intendere che non servirebbe spiegarle nemmeno agli “economisti” eletti dalla Lega. Sapete qual è stato il titolo del 90 per cento degli articoli, in Italia come nel mondo, che hanno dato conto dell’iniziativa?

Questo: “Trump lancia la sua criptovaluta”. Piatto, neutro, sereno, come si trattasse di dar conto di una notizia ordinaria, la cosa più normale del mondo. La criptovaluta del presidente. Siamo già assuefatti al peggio. Trump ne aveva …

Questo è il numero di venerdì 28 marzo 2025 della newsletter Hanno tutti ragione, firmata da Stefano Cappellini. Per attivare l'iscrizione clicca qui

L'altro giorno Donald Trump ha lanciato una nuova criptovaluta. Trump, il presidente americano in carica. Una criptovaluta sua, personale. In questo caso una criptovaluta ancorata al dollaro – tecnicamente le chiamano “stablecoin” per distinguerle dalle cripto senza alcun aggancio all’economia reale – di cui può intascare i guadagni oltre che influenzare il corso, per ragioni così ovvie e facili da intendere che non servirebbe spiegarle nemmeno agli “economisti” eletti dalla Lega. Sapete qual è stato il titolo del 90 per cento degli articoli, in Italia come nel mondo, che hanno dato conto dell’iniziativa?

Questo: “Trump lancia la sua criptovaluta”. Piatto, neutro, sereno, come si trattasse di dar conto di una notizia ordinaria, la cosa più normale del mondo. La criptovaluta del presidente. Siamo già assuefatti al peggio. Trump ne aveva lanciato un’altra pochi giorni prima del suo insediamento alla presidenza bis. Quale capo di governo o di Stato non lancerebbe una criptovaluta, strumenti che peraltro vivono quasi solo di hype, cioè producono lucro grazie a folate di eccitazione, tre giorni prima di prendere possesso del ruolo? Un ciclopico, scandaloso caso di conflitto di interessi e inopportunità politica. Qualcuno ha protestato? Qualcuno ha sollevato un dubbio? In quel caso Trump ha battezzato la criptovaluta annunciandola su Truth, la piattaforma social di sua proprietà, come X è proprietà di Elon Musk, il tecnomiliardario che in attesa di colonizzare Marte per salvarsi dalla prevista estinzione del genere umano sul pianeta Terra sostiene i movimenti neonazisti di ogni latitudine (il valore della ricchezza personale di Musk crebbe di oltre 10 miliardi di dollari il giorno dell’insediamento di Trump). Truth è uno degli asset della Trump Media, che quando il tycoon era poco più di un golpista in disgrazia fu salvata dalla bancarotta grazie ai prestiti di un uomo d’affari russo-americano, Anton Postolnikov. Lo raccontò con una inchiesta esclusiva il Guardian esattamente un anno fa, aggiungendo che Postelnikov è nipote di Aleksandr Smirnov, fedelissimo di Vladimir Putin. Casa di Trump, casa di Putin.

L’altro giorno il ministro dell’Economia Giancarlo Giorgetti ha detto che di Trump lo preoccupano “più le criptovalute che i dazi”. Lo diceva non per denunciare il conflitto di interessi, solo per paventare i potenziali effetti dell’imprenditoria finanziaria di Trump sull’economia globale. Mica Giorgetti ha torto sui rischi. Colpiva però anche qui l’impressione che stesse ragionando di una manovra ortodossa, come si trattasse di commentare un rialzo dei tassi di interessi deciso da una Banca centrale anziché i maneggi di un presidente Usa che traffica in cripto da una stanza della Casa Bianca e, mentre si arricchisce grazie alla funzione, pone le basi per destabilizzare il sistema finanziario. Un mesetto fa un altro campione del sovranismo, uno che qui in Italia piace molto sia agli “economisti” leghisti che ai thatcheristi di estrazione renziana, ha pubblicizzato personalmente una criptovaluta invitando gli argentini a investirci. In questo caso si è parlato della vicenda cone meno naturalezza, ma solo perché i gonzi che hanno dato retta a Milei, un economista che in Italia sicuramente avrebbe trovato posto tra i banchi della Lega, hanno perso in poche ore quasi il 100 per cento del capitale investito. Come se il problema fosse il cattivo investimento o il sospetto di truffa.

