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Meloni frena von der Leyen: non reagire subito ai dazi Usa. Ma c’è un piano B

MELONI A PARIGI (ansa)

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Non si escludono “sconti bilaterali” anche se Roma vuole preservare l’unità Ue
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Nessuno, sostiene Giorgia Meloni, sa davvero dove intenda arrivare Donald Trump nella sua sfida all’Europa. O almeno, questa è la speranza fragile e un po’ tattica che ancora coltiva la leader. Di certo c’è che nelle ultime ore la premier è entrata in contatto con Ursula von der Leyen. Non le è piaciuta quella formula, «vendetta», che la presidente della Commissione ha poi limato. La presidente del Consiglio ha chiesto dunque alla politica tedesca un surplus di riflessione. Pregandola di frenare rispetto a un’eventuale reazione immediata contro Washington. La linea continua infatti ad essere: evitare il frontale, rimandare, trattare.

Sulla carta, infatti, già il 3 aprile - o nei giorni immediatamente successivi - von der Leyen potrebbe scatenare la “contraerea commerciale” del continente. Per Meloni si ridurrebbero ancora i margini di dialogo con l’amministrazione repubblicana. Ecco perché suggerisce invece di posticipare addirittura la scadenza del 15 aprile, fissata da Bruxelles c…

Nessuno, sostiene Giorgia Meloni, sa davvero dove intenda arrivare Donald Trump nella sua sfida all’Europa. O almeno, questa è la speranza fragile e un po’ tattica che ancora coltiva la leader. Di certo c’è che nelle ultime ore la premier è entrata in contatto con Ursula von der Leyen. Non le è piaciuta quella formula, «vendetta», che la presidente della Commissione ha poi limato. La presidente del Consiglio ha chiesto dunque alla politica tedesca un surplus di riflessione. Pregandola di frenare rispetto a un’eventuale reazione immediata contro Washington. La linea continua infatti ad essere: evitare il frontale, rimandare, trattare.

Sulla carta, infatti, già il 3 aprile - o nei giorni immediatamente successivi - von der Leyen potrebbe scatenare la “contraerea commerciale” del continente. Per Meloni si ridurrebbero ancora i margini di dialogo con l’amministrazione repubblicana. Ecco perché suggerisce invece di posticipare addirittura la scadenza del 15 aprile, fissata da Bruxelles come termine ultimo per la ritorsione contro la Casa Bianca. È un tentativo in salita, al momento tra l’altro poco condiviso dai principali alleati europei, che le tornerebbe però utile soprattutto per una ragione: tra il 18 e il 20 aprile è in agenda una visita in Italia del vicepresidente Usa in Italia J.D. Vance.

Si tratta di un passaggio politicamente rilevante, che sarà anticipato già nei prossimi giorni da contatti telefonici tra la premier e Trump – i due si sentono più di quanto venga comunicato – e da un’eventuale nuova missione tecnica e diplomatica del governo presso l’amministrazione americana, con lo scopo di trattare. C’è però un’altra conseguenza, che deriva dal viaggio italiano di Vance: il viaggio della premier alla Casa Bianca potrebbe slittare ancora.

Ma torniamo alla Commissione. E all’opzione di una reazione immediata. È un’ipotesi che Meloni considera un errore. Perché un’escalation, sostiene, potrebbe innescare una sequenza di rappresaglie incrociate. La presidente del Consiglio schiera dunque Roma su una posizione di prudenza, cercando sponde tra i Ventisette. Ed è pronta a portare questa linea nella capitale belga, se von der Leyen dovesse decidere di convocare una riunione d’emergenza per costruire una risposta a Trump.

Chiede dunque di non smarrire la volontà di mediare, anche se per il momento sono gli Stati Uniti ad accanirsi contro l’Europa. Frenare non significa, almeno per il momento, rompere l’unità europea: è un lusso che la presidente del Consiglio non potrebbe comunque permettersi, considerando il grado di interconnessione tra le economie dell’Unione. Semmai, emerge la speranza di ritagliarsi un ruolo in una ipotetica trattativa tra le due sponde dell’Atlantico. Un’operazione accarezzata da mesi, ma a dire il vero finora mai decollata.

Quello che al momento nessuno dice apertamente, è che esiste pure un piano d’emergenza a cui lavora Roma. Passa da una successiva trattativa bilaterale con gli americani. L’Italia sosterrà infatti la ritorsione europea, ma in un secondo momento potrebbe muoversi per ottenere una qualche forma di “sconto” da Washington. La tesi prevalente, a dire il vero, è che i dazi non possono essere ammortizzati, perché colpiranno l’Unione nel suo complesso. In realtà, spiegano fonti qualificate, i tecnici di Palazzo Chigi e dei ministeri interessati al dossier starebbero studiando i dettagli delle barriere doganali, identificando alcuni punti su cui intervenire per rendere in qualche modo meno dolorosi i balzelli imposti da Trump all’Italia. Cavilli su cui far leva per ottenere una “clemenza” mirata e bilaterale, in modo da ridurre l’impatto su alcune filiere preziose per l’economia italiana.

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