Sono stato a Shanghai di recente e mi sono chiesto quale mondo di domani visitare, quello finto, il Tomorrowland progettato dagli americani a Disneyland Shanghai, o il futuro vero, l’imponente nuovo centro di ricerca, grande più o meno quanto 225 campi da calcio, costruito dal colosso tecnologico cinese Huawei? Ho scelto quest’ultimo.
È stata un’esperienza affascinante e impressionante, ma in fin dei conti profondamente inquietante, una chiara conferma di quanto mi ha detto a Pechino un uomo d’affari statunitense, attivo in Cina da decenni: «C’è stato un tempo in cui le persone venivano in America per vedere il futuro. Ora vengono qui».
Non avevo mai visto niente di simile. Costruito in poco più di tre anni il campus di Huawei è composto da 104 edifici progettati singolarmente, con prati curati, collegati da una monorotaia stile Disneyland, e ospita laboratori che possono ospitare fino a 35.000 scienziati, tecnici e altri lavoratori, con 100 caffè, centri fitness e altri servizi mir…
Sono stato a Shanghai di recente e mi sono chiesto quale mondo di domani visitare, quello finto, il Tomorrowland progettato dagli americani a Disneyland Shanghai, o il futuro vero, l’imponente nuovo centro di ricerca, grande più o meno quanto 225 campi da calcio, costruito dal colosso tecnologico cinese Huawei? Ho scelto quest’ultimo.
È stata un’esperienza affascinante e impressionante, ma in fin dei conti profondamente inquietante, una chiara conferma di quanto mi ha detto a Pechino un uomo d’affari statunitense, attivo in Cina da decenni: «C’è stato un tempo in cui le persone venivano in America per vedere il futuro. Ora vengono qui».
Non avevo mai visto niente di simile. Costruito in poco più di tre anni il campus di Huawei è composto da 104 edifici progettati singolarmente, con prati curati, collegati da una monorotaia stile Disneyland, e ospita laboratori che possono ospitare fino a 35.000 scienziati, tecnici e altri lavoratori, con 100 caffè, centri fitness e altri servizi mirati ad attrarre i migliori tecnologi cinesi e stranieri.
Il nuovo centro di ricerca e sviluppo costituisce la risposta di Huawei al tentativo statunitense di strangolarla, a partire dal 2019, limitando l’esportazione di tecnologia americana, inclusi i semiconduttori, a causa di preoccupazioni per la sicurezza nazionale. Il divieto ha inflitto perdite enormi a Huawei, ma con l’aiuto del governo cinese, l’azienda ha cercato di aggirare l’ostacolo puntando sull’innovazione. Come riportato lo scorso anno dal quotidiano economico sudcoreano Maeil Business Newspaper «Huawei ha stupito il mondo presentando la serie “Mate 60”, uno smartphone dotato di semiconduttori avanzati, a dispetto delle sanzioni statunitensi». Huawei ha proseguito su questa strada con il primo smartphone al mondo che si piega in tre e ha presentato il proprio sistema operativo mobile, Hongmeng (Armonia), destinato a competere con quelli di Apple e Google.
L’azienda è anche entrata nel settore della creazione della tecnologia IA applicabile a qualunque cosa, dai veicoli elettrici alle auto a guida autonoma, fino ai macchinari autonomi per l’industria mineraria in grado di sostituire la manodopera umana. I dirigenti di Huawei hanno dichiarato che solo nel 2024 l’azienda ha installato 100.000 stazioni di ricarica rapida in tutta la Cina per i suoi veicoli elettrici; come termine di paragone, nel 2021 il Congresso degli Stati Uniti ha stanziato 7,5 miliardi di dollari per una rete di stazioni di ricarica, ma a novembre di quest’anno la rete disponeva di sole 214 stazioni attive in 12 stati.
È decisamente allarmante osservare tutto questo da vicino. Il presidente Donald Trump è impegnato a stabilire in quali squadre possano gareggiare gli atleti transgender, la Cina invece a trasformare le sue fabbriche con l’IA per surclassare le nostre. La strategia del Liberation day di Trump consiste nel raddoppiare i dazi sventrando le istituzioni scientifiche nazionali e la forza lavoro che stimolano l’innovazione americana. La strategia di liberazione della Cina è aprire un maggior numero di centri di ricerca e puntare sull’innovazione guidata dall’IA per essere definitivamente libera dai dazi di Trump.
Il messaggio che la Cina manda agli Stati Uniti è questo: non abbiamo paura di voi. Non siete chi credete di essere – e noi non siamo chi credete che siamo. Preferisco esprimere il mio patriottismo essendo brutalmente sincero riguardo alle nostre debolezze e punti di forza, alle debolezze e ai punti di forza della Cina e al motivo per cui credo che il miglior futuro per entrambe le nazioni – alla vigilia della rivoluzione dell’IA – consista in una strategia chiamata: prodotto in America da lavoratori americani in collaborazione con capitale e tecnologia cinesi. Lasciate che vi spieghi.
