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L’offensiva di Schlein: “La destra sa solo litigare. Calenda? Si decida”

Elly Schlein a Sestri Ponente, Genova

 (ansa)

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La segretaria dem: “Non hanno una linea chiara e attaccano noi”. Poi incalza il leader di Azione: non si tiene il piede in due scarpe
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ROMA – «Avete mai visto un governo che, in mancanza di una politica estera condivisa, passa il tempo ad attaccare l’opposizione?», domanda la segretaria del Pd ai giornalisti in attesa davanti allo stabilimento Arinox di Sestri Levante, terza tappa del suo viaggio nelle realtà industriali del Paese. «Meloni», incalza Elly Schlein, «ha un governo con tre posizioni diverse e quindi, non riuscendo a esprimere una linea chiara di fronte alle divisioni costanti di Tajani e Salvini, nel dubbio tace e si riduce a dare addosso a noi».

Una strategia collaudata, tipica di chi è in difficoltà, secondo la leader della principale forza progressista: bacchettare gli avversari, amplificandone le divergenze grazie a tg compiacenti, per coprire la rissa interna alla sua maggioranza, in particolare su Europa e piano di riarmo. Temi cruciali, sui quali i due vicepremier si accapigliano da settimane. Esattamente ciò di cui dovrebbe occuparsi la premier, l’unica titolata a definire il posizionamento del…

ROMA – «Avete mai visto un governo che, in mancanza di una politica estera condivisa, passa il tempo ad attaccare l’opposizione?», domanda la segretaria del Pd ai giornalisti in attesa davanti allo stabilimento Arinox di Sestri Levante, terza tappa del suo viaggio nelle realtà industriali del Paese. «Meloni», incalza Elly Schlein, «ha un governo con tre posizioni diverse e quindi, non riuscendo a esprimere una linea chiara di fronte alle divisioni costanti di Tajani e Salvini, nel dubbio tace e si riduce a dare addosso a noi».

Una strategia collaudata, tipica di chi è in difficoltà, secondo la leader della principale forza progressista: bacchettare gli avversari, amplificandone le divergenze grazie a tg compiacenti, per coprire la rissa interna alla sua maggioranza, in particolare su Europa e piano di riarmo. Temi cruciali, sui quali i due vicepremier si accapigliano da settimane. Esattamente ciò di cui dovrebbe occuparsi la premier, l’unica titolata a definire il posizionamento dell’Italia sullo scacchiere internazionale, anziché entrare nelle diatribe della minoranza, che sulla politica estera non ha alcun potere. Un giochino che ora rischia di mostrare la corda.

«Ormai le divisioni nel centrodestra sono all’ordine del giorno. Ci sono sempre state, solo che prima erano più bravi a nasconderle», accusa Schlein. Lesta nel ricordare come la Lega abbia inizialmente «commissariato Meloni, dicendole che andava a Bruxelles senza un mandato ad approvare il ReArm» per poi «commissariare pure Tajani, sostenendo che si doveva fare aiutare». Ma non basta. «Sono divisi pure sull’attuazione del Pnrr», rincara la segretaria dem: «Non si capisce infatti se ha ragione Giorgetti, che chiede il rinvio di un anno, o Foti, coperto dalla premier, per il quale va tutto bene, non ci sono ritardi e riusciremo a spendere nell’ultimo anno più del 60% delle risorse». Ora, prosegue, «ci piacerebbe crederlo, perché noi tifiamo sempre l’Italia, però abbiamo più volte offerto collaborazione al governo e non ci hanno mai risposto».

Tanto più grave alla luce «dell’unica cosa su cui si sono trovati d’accordo negli ultimi tempi: abbassare la testa rispetto ai dazi annunciati da Trump. Assurdo in uno dei paesi che rischia di pagare il prezzo più alto per la sua vocazione all’export», taglia corto Schlein. «Meloni, pur di non entrare in contraddizione con Trump, non ha il coraggio di criticarlo», insiste. «Anzi, critica la Ue che cerca di capire come reagire. Addirittura Tajani ha dichiarato che forse dovremmo importare di più dagli Stati Uniti. È una specie di sindrome di Stoccolma per cui ti danno delle mazzate in faccia e tu sorridi e fai finta di niente». Un j’accuse durissimo.

Quanto ai contrasti interni alle opposizioni, la numero uno del Nazareno non si nasconde. E avverte Carlo Calenda, che aveva invitato i riformisti del Pd a dar vita a un nuovo partito moderato: «Deve decidere da che parte stare, non si può tenere il piede in due scarpe». In sintonia con gli alleati, compatti nel respingere le avance del capo di Azione.

Di «suicidio politico» parla il verde Bonelli. Di «differenze incolmabili con Meloni perché siamo incompatibili con la sua visione di Europa», Riccardo Magi: «Chi oggi immagina una convergenza possibile sbaglia», chiude il segretario di +Europa. Ma Calenda non ci sta. «Cara Schlein» replica, «noi stiamo al centro dove ci hanno messo gli elettori. Non andiamo dietro ai populisti filo-putiniani e non ci asteniamo quando si tratta di Ucraina, riarmo europeo e difesa. Il resto è fuffa». Il riferimento ai 5S non è casuale. Reso esplicito da Matteo Richetti: «Dica se sta con Kiev o con Conte». La solita mina vagante nel campo largo.

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