Anche non fosse andata così, anche se gli allocchi avessero guadagnato almeno nell’immediato, la condotta di Milei sarebbe stata accettabile? Altri passi verso il burrone, o forse già in volo dopo il dirupo: siamo ai presidenti testimonial, come gli influencer imbroglioni su Tik Tok, e del resto è da lì che vengono, un reel mentre brandiscono una motosega. Cuoricini. Voti. Quando il potere politico perde ogni freno, e viene meno persino il dovere di giustificarsi per conflitti di interessi, commistione di ruoli, usurpazione di funzioni, siamo oltre l’anticamera dell’autocrazia, siamo già nel tinello, accomodati a forza al desco di un autoritarismo sfacciato, ingordo, bugiardo, pericolosissimo. Dopo che negli Usa sono state pubblicate le chat con i piani di guerra del Pentagono contro gli Houti siamo tutti rimasti mezzo sconcertati mezzo divertiti dalla fantozziana ragione della loro divulgazione, e cioè il fatto che il ministro della Difesa, il responsabile della Sicurezza nazionale e il direttore della Cia non si fossero accorti del fatto che alla loro chat su Signal era stato aggiunto per sbaglio un giornalista di The Atlantic (nomen omen, dicevano gli antichi romani, imperialisti colti), il quale ha potuto seguire in diretta la pianificazione dei bombardamenti ai ribelli yemeniti. Fin qui saremmo dalle parti di una Pallottola spuntata, Pete Hegseth e Mike Waltz non devono essere gli unici Frank Drebin alla corte di Trump, ma sono le spudorate menzogne seguite all’incidente che danno il senso del superamento di ogni confine. L'ex democratica Tulsi Gabbard, messa da Trump a capo delle agenzie di intelligence (“la nostra fidanzata”, era chiamata così Gabbard sulla tv di Stato russa in giuggiole per le sue posizioni su Siria e Ucraina: casa di Trump, casa di Putin), ha negato in audizione pubblica che nella chat ci fossero informazioni classificate. Questi figuri non conoscono la vergogna e mentono come respirano. Ormai è chiaro che può accadere qualunque cosa, la più grave, e non c’è possibilità che una classe dirigente selezionata dal capo a sua immagine e somiglianza, cioè per gaglioffismo e teppismo mediatico, la affronti in base a un principio di realtà e responsabilità. Il virus si diffonde. Dall’alto al basso, dal serio al faceto. Parola d’ordine: vale tutto. Guardate in Italia Santanché, aggrappata alla poltrona di ministra a dispetto di evidenze che non hanno bisogno di alcun timbro giudiziario, eppure respinte in nome di argomentazioni spudoratamente spacciate per garantismo.Non c’è più spazio per arbitri e contrappesi, separazione dei poteri e sovranità esterne allo studio del capo. Tutto può essere sdoganato e tutto giustificato. Questo, è inutile girarci intorno, significa già essere fuori dai paletti di una democrazia e di uno Stato di diritto.

In M - Il figlio del secolo, la bella serie tratta dai libri di Antonio Scurati e diretta da Joe Wright, andata in onda poche settimane fa, c’è un passaggio simbolico. Succede in Parlamento, dopo che Mussolini ha proposto una riforma elettorale chiaramente pensata per svuotare le Camere di ogni prerogativa e accentrare definitivamente il potere nelle mani del capo. L’opposizione protesta e chiede modifiche alla legge. Il Mussolini di Marinelli guarda in camera ed esulta. Dice: ho già vinto nel momento in cui hanno accettato di discutere. Il momento, cioè, nel quale la violazione è sdoganata, la menzogna è verità, la forza è diritto. E c’è un altro momento chiave della serie, concepita apposta per tessere un filo tra il fascismo di ieri e quello possibile di oggi (“Make Italia great again” dice a un certo punto Mussolini), che ricorda cosa accade quando la sfrontatezza diventa metodo di governo. È il giorno in cui Mussolini si presenta alla Camera dopo il delitto Matteotti. Dai banchi del Parlamento, poco prima che Mussolini prenda la parola, si sussurrano pronostici nefasti sulle sue intenzioni: “Si dimetterà, che altro può fare?”. Che altro dovrebbe fare un capo del Pentagono che diffonde piani di guerra sulla chat del calcetto? Invece Mussolini prende la parola e rivendica: violenze, sopraffazioni, lo stesso omicidio di Matteotti. “Se il fascismo è una associazione a delinquere, io sono il capo di questa associazione”. Vale tutto. Quando passa il principio che il capo fa ciò che vuole, perché il popolo lo ha eletto, la democrazia va a ramengo. È già successo nella storia, sta risuccedendo.

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