Il pensiero magico di Trump
Sono stato d’accordo con Trump relativamente ai dazi imposti alla Cina durante il suo primo mandato. La Cina stava impedendo l’accesso a determinati prodotti e servizi statunitensi e bisognava reciprocare i dazi cinesi. Ad esempio, la Cina ha tergiversato per anni prima di autorizzare l’uso delle carte di credito statunitensi sul suo territorio, in attesa che le proprie piattaforme di pagamento dominassero completamente il mercato e trasformassero il paese in una società senza contanti, in cui praticamente tutti pagano tutto tramite app di pagamento mobile installate sui telefoni. Quando ho provato a usare la mia carta Visa in un negozio alla stazione ferroviaria di Pechino la scorsa settimana, mi è stato detto che doveva essere collegata a una di quelle app, come Alipay o WeChat Pay, che insieme detengono oltre il 90% del mercato.
Mi crea problemi il pensiero magico di Trump, secondo cui basta erigere barriere protettive attorno a un settore industriale (o a tutta la nostra economia) ed ecco che nel giro di poco tempo le fabbriche statunitensi prospereranno e produrranno in America allo stesso costo, senza oneri per i consumatori statunitensi.
Sbaglia anche chi pensa che la Cina abbia raggiunto il dominio manifatturiero globale solo con l’inganno. Certo, ha barato, copiato e imposto trasferimenti tecnologici. Ma a rendere oggi così potente il colosso manifatturiero cinese non è solo il fatto di offrire prodotti a prezzi più competitivi, ma di produrre a costi più bassi, in maniera più veloce e sempre più integrata dall’intelligenza artificiale.
Il “fitness club” cinese
Come ci riesce? Jörg Wuttke, che è stato a lungo a capo della Camera di Commercio dell’Unione Europea in Cina, lo definisce il “fitness club Cina”, e funziona così. La Cina parte puntando sull’istruzione Stem – scienza, tecnologia, ingegneria e matematica. Ogni anno, il paese sforna circa 3,5 milioni di laureati in discipline Stem, un numero quasi pari alla somma di tutti i laureati nei programmi di diploma universitario, laurea triennale, laurea magistrale e dottorato in tutte le discipline negli Stati Uniti.
In presenza di un numero tale di laureati in discipline Stem, puoi destinare talenti a risolvere qualsiasi problema più di chiunque altro. Come ha dichiarato lo scorso anno Keith Bradsher, capo della sede di Pechino del New York Times: «La Cina ha 39 università con programmi mirati a formare ingegneri e ricercatori per l’industria delle terre rare. Le università negli Stati Uniti e in Europa hanno per lo più offerto solo corsi sporadici».
Oltre 550 città cinesi sono collegate da treni ad alta velocità che fanno sfigurare i nostri. E grazie alla digitalizzazione e ai collegamenti pervasivi si può entrare e uscire dalla stanza d’albergo semplicemente con il riconoscimento facciale. L’intero sistema è progettato per la velocità – anche se sfidi il dominio del Partito Comunista, nel qual caso verrai arrestato velocemente e scomparirai velocemente.
Se non costruiamo un fitness club simile dietro a qualsiasi barriera tariffaria, otterremo solo inflazione e stagnazione. Non puoi arrivare alla prosperità a forza di dazi, specialmente all’alba dell’intelligenza artificiale.
Niente guerra commerciale
Nonostante tutti i punti di forza su cui può contare, però, la Cina non vuole una guerra commerciale con gli Stati Uniti. In questo momento molti appartenenti alla classe media cinese sono scontenti. Per oltre un decennio, molti cinesi hanno investito i loro risparmi nell’acquisto di appartamenti, invece di depositarli in banche che offrivano interessi quasi nulli. Questo ha creato una gigantesca bolla immobiliare. Molti l’hanno cavalcata, per poi smontare dopo la stretta ai prestiti immobiliari imposta dal governo nel 2020.
In breve, pur contando su un fitness club impressionante, la Cina ha ancora bisogno di un accordo commerciale con Trump che protegga il suo motore di esportazione. Bisognerebbe associare ai dazi alla Cina una corsia preferenziale per le aziende cinesi intenzionate a entrare nel mercato statunitense. Tuttavia, le joint venture cinesi negli Stati Uniti dovrebbero essere tenute ad aumentare progressivamente la quota di componenti da fonti locali, invece di importarle a tempo indeterminato. Ovviamente, sarebbe necessario un enorme sforzo per ricostruire la fiducia, che ora manca quasi del tutto nella relazione. È l’unico modo per arrivare a scambi commerciali ragionevolmente vantaggiosi per entrambi. In assenza, ci avviamo a una situazione di comune svantaggio.
Traduzione di Emilia Benghi