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Meloni elogia Calenda e attacca Schlein: “Volete una Ue hippie”

Giorgia Meloni e Carlo Calenda al congresso di Azione

 

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La presidente del Consiglio, al congresso di Azione, si compiace del confronto: “Sono più moderata io di voi”. Salvini si smarca e fa l’antieuropeista
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ROMA – Non sono qui per sostituire gli alleati», dice in premessa Giorgia Meloni, sul palco del Life Hotel, a un tiro di schioppo dal Viminale, salone-conferenze prenotato da Carlo Calenda per il secondo congresso di Azione. La premier confuta subito il sospetto che transita in sala stampa. Vuoi mettere che... «No, la mia non è una scorribanda tra i moderati, anche perché dopo avere sentito Calenda porto io un po’ di moderazione». Risate, applausi. Non saranno prove d’alleanza, ma la premier qui è a suo agio. Eccome. Gongola appena l’ex ministro mena fendenti su Pd e 5Stelle. «Bella questa!», fa a Paolo Gentiloni, seduto una poltroncina più in là, quando il leader centrista infiocina il superbonus. La sedia dopo c’è Mario Monti. In completo rosa, con maglioncino bordato di pizzo, Meloni batte le mani, come Giovanni Donzelli e Guido Crosetto, in alcuni passaggi di Calenda sul podio. In altri (pochi) è meno allegra, come quando l’ex ministro s’infervora su Trump e dice che «ai bulli si…

ROMA – Non sono qui per sostituire gli alleati», dice in premessa Giorgia Meloni, sul palco del Life Hotel, a un tiro di schioppo dal Viminale, salone-conferenze prenotato da Carlo Calenda per il secondo congresso di Azione. La premier confuta subito il sospetto che transita in sala stampa. Vuoi mettere che... «No, la mia non è una scorribanda tra i moderati, anche perché dopo avere sentito Calenda porto io un po’ di moderazione». Risate, applausi. Non saranno prove d’alleanza, ma la premier qui è a suo agio. Eccome. Gongola appena l’ex ministro mena fendenti su Pd e 5Stelle. «Bella questa!», fa a Paolo Gentiloni, seduto una poltroncina più in là, quando il leader centrista infiocina il superbonus. La sedia dopo c’è Mario Monti. In completo rosa, con maglioncino bordato di pizzo, Meloni batte le mani, come Giovanni Donzelli e Guido Crosetto, in alcuni passaggi di Calenda sul podio. In altri (pochi) è meno allegra, come quando l’ex ministro s’infervora su Trump e dice che «ai bulli si risponde con la forza». «Sì, certo», sussurra lei.

Per il resto con i calendiani si notano punti di contatto. Sul nucleare, sulla gestione dell’acqua da parte delle regioni, sul Green deal. «Azione guarda ai risultati, alcune loro proposte sono interessanti, possiamo lavorarci insieme», è l’offerta della capa di FdI. C’è sintonia soprattutto nel picconare il campo largo. E nel farlo, a tratti Meloni pare quasi mandare segnali a Matteo Salvini, che continua a schernire Ursula von der Leyen e il suo piano di difesa, ripetendo in loop «pace e disarmo». «Sento leader in Italia che invocano la rottura con gli Usa, per esempio Schlein, mentre altri sostengono che l’Europa non debba spendere in sicurezza - punge Meloni - La proposta è che l’Europa diventi una comunità hippie demilitarizzata che spera nelle potenze straniere?». La stoccata più pepata è contro Giuseppe Conte e i 5S. Dopo i soliti attacchi a superbonus e reddito di cittadinanza, Meloni sostiene che l’ex premier manchi di serietà, perché al governo si è impegnato a investire il 2% del Pil per le spese militari e adesso che è all’opposizione «scende in piazza contro chi cerca di mantenere quell’impegno».

Per Meloni «le spese in difesa sono il prezzo della libertà». Quanto all’intervista al Financial Times, in cui ha sposato le tesi di JD Vance, nega di avere «dichiarato di stare con Trump e contro l’Europa, ho detto una cosa molto diversa: sto sempre con l’Italia, l’Italia sta in Europa, ma dobbiamo lavorare per difendere l’unità dell’Occidente». A questo proposito, Meloni spende parole al miele per von der Leyen, bersaglio quotidiano di Salvini & co: «Voglio ringraziarla» per avere ribadito la difesa dell’asse euroatlantico.

Certo, la premier ammette che tra Ue e Usa non mancano «temi divisivi, a partire dai dazi, ma non si deve reagire d’impulso, vanno cercati punti di equilibrio». Anche perché i rischi sono enormi, per il nostro mondo produttivo. E nell’economia italiana «non tutto va bene, il contesto fa tremare i polsi».

Appena Meloni scende dal palco, sul rullo delle agenzie scorrono le stoccate che riserva Salvini all’Ue da Padova, insieme ai governatori del Nord. «No a un solo euro di debito per le armi», scandisce il capo leghista. Ursula? «Fa gli interessi tedeschi, è sul viale del tramonto, come Macron, cercano un futuro in business e armi». E ancora: l’autonomia? «C’è un programma da rispettare». Zaia in Veneto? «Squadra che vince non si cambia». Seguono tirate da vecchia Lega Nord, contro «la politica che al Sud ruba voti da 50 anni e che a Roma è ben rappresentata». Vannacci vice-segretario? «È un valore aggiunto, ma chi vuole ruoli deve iscriversi. Si tessererà? Lo scopriremo». Roberto Calderoli intanto chiede mandato al congresso degli ex lumbard per fare «il kamikaze» sull’autonomia differenziata.

Ai leghisti replica indirettamente Guido Crosetto, altro ospite di Calenda. Con garbo. «Ma no, Salvini la pensa come me - sostiene il ministro della Difesa - Se si vuole far parte della Nato l’investimento è un prerequisito. Von der Leyen? Fa gli interessi dell’Europa». E anzi, l’Ue dovrebbe «accettare la nostra proposta» di scorporare le spese militari dal patto di stabilità «non per 4 anni ma per 20-30». Messaggi educati, ma cristallini. Le punzecchiate sono solo per Conte: «Un avvocato di sesta fila - dice Crosetto - ma lavoro per difendere anche lui».